(16 maggio 2026) Hellbrigade Festival XII - Tsjuder + Asagraum + others

Info

Provincia:MI
Costo:45 euro
Anche questa volta Nihil Prod. e Orion Agency ci hanno regalato un festivalino di quelli seri, quasi totalmente devoto alla nera fiamma. Con il compito di scaldare gli animi dei presenti tocca ai Necroshine, autori di un black metal feroce e diretto che riesce subito a creare la giusta atmosfera all’interno del locale. Nonostante nelle prime ore della serata il pubblico non sia ancora particolarmente numeroso, i presenti si dimostrano comunque molto partecipi, sostenendo la band con headbanging e continui incitamenti sotto palco. La formazione italiana punta su un set aggressivo e senza troppi fronzoli, pescando soprattutto dal materiale più blasfemo e rappresentativo della propria discografia. Sicuramente accolte con entusiasmo "Christian Slut" e "Blood of Christ", entrambe tratte da "Dechristianrites", episodi che dal vivo mantengono intatta tutta la loro carica sacrilega e violenta. Non manca inoltre "Invocation of Blasphemy", estratta dall’omonimo lavoro, proposta con grande intensità e capace di trascinare ulteriormente i presenti nelle atmosfere oscure della band. A convincere particolarmente è anche la presenza scenica del cantante, autore di una prova intensa e credibile, capace di dominare il palco con attitudine e carisma pur davanti a un pubblico ancora non troppo compatto. Un’esibizione solida e convincente che contribuisce ad alzare sensibilmente la temperatura dell’Hellbrigade Festival già dalle prime battute della serata.

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Velocissimo cambio di palco ed è il momento dei Chronic Hate, unica incursione death metal della serata. Dopo una breve intro la band rompe immediatamente gli indugi partendo con "The Wrong", tratta dall’ultimo "Defeating the Oblivion of Life", seguita senza respiro da "Regurgitated Brains", anch’essa proveniente dal nuovo lavoro e accolta molto bene dai presenti sotto palco. Il set prosegue mantenendo alta l’intensità con "Reflection on Ruin", estratta dall’omonimo album, e "Contamination" da "The Worst Form of Life", episodi che mettono bene in evidenza il lato più diretto e brutale della formazione. Spazio poi nuovamente all’ultimo disco con "Born to Appear" e "Handcuffed", prima del finale affidato a "Blasphemy" e alla conclusiva "Chronic Hate", entrambe tratte ancora da "Defeating the Oblivion of Life". Nel complesso buona la prova della band, precisa e convincente per tutta la durata dell’esibizione, anche se probabilmente il loro death metal molto diretto e aggressivo è apparso leggermente fuori contesto in una serata fortemente orientata verso sonorità black metal. Da segnalare ancora una volta l’ottima presenza scenica del cantante, capace di tenere costantemente alta l’attenzione del pubblico con una performance intensa e molto coinvolta.

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È quindi il momento dei Nihili Locus, storica formazione di Nichelino attiva sin dal 1991 e probabilmente una delle presenze più particolari dell’intera manifestazione. Fin dal loro ingresso sul palco colpisce infatti l’aspetto completamente disomogeneo dei musicisti: ogni membro sembra appartenere a un contesto differente, senza un reale filo logico né tra gli outfit scelti né con le oscure sonorità proposte dalla band. Un contrasto curioso ma che, in qualche modo, contribuisce a rendere ancora più personale l’identità del gruppo. A catalizzare maggiormente l’attenzione è però il cantante Bruno Blasi, carismatico e teatrale per tutta la durata dell’esibizione, spesso protagonista al centro del palco con il suo inseparabile bastone e un’attitudine quasi rituale. La band propone una setlist fortemente legata alle proprie atmosfere decadenti e malinconiche: "Polveri Cellule", "Pensieri Nebulosi", "Lugubri Lai", "Buio", "Memoriam Tenere" e "Il Tuo Sangue Per I Miei Maiali" si susseguono costruendo un’esibizione oscura, teatrale e decisamente fuori dagli schemi rispetto a quanto visto nelle band precedenti. Una performance particolare, forse non immediata per tutti, ma sicuramente capace di lasciare il segno grazie alla forte personalità del gruppo.

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Altro cambio di palco e tocca ai Death Dies, storica formazione attiva sin dal 1995 e protagonista di una delle prove più solide dell’intera serata. Personalmente non avevo mai avuto occasione di vederli dal vivo fino a questa sera, ma la band è riuscita a convincermi fin dalle prime battute grazie a un’esecuzione precisa e compatta, capace di valorizzare al meglio le proprie sonorità oscure ed aggressive. A dominare completamente la scena è soprattutto il cantante, autentico fulcro della performance: incessante nei movimenti, costantemente impegnato a incitare il pubblico e a occupare ogni angolo del palco, il frontman riesce a mantenere altissima l’intensità per tutta la durata del set. Curiosa e particolare anche la scelta estetica della band, presentatasi senza face painting ad eccezione proprio del cantante, creando così un contrasto visivo piuttosto efficace e inusuale per una serata fortemente orientata al black metal più classico. Molto positiva anche la prova del nuovo bassista Wally Ache, autore di una prestazione decisamente convincente grazie all’utilizzo di un basso fretless che dona ulteriore personalità e profondità al sound della formazione, contribuendo a rendere ancora più particolare l’impatto complessivo del concerto. Un’esibizione intensa e molto riuscita, che conferma ancora una volta la solidità e l’esperienza maturata dai Death Dies in oltre trent’anni di attività.

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Per quello che riguarda Asagraum avevo più o meno presente cosa aspettarmi: avevo visto la band un paio di anni addietro allo Ziggy Club di Torino e dal vivo mi erano piaciute abbastanza e posso dire che nell’occasione odierna tutto sia filato più o meno nello stesso modo. Da allora sono cambiati due elementi del gruppo, ossia basso e seconda chitarra. La curiosità era legata quindi al vedere come questo scambio potesse aver giovato alla band… dentro quindi Simone Van Straten alla sei corde e Mortifero (spero sia il nome corretto, non si trovano info su di lui da nessuna parte…) al basso. La risposta, almeno dal vivo, sembra essere decisamente positiva. Gli Asagraum visti sul palco dell'Hellbrigade sono apparsi compatti, più aggressivi e forse anche leggermente più dinamici rispetto al passato. Obscura continua ovviamente a essere il fulcro assoluto della formazione, dominando la scena con il suo carisma glaciale e quella presenza magnetica che ormai è un marchio di fabbrica del gruppo, ma la nuova line-up sembra aver aggiunto ulteriore solidità a una macchina già ben rodata. Dal punto di vista sonoro la proposta non cambia: black metal feroce, diretto, profondamente legato alla tradizione del genere, ma con una produzione e una resa live abbastanza pulite da permettere di cogliere ogni dettaglio. Proprio Simone Van Straten si è rivelata probabilmente la sorpresa migliore della serata: precisa, scenica il giusto e capace di intrecciarsi molto bene con la chitarra principale senza far rimpiangere chi c’era prima. Anche Mortifero, pur mantenendo un profilo più essenziale, ha contribuito a dare peso e impatto a un’esibizione che non ha praticamente avuto cali. La band ha puntato tutto sull’atmosfera e sulla continuità, senza troppe pause o inutili chiacchiere, lasciando che fossero i brani a parlare. E in un contesto come quello dell’Hellbrigade la formula ha funzionato perfettamente. Certo, forse gli Asagraum non inventano nulla di nuovo e rimangono saldamente ancorati a coordinate piuttosto classiche, ma quando il tutto viene eseguito con convinzione, presenza scenica e una discreta ferocia, sinceramente diventa difficile chiedere molto di più. In mezzo a corpse paint, borchie e blast beat, il loro set ha fatto esattamente ciò che doveva fare: preparare il terreno nel migliore dei modi prima dell’assalto finale dei Tsjuder.

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Ed infine è arrivato il momento dei norvegesi Tsjuder. Li aspettavo da ben 23 anni, da quel leggendario concerto del 2003 al Thunder Road insieme ai connazionali Carpathian Forest. Da allora, purtroppo, non avevo più avuto occasione di rivederli dal vivo. Eppure, nonostante il tempo passato, i nostri vichinghi non hanno perso un solo grammo della loro ferocia: se all’epoca erano degli schiacciasassi, oggi sono diventati una vera macchina da guerra. Un power trio vecchia scuola che ti investe senza concederti un attimo di respiro: nessuna pausa, nessun inutile orpello, soltanto una raffica continua di legnate in puro stile "true norwegian black metal". Nessun compromesso, nessuna contaminazione, nessuna voglia di inseguire improbabili evoluzioni stilistiche: solo assalti frontali degni della peggiore panzer panzer division. Salgono sul palco enormi, minacciosi, biondissimi, coperti di war paint, borchie, spuntoni e armamentario old school come ormai si vede sempre più raramente. Urlano nel microfono “WE ARE TSJUDER, TRUE NORWEGIAN BLACK METAL” e da lì in poi parte con "Sodomizing the Lamb" il massacro sonoro. Dietro le pelli, Emil Wiksten — già noto per i suoi trascorsi con Abbath e Blood Red Throne — è semplicemente devastante: pesta come un fabbro incazzato, riuscendo a donare ai brani una spinta e una dinamica persino superiori rispetto al suo predecessore. Niente discorsi inutili, niente proclami: gli Tsjuder annunciano a malapena i titoli dei pezzi e poi giù il piede sull’acceleratore fino alla fine. L’unico aspetto leggermente sottotono è stato forse il suono del basso di Nag, che tendeva un po’ a perdersi durante gli assoli di chitarra (cosa che ho notato anche sui vari concerti visti su YouTube), mentre Draugluin si divertiva letteralmente a massacrare il Floyd Rose della sua ESP. E a pensarci bene: quanti chitarristi black metal conoscete che usano davvero un Floyd Rose in questo genere? Personalmente, pochissimi… In chiusura, due chicche di livello assoluto: le cover di “Woman of Dark Desire” e “Sacrifice” degli leggendari Bathory. Non vere e proprie sorprese, visto che gli Tsjuder hanno spesso eseguito dal vivo una delle due, ma sentirle entrambe nella stessa scaletta è stata una rarità assoluta. Nemmeno durante la storica esibizione con Frederick Melander al basso durante l’Inferno Metal Festival del 2018 le avevano eseguite entrambe, essendo la scaletta di allora formata da "The Return of Darkness and Evil", "Satan My Master" e "Sacrifice". Che dire… grazie Tsjuder!

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Report a cura di Rix619

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