(27 settembre 2026) Metalitalia Festival 2026 (Day Two) @ Milano

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Provincia:MI
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E dopo la prima giornata, ecco che si torna sul luogo del delitto domenica 27 settembre per la seconda (e ultima) giornata di questa edizione del festival fatto dai nostri colleghi di Metalitalia.
A questo giro di giostra i toni cambiano nuovamente e se il giorno precedente le sonorità cupe emotive e sinfoniche erano le protagoniste, ora a farla da padrona sono le arcigne sonorità in bilico tra Thrash e Death Metal di vario tipo a farla da padrona, ma anche questa volta non si è trattata di una giornata monocolore e anche questa volta le scelte coraggiose non sono mancate.
Essendoci una band in più in programma ed essendo pure domenica, giornata scarognata per eccellenza visto che la maggior parte della gente comune il giorno dopo deve andare o a lavorare o a scuola, le danze vengono aperte (e chiuse) mezz'ora prima rispetto al sabato: ecco, l'unico appunto che mi sento di fare è proprio dettato dal fatto che sarebbe il caso di caricare meno band alla domenica e farla più leggera a livello di orari, così da finire ad un orario più umano e rendere meno difficoltoso il rientro alla quotidianità di tutti i giorni per i poveri disgraziati che non sono riusciti a prendere ferie o permessi e magari hanno due ore o più di macchina per rientrare a casa. Punto questo che non vale solo per il Metalitalia Festival, eh, ma è una cosa che è da ribadire quando c'è la necessità di farlo.

Detto questo alle 13:30, puntuali come le tasse ecco che le sonorità aspre e vecchia scuola della band belga Schizophrenia invadono gli ampi spazi del Live Club. Con un pubblico tutto sommato già di discrete unità, la band va a sciorinare il suo Death/Thrash con pochi fronzoli e senza compromessi: un po' come un ruspante spago aglio, olio e peperoncino, l'effetto sorpresa non è assolutamente pervenuto, ma quando 'ste cose le si sanno fare bene, il tutto gira che è una bellezza.
Ed è esattamente così con questo opener dal sound monello e arrembante, che ha l'accortezza di non dilungarsi mai e che dice quello che vuole dire in maniera chiara e concisa: per citare i promo che arrivano in redazione, si potrebbe dire che "Recollections of the Insane" è per i fans di Morbid Angel, Sodom, primi Sepultura e Massacra.



Con i finlandesi Halysis (chiamati a sostituire gli Abysmal Dawn), si cambia completamente registro e si va tra le braccia di sonorità decisamente più moderne.
Qui ho trovato l'unico vero tallone d'Achille della line up di questa giornata: non che sia necessariamente un male annidarsi in sonorità moderne (anzi!), più melodiche e (perché no?) orecchiabili, ma questo guazzabuglio composto da Death melodico, Metalcore ed una spruzzatina pseudo Prog l'ho trovata confusa e mal calibrata.
Il problema non sta nell'esecuzione (ormai pure negli ambienti più underground è quasi impossibile trovare scappati di casa che non sanno suonare bene, figuriamoci in contesti come questo quindi), ma proprio il songwriting che è debole ed inefficace.
Poco male, con le band pacco ci si può riposare e dare aria al portafoglio tra bar e distro varie.
Si continua con sonorità non ortodosse con il Death Metal dai connotati Progressivi dei Francesi Gorod: altro piccolo azzardo della programmazione, con loro le sonorità si fanno decisamente più a fuoco e fantasiose rispetto al combo precedente.
Il vero successo non avrà mai arriso ai Gorod, ma intanto loro continuano con dignità e rispetto verso i loro fans il loro cammino musicale.



E si continua sempre con sonorità più moderne e fantasiose con gli Allegaeon, band in tour con i Gorod non a caso.
C'è davvero molto estro nel Death Metal della band americana, un Death Metal brioso e spumeggiante che sa unire molto bene la parte più tendente alla tecnica a quella più melodica, con un ibrido accattivante e dinamico. Le strutture non sono sempliciotte e banali, c'è la precisa volontà di fare una proposta realmente personale, a tratti esuberante con cambi di tempo assortiti e una grande quantità di assoli che spesso hanno un retrogusto al limite di certo Power Metal.



Con i Fulci arriva la prima band italiana della giornata: nati da una costola dei Face Your Enemy e germogliati nel rigoglioso collettivo di Caserta Beatdown Clan, dopo tanta dura gavetta e anni di duro lavoro ecco che il gruppo campano raccoglie i frutti di così tanto impegno.
Tour negli states in compagnia di band come Morbid Angel, Suffocation o Cannibal Corpse, molte date europee, partecipazione non solo a molti festival italiani, ma pure esteri: sembra proprio che da un po' di anni a questa parte a questi death metallers campani il vento stia girando per il verso giusto.
Tornati con il buon "Duck Face Killings", il gruppo ha raggiunto negli ultimi anni una certa maturità pure in sede live con la definitiva defenestrazione negli ultimi anni della drum machine, oltre ad un più misurato elemento Ambient-Horror che nel penultimo "Exhumed Information" era in effetti molto sbilanciato.
Al Metalitalia Festival i Fulci decidono di fare la cosa più saggia che si potesse fare: incentrare gran parte della loro scaletta con le canzoni più Slam oriented, così da dare un'ottima scusa ai partecipanti di fare i primi poghi (e crowd surf) selvaggi della giornata. Qualche intaglio Ambient per dare atmosfera e respiro, ed ecco che con le varie "Apocalypse Zombie", "Eye Full of Maggots", "Legion of the Resurrected" o "Tropical Sun" tra le tante e si porta a casa un concerto di livello internazionale. I Fulci non sono esattamente dei paladini dell'innovazione e del virtuosismo, ma hanno personalità e riescono a unire musica ed immagini con grande coerenza: la classica band che mette d'accordo grandi e piccini.



E dopo le sbadilate Brutal Death gentilmente elargite poc'anzi, ora con i Sadist siamo al cospetto della Storia del Technical Death Metal: altro special show della kermesse, questa volta incentrato su quella pietra miliare che è "Tribe", un vero e proprio classico del genere.
Novità di questo tour, oltre a questa speciale scaletta è l'ingresso in formazione di un secondo percussionista che dà ancora più groove al sound, oltre che un sapore più etnico, tribale e fedele al capolavoro che proprio quest'anno compie trent'anni.
Riascoltare le canzoni di "Tribe" fa capire come quel disco era davvero avanti e infatti quelle canzoni non sono invecchiate o meglio, non sentono il peso degli anni intercorsi dalla pubblicazione originale. Questo mi porta a fare una riflessione più ampia: quante band di losers ci sono in giro? Di band che avrebbero meritato ben altro successo e invece hanno raccolto le briciole e se va bene si fregiano dello status di cult band? Detto questo, quante di queste band (spesso italiane, bisogna dirlo aimè) polemizzano su questo fatto, magari dimenticandosi che a volte sono passati anni dal loro ultimo disco decente?
Con i Sadist tutto questo non c'è, non ci sono musi lunghi per il mancato successo commerciale, ma c'è la voglia di fare ottimi concerti (cosa scontata vista la caratura tecnica e l'interplay dei musicisti coinvolti), di continuare a sfornare dischi interessanti e a dare il meglio, magari anche con dei messaggi positivi: quanta dignità che trovo in questa band e che invece da altre parti non trovo!
Con la band ligure è giusto sottolineare la bontà del lavoro fatto da chi si è occupato dell'aspetto sonoro: con sonorità così stratificate che vanno a volte a lambire il Prog e la Fusion è facile fare un cacaio totale e invece c'è stato un lavoro altamente professionale. Bello aver visto questa gloria in un contesto adeguato al suo status,

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Con gli americani Demolition Hammer si passa di palo in frasca a sonorità molto più irruente, selvagge e dritte: Thrash 'till Death è un'espressione che ha davvero senso con loro! Line up di arzilli sessantenni o giù di lì, per quanto mi riguarda sono stati LA band della giornata, un vero e proprio concentrato di attitudine.
C'è chi ha la panza, chi i capelli bianchi, chi ancora è completamente calvo, magari i chitarristi non sono sempre il massimo della precisione, ma quanta potenza ed energia che hanno saputo sprigionare!
Anche qui parliamo di una band che il successo vero non lo ha mai visto, eppure il Live Club era gremito con una partecipazione davvero attiva da parte del pubblico che ha fatto lavorare parecchio gli addetti della security con frotte di persone che pogavano selvaggiamente ed un crowd surfing praticamente continuo. Una sinergia tra band e pubblico che ha esaltato e spronato le due parti a vicenda, come capita solo nei concerti più belli da vivere e da godere.
Gli autori di "Tortured Existence" e di "Epidemic of Violence" salgono in cattedra e fanno capire cosa significa fare un concerto Thrash Metal.
Una chicca meravigliosa che è ritornata in questa edizione del festival.

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Stiamo arrivando verso la conclusione della giornata, ma prima bisogna tassativamente parlare dei Fear Factory, nei quali attorno ad essi non solo c'è tanta curiosità, ma pure grandi aspettative: una line up non esattamente stabile con la cacciata dello storico cantante Burton Bell e l'ingresso del connazionale Milo Silvestro che negli ultimi sta collezionando lodi a raffica, oltre all'ingresso del batterista Pete Webber (Havok).
Togliamo subito ogni dubbio: Milo Silvestro in sede live è un super cantante che si destreggia ottimamente sia nelle parti più sporche che in quelle più pulite, tenendo il palco in ben altro modo rispetto al suo illustre predecessore che seppur abbia quasi inventato uno stile, poi live non riusciva a replicarlo, anzi… nella conclusiva "Resurrection" mette il sigillo ad una prestazione davvero maiuscola. Pure Pete Webber si dimostra un drago dietro alle pelli, bisogna tenere conto che lui ha un'eredità forse ancora più pesante viste le parti di batteria molto complesse imbastite dai suoi predecessori (gente come Raymond Herrera o Gene Hoglan, giusto per dire), con una tecnica chirurgica ed una gran pacca.
Poi il riffing pesante e ritmato di Dino Cazares e il basso corpulento di Tony Campos tengono insieme il tutto: c'è davvero tanto affiatamento tra i quattro, si vede che si divertono a suonare quelle canzoni e a vedere il pubblico attivo e partecipe sulle note delle varie "Shock", "Powershifter", "Edgecrusher", "Soul Hacker" e via discorrendo… ovviamente la doppietta "Demanufacture" e "Obsolete" è protagonista, ma c'è ampio spazio pure per "Digimortal" e le sue incursioni Nu Metal che fanno riflettere sul fatto che forse quel disco meriterebbe di essere riscoperto e rivalutato, mentre tra le pubblicazioni più recenti, gli estratti da "Mechanize" fanno bella mostra di sé.
A metà tra il Groove Metal e l'Industrial Metal, il sound dei Fear Factory è indissolubilmente legato agli anni '90, ed è bello constatare con mano che una band così importante per certo Metal moderno abbia ritrovato una vera e propria seconda giovinezza in sede live: la speranza è che questa line up rimanga stabile e che le vibrazioni positive dei live vengano trasmesse sul nuovo album di inediti che dovrebbe uscire tra poco tempo.



Ed ecco che con i Coroner si giunge alla fine di questa manifestazione musicale e cosa c'è da dire sulla band elvetica? Beh, si rischia di ribadire l'ovvio… La band per ovvie ragioni capita davvero spesso di vederla in Italia, ma per la sua fetta di fedelissimi non è mai abbastanza e questa volta c'è un elemento di novità non secondario, ovvero la pubblicazione di un nuovo album di inediti a distanza di parecchi anni e il bello è che l'ultimo "Dissonance Theory" è stato molto apprezzato in giro, quindi era pure lecito aspettarsi che esso avesse ampio spazio in scaletta e così è stato con quattro canzoni (escludendo l'intro) che ben si amalgamo nel resto della scaletta. Una scaletta che vede come album protagonisti il trittico formato da "No More Color" (1989), "Mental Vortex" (1991) e la spregiudicata vena sperimentale di "Grin" (1993).
Solo un paio di canzoni (tra cui la mitica "Reborn Through Hate") per i primi due album, ma con una discografia di così grande qualità immagino che sia sempre molto complicato comporre delle scalette che rappresentino un po' i vari periodi della band, oltre a mettere d'accordo i vari fans: una band sicuramente unica, un pianeta estraneo nella galassia del Thrash Metal, con della musica che può benissimo essere apprezzata anche da chi mastica il Progressive viste le idee e il coraggio compositivo che gli elvetici hanno sempre avuto.
Concerto come sempre da numeri uno, con un Vetterli alle sei corde mattatore assoluto.



Ed ecco che si conclude così una delle migliori edizioni del Metalitalia Festival, che si riconferma una delle migliori kermesse musicali di un certo tipo che si hanno in Italia non solo per quanto concerne la scelta delle band e la direzione delle giornate, ma anche per tutto ciò che ruota attorno ad esse, rendendo una serie di concerti "più grandi, più grossi e più belli" un vero e proprio festival che lo rende veramente un fest fatto da appassionati per appassionati.

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Report a cura di Seba Dall

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