(17 giugno 2026) IRON MAIDEN: San Siro has fallen!

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Provincia:MI
Costo:non disponibile
Avevo visto gli Iron Maiden l'ultima volta al Wacken 2023, con il fango fino alle ginocchia, e quando lo scorso anno furono annunciate le date del tour 2026 mi dissi: "Anche no". Passano i mesi e il mio interesse per questo concerto continua a gravitare attorno allo zero assoluto. Del resto li ho già visti un buon numero di volte dalla prima, lontana occasione del 1999: perché andare ancora una volta a sentire "sempre le stesse canzoni"? Poi arriviamo a una decina di giorni dall'evento e qualcosa, inspiegabilmente, cambia. La scimmia sale e il mio bisogno di Iron Maiden raggiunge livelli di pericolo. Ci saranno ancora biglietti disponibili? Non parlo delle tribune, quelle non fanno per me. Io sono un animale da pit, lo sono sempre stato e mai cambierò. Controllo online: il concerto è ancora lontano dal sold out e la cosa mi tranquillizza. Ma non ho ancora deciso. Faccio qualche telefonata e scopro che praticamente tutto il popolo metallico che conosco — tranne uno — sarà presente. Quindi, oltre a "quell'uno", l'unico assente sarei praticamente io. La scimmia continua a crescere. Spinge. Insiste. Mi sussurra all'orecchio: "Bello mio, hai fatto trenta, fai trentuno. Prendi questo biglietto e goditi i Maiden". Eppure resisto. Fino a quando non viene pubblicata la scaletta del tour. E, come direbbe Sisto Tech, "eh niente”, capitolo. Vado dal mio tabaccaio di fiducia, controlliamo insieme la disponibilità per il prato e tiro fuori la grana che, tra gabelle, commissioni e balzelli vari, arriva a sfiorare i 180 euro. Sempre meno che online, mannaggia a voi. Esco dal negozio con in mano uno splendido biglietto bianco con Eddie stampato sopra. Quelli di una volta, per intenderci. Quelli che conosciamo bene noi che andavamo ai concerti negli anni Novanta. E, insieme al biglietto, mi porto a casa una sensazione di leggerezza e spensieratezza — non legata all'esborso monetario, sia chiaro — che da tempo non provavo in vista di un concerto. Forse perché, inconsciamente, so che questo non è semplicemente un concerto. È un evento. Una scaletta che per me rasenta l'orgasmo multiplo: sostanzialmente la stessa del tour 2025, al quale però non ero presente nel pit, con in più quella "Infinite Dreams" che non ho mai avuto il piacere di gustarmi dal vivo. E poi c'è la location, quel leggendario San Siro, tempio del calcio e della musica, che per la prima volta apre le sue porte al metallo. E lo fa per chi, da cinquant'anni, porta questa musica in giro per il mondo come nessun altro. Per una notte, la casa del pallone diventa la casa dell'heavy metal. E francamente non riesco a immaginare un battesimo migliore.

Arrivo con un manipolo di amici a Milano intorno alle cinque del pomeriggio. Parcheggiamo stranamente molto vicino allo stadio e, con un colpo di culo davvero eccezionale, praticamente a due passi dall'ingresso 2, uno dei due accessi riservati al prato. Siamo qui, abbiamo parcheggiato, il tempo è magnifico e siamo addirittura in anticipo. Spettacolo. C'è tutto il tempo per dare un'occhiata al merchandise ufficiale, idratarsi a dovere, scambiare due chiacchiere e cazzeggiare un po' prima di entrare, senza fare la minima coda, dentro San Siro. Non ci ero mai stato. Un po' perché del calcio mi interessa relativamente poco, un po' perché nessun artista che seguo aveva mai suonato qui. E devo ammettere che, una volta superati i tornelli, il colpo d'occhio è qualcosa di impressionante. All'improvviso capisco perfettamente perché questo stadio sia famoso in tutto il mondo, e non soltanto per i successi delle squadre milanesi o per le partite leggendarie che nel corso dei decenni hanno scritto pagine di storia su questo prato. C'è qualcosa di speciale nell'imponenza della struttura, nelle sue tribune che sembrano non finire mai e nell'atmosfera che si respira anche quando è ancora mezzo vuoto. È uno di quei luoghi che, appena li vedi dal vivo, ti fanno capire immediatamente perché siano diventati iconici.

Manca ancora circa un'ora all'inizio dell'esibizione dei Trivium e ne approfitto per gironzolare un po' per lo stadio, scambiare quattro chiacchiere con amici e conoscenti incontrati lungo il cammino. Tra questi il sempre disponibilissimo Olaf Thorsen e il mitico Robrokko. C’è anche il tempo di una telefonata con Marco, il mio gym bro, che è con altri amici sugli spalti. Segue un altro fondamentale giro di idratazione e poi, all'improvviso, le luci si spengono. Comincia il delirio. Il compito di scaldare gli animi e preparare il terreno alla Vergine di Ferro spetta ai Trivium. Tuttavia sulla loro esibizione spenderò poche parole, e non per demeriti della band. Semplicemente si tratta di un gruppo che non ho mai seguito particolarmente, che suona un genere che non mi piace e del quale conosco solo una manciata di brani. Tra le poche cose che so sul loro conto c'è che il frontman Matt Heafy ha collaborato con i Ryujin (un tempo conosciuti come Gyze) in alcune loro canzoni. Punto. Per questo motivo preferisco evitare giudizi affrettati o analisi approfondite: sarebbe poco corretto nei confronti di una band comunque importante nel panorama metal mondiale ma che conosco troppo poco. Posso però dire che il pubblico sembra gradire e che il loro compito di aprire la serata viene svolto con professionalità ed energia, contribuendo a creare quell'atmosfera di crescente attesa che, man mano che i minuti scorrono, rende sempre più evidente una cosa: tutti sono qui per lo stesso motivo. Gli Iron Maiden stanno arrivando.



Parte una versione registrata di “Doctor, Doctor” usata come intro, poi vengono sparate a mille “Murders in the Rue Morgue”, “Wrathchild“, “Killers” e 
“Phantom of the Opera”: sto male, ho le lacrime agli occhi. I primi due album dei Maiden sono da sempre i miei preferiti e sentirli aprire il concerto in questo modo mi catapulta immediatamente indietro nel tempo, ai tre giorni trascorsi con Paul Di'Anno e la sua band nel lontano 2001. Ricordi che tornano prepotenti, mentre davanti a me si materializza la colonna sonora di una vita. Altre lacrime. Sono nelle prime file, più o meno in decima posizione, ma nel giro di pochi minuti mi ritrovo catapultato in quarta fila, scaraventato a destra e a manca da un pogo tanto molesto quanto irresistibile. Non c'è il tempo di riprendere fiato.
La voce di Barry Clayton riecheggia nello stadio. E tutti, ma proprio tutti, iniziano a recitare quelle parole come fosse una preghiera imparata a memoria dopo migliaia di ascolti. “Woe to you, oh earth and sea For the Devil sends the beast with wrath Because he knows the time is short Let him who hath understanding Reckon the number of the beast For it is a human number Its number is six hundred and sixty six” e poi quel riff leggendario e riparte il delirio. "The Number of the Beast" è qui, splendida come non mai, seguita a ruota da quella "Infinite Dreams" che, da sola, per molti dei presenti valeva il prezzo del biglietto. Arriva poi uno dei momenti per me più attesi della serata. I ledwall si colorano di giallo, compaiono le piramidi e Bruce indossa la sua caratteristica maschera rituale: è il momento di "Powerslave". E qui cedo definitivamente. Altro giro di lacrime a profusione, che finiscono per mescolarsi al sudore mio e di chi mi sta intorno.
La temperatura nel pit è ormai infernale e la mia maglietta di "Fear of the Dark" ha probabilmente triplicato il proprio peso da quanto è bagnata. Ma, come diceva “quello là”, qui non si molla un cazzo. Stringo i denti e resto davanti ancora per "2 Minutes to Midnight" e per una monumentale "Rime of the Ancient Mariner". Proprio durante quest'ultima riprendo un po' fiato e, conoscendo bene quello che resta della scaletta, decido che è arrivato il momento di fare qualche passo indietro e uscire dalla bolgia. Dopotutto “ho una certa” e aver passato più di metà concerto nelle prime file è già abbastanza per aggiungere un altro gallone sulle spalle. Faccio appena in tempo a raggiungere una zona più tranquilla che parte "Run to the Hills" e, osservando il delirio che continua a consumarsi nelle prime file, capisco immediatamente di aver preso la decisione giusta. Da lì in avanti è un susseguirsi di classici immortali: "Seventh Son of a Seventh Son", "The Trooper", "Hallowed Be Thy Name", "Iron Maiden", "Aces High". Semplicemente stupendo. Poi arriva lei, quella “che probabilmente è la mia canzone preferita dei Maiden…”Fear of the Dark". Sui ledwall compare un'enorme luna piena, mentre una nebbia artificiale si diffonde dal palco. Poi appare Bruce, avvolto nel suo lungo cappotto, con il caratteristico cappello ottocentesco e l'immancabile lanterna verde in mano. Ancora lacrime… Per quanto mi riguarda, già solo questa canzone, eseguita in questo modo e con questa rappresentazione scenica, valeva il prezzo del biglietto. Tutto il resto del concerto è stato grasso che cola.



La serata si chiude in bellezza con "Wasted Years" e, nonostante il caldo soffocante e la stanchezza accumulata, dentro di me vorrei altre venti canzoni. O trenta. Forse le vorrei tutte. Ma bisogna sapersi accontentare e soprattutto rendersi conto di ciò a cui abbiamo appena assistito. Sul palco ci sono dei settantenni che continuano a ruleggiare come pochi altri al mondo. Una band alla quale tutti quei gruppi tanto in voga oggi "possono accompagnare solo". E se avete colto la citazione, sapete esattamente di cosa sto parlando. Nei loro occhi si vede ancora quella scintilla, quella fame, quella “cazzimma" che dovevano avere da ragazzini quando suonavano nei pub inglesi sognando di conquistare il mondo. E la cosa più incredibile è che, dopo averlo conquistato davvero, sono ancora qui. Ancora qui a divertirsi. E cazzo se si divertono. Lo si vede da come si muovono sul palco, da come interagiscono tra loro e con il pubblico, da come affrontano ogni singolo brano con la stessa convinzione di chi ha ancora qualcosa da dimostrare. In un'epoca piena di personaggi costruiti e di finte rockstar che dopo due dischi si sentono più esperti di Rutger Hauer nei panni di Roy Batti che pronuncia le mitiche parole “ho visto cose che voi umani...”, gli Iron Maiden continuano a rappresentare l'esatto contrario: musicisti veri, appassionati veri, gente che ama ancora profondamente ciò che fa. E forse è proprio questo il loro segreto. Non solo suonano heavy metal. Lo vivono ancora.

E qui mi fermo. Potrei andare avanti a parlare della non proprio eccezionale prova di Simon Dawson, del prezzo folle della birra, del caldo fottuto o del perché un certo assolo lo abbia suonato Janick Gers invece di Dave Murray. Potrei aprire l'ennesima discussione sui ledwall, sul fatto che siano o meno adatti agli Iron Maiden. Potrei chiedermi se Bruce abbia preso o meno una determinata nota, se cinquanta euro per una maglietta non siano decisamente troppi o se questo tour sia migliore o peggiore di quello precedente. Ma questa volta me ne fotto. Preferisco continuare a pensare e ripensare allo spettacolo a cui ho appena assistito e alle emozioni che questi anziani inglesi sono stati ancora una volta in grado di regalarmi. Lascio tutte queste seghe mentali ai professionisti del mugugno, ai fenomeni della lamentela perenne e a tutti quelli che, davanti a due ore e più di musica, riescono a vedere soltanto ciò che non ha funzionato. Io, invece, preferisco portarmi a casa il ricordo di una serata straordinaria, di una scaletta da sogno e di una band che, dopo mezzo secolo di carriera, continua ancora a emozionarmi come quando ero ragazzino.
Oggi come ieri.

UP THE IRONS!
Report a cura di Rix619

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