(01 febbraio 2023) Alestorm + Gloryhammer, Alcatraz @ Milano

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Provincia:MI
Costo:40,25
Niente da fare: evidentemente, il memorabile concerto dello scorso dicembre di Mayhem ed Emperor è stata la classica eccezione che conferma la regola. Per l’ennesima volta infatti, nonostante le buone intenzioni della vigilia, faccio il mio ingresso in un Alcatraz già piuttosto popoloso quando l’apertura del primo gruppo spalla è… alle spalle.
Disonorevoli giochi di parole a parte, faccio comunque in tempo a godermi gli ultimi quattro brani dei baldi…

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Il primo gruppo piratesco di giornata colpisce da subito la mia attenzione sotto profili di segno contrastante.
Da un lato emerge una presenza scenico / estetica non proprio curatissima: i passamontagna neri lasciano qualche perplessità, e non dico un fondale professionale, ma almeno un foglio A3 stampato in bianco e nero col logo lo si poteva attaccare. Invece niente: già esposto e ben visibile quello della band successiva...

Ancor più trasandato, poi, l’elemento squisitamente strumentale. I Nostri, a voler ben vedere, non si cimentano con brani contraddistinti da particolari asperità tecniche (per chi non li conoscesse, il sound dei Rumahoy può venir per sommi capi riassunto così: prendete gli Alestorm, togliete gran parte della componente epica e sostituitela con vagonate aggiuntive di cafonaggine e trashezza danzereccia). Nonostante ciò, i brani vengono comunque suonati in modo approssimativo anzichenò.
Emblematici, in tal senso, le bacchette lanciate, ma raramente riprese al volo, dal drummer Swashbuckling Pete (con conseguente perdita del ritmo), e l’approccio vocale, che definire rudimentale sarebbe eufemistico, del mastodontico frontman Captain Yarrface.

Un naufragio sonoro quindi?
Niente affatto. In verità, è proprio l'attitudine genuina e sguaiata dell’esibizione a rendere irresistibili le melodie caciarone di brani come “Time to Party” e “Pirateship”, accolti con un trasporto ed una partecipazione del pubblico che raramente mi è capitato di registrare per una compagine così “indietro” nel bill.
I Rumahoy, dunque, si congedano dal palco vittoriosi e felici, fra cori ed applausi, a riprova che la capacità di coinvolgere ed intrattenere è dote tanto rara quanto preziosa.
Promossi come lo studente che si presenta all’orale senza aver studiato nulla, ma che la sfanga grazie ad una battutaccia in grado di far scompisciare il professore.

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La faccenda si fa (moderatamente) più seria col successivo act della serata, i Wind Rose. Da oltre dieci anni dediti ad un powerfolk dalla forte componente battagliera, i Nostri confermano la passione per l’immaginario nanesco sin dai costumi di scena e dalle lunghe barbe -bassista a parte, ma lo perdoniamo-.
Chi già conosce la formazione pisana, infatti, saprà che quella delle corpulente creature che abitano le caverne costituisce tematica pressoché esclusiva delle lyrics.

La musica, come ovvio, non può che seguire il passo.
Quindi ampio spazio a ritmiche massicce, cori stentorei e melodie colme di eroismo, con qualche inevitabile (e piacevole) parentesi più divertita: si pensi a “Drunken Dwarves”, non dissimile da alcuni inni etilici dei Korpiklaani, o alla contagiosa coverDiggy Diggy Hole”.
La band, d’altro canto, sembra particolarmente ispirata nei frangenti improntati ad un maggior pathos, come nel caso della rocciosa “Fellows of The Hammer” o dell’iniziale “Army of Stone” (che anche in sede live si conferma uno dei brani migliori che abbiano mai composto).

Le due anime sonore sopra descritte, in ogni caso, convivono senza inciampo alcuno, ed anzi contribuiscono a rendere il set sempre fresco e piacevole. Aiutano poi la causa dei suoni già pregevoli e la possente prestazione del singer Francesco Cavalieri, magari non delicatissimo sotto il profilo canoro, ma perfettamente nel ruolo in termini di timbrica e presenza.

L’audience, davvero partecipe stasera, dimostra anche in questa occasione di apprezzare, intonando cori e non lesinando sugli applausi.
Secondo gruppo e secondo centro quindi, per una serata sinora entusiasmante.
Vediamo come se la caveranno ora i Gloryhammer ed il loro nuovo cantante…

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Melodie zuccherose, tastiere da sigla dei cartoni animati, outfit da cosplayer, testi fantasy / sci-fi dal taglio parodistico… ma hanno anche dei difetti.
Lo so, lo so: i matusa puristi del power metal, fra cui il nostro Graz -si scherza ovviamente: lunga vita al Sommo, che comunque è ancora un fanciullo-, inorridiscono al cospetto di questa nouvelle vague di musicisti travestiti che propongono produzioni plasticose e brani catchy senza serietà, come fosse niente (Mia Martini cit.).

Dal canto mio invece, forse proprio in virtù del fatto che del genere in esame non mi sono mai ritenuto un fanatico, gradisco (soprattutto in sede live) senza eccessivi dilemmi morali il piglio leggiadro e gli intenti di puro intrattenimento di band come i Gloryhammer.
I quali, pur nel disimpegno concettuale che li contraddistingue, si presentano sulle assi dell’Alcatraz con grinta e decisione, investendo i presenti con bordate di neo-power sinfonico ad alta velocità quali “The Siege of Dunkeld (In Hoots We Trust)” e “The Land of Unicorns”, senza dimenticare succosi mid tempo come il manifesto “Gloryhammer”.

Il primo bivio del concerto è costituito dalla fresca “Fly Away”, nella quale il nuovo singer Angus McFife V -Michael per gli amici- ha infine modo di cimentarsi in un brano in tutto e per tutto “suo”.
Al termine della (ottima) esecuzione, in platea ho udito alcuni commenti secondo cui in questo frangente il Nostro fosse visibilmente più a suo agio rispetto a quando deve intonare linee vocali scritte per Thomas Winkler.

Mi permetto umilmente di dissentire: pur riconoscendo al precedente Angus un timbro più graffiante, ho trovato la prestazione di stasera davvero convincente e calzante per il sound del gruppo.
Ciò appare evidente alle mie orecchie sia in occasione degli episodi scritti per un’altra ugola (si pensi al tormentone “Hootsforce”) che in quelli del nuovo corso (l’inedita “Keeper Of The Celestial Flame of Abernethy”, che planerà sul prossimo full length).

Sul resto della formazione poco da dire: al netto di un tappeto piuttosto corposo di tracce, cori ed orchestrazioni preregistrate, assistiamo ad una performance tecnicamente ineccepibile, che permette di inquadrare nella miglior luce possibile ritornelli a presa rapida come quelli di “Masters of the Galaxy” o della virale (nel senso buono del termine) “Universe on Fire”.
Ulteriore conferma di quanto abbia gradito il set degli scozzesi è fornita dal senso di stupore allorquando viene annunciata l’ultima canzone in scaletta, “The Unicorn Invasion of Dundee”.
Come si suol dire: concerto volato, concerto apprezzato -in realtà non si dice, me lo sono inventato ora-. Apprezzamento, peraltro, condiviso da tutti i presenti.

Bravi Gloryhammer: non sarete uno dei gruppi della vita, non cambierete la storia del metal, sarete sciocchini, ma il vostro lavoro sapete farlo a meraviglia. A me va benissimo così.

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La mia malridotta schiena, nonostante il posizionamento a fianco di una salvifica transenna, è ormai ai minimi termini, ma un ultimo sforzo, per gli amati Alestorm, posso farlo.
Il timore che tale fatica non sia ripagata viene spazzata via dalle prime note di “Keelhauled”, capace di fomentare gli animi come pochi altri brani di apertura.

Se la memoria non m’inganna son passati ormai più di quattro anni dall’ultima volta in cui ho avuto il piacere di assistere ad un concerto dei Nostri; eppure, nell’esecuzione dei primi brani, non si coglie il seppur minimo segno di imbolsimento nella compagine scozzese, che spara bordate come “Pirate Metal Drinking Crew” o “The Sunk'n Norwegian” senza colpo ferire.

I suoni funzionano a dovere (anche se forse il basso di Gareth Murdock avrebbe meritato maggior risalto), le melodie ed i cori pirateschi mietono vittime, ed anche episodi recenti come “Cannonball” o “Magellan's Expedition” vengono accolti con estremo calore.
Certo: quando giunge il turno di “Hangover”, che come al solito vede Captain Yarrface salire sul palco a “intonare” il ritornello (oltre a bere una bottiglia di vino in un’unica sorsata), l’Alcatraz esplode letteralmente.

Analogo effetto lo sortisce l’incipit videoludico di “Mexico”, pezzo tutto sommato recente ma ormai assurto al rango di classico imprescindibile in sede live.
La successiva “Tortuga”, invece, viene accolta con maggior distacco, e sospetto che ciò possa dipendere dal fatto che sia inascoltabile (lo stesso Bowes ci scherza sopra mentre la presenta).
Non ne farei certo un dramma, ma se ci si sofferma sul fatto che per inserire quella roba lì siano state accantonate piccole gemme quali “Magnetic North”, “Wolves of the Sea” o “1741 (The Battle of Cartagena)”, un modicum di rimpianto è lecito coltivarlo.

Va bene dai, facciamo presto pace grazie alla gloriosa “Nancy the Tavern Wench” e ad una irresistibile (?) gag in cui un roadie sale sul palco per preparare spaghetti col ketchup (??).
Anche “P.A.R.T.Y.” è decisamente cafona e priva di ritegno, ma rispetto a “Tortuga” si fa senz’altro apprezzare, mentre spetta alla lunga e tortuosa “Death Throes of the Terrorsquid” ripescare un passato più squisitamente metallico che, tuttavia, mi pare non venga colto appieno da alcuni giovinastri.

Il coro implacabile di “Shit Boat (No Fans)” sancisce la fine della prima parte delle ostilità; i nostri eroi dei Sette Mari scendono dal palco, ma vi risalgono dopo pochi istanti per una straripante “Drink”.
Siamo ormai agli sgoccioli; giusto il tempo per “Zombies Ate My Pirate Ship” e per “Fucked With an Anchor”, che fa calare il sipario sulla serata in un tripudio di insulti e diti medi.

Sorvolando su alcune scelte di scaletta non del tutto condivisibili, abbandono il locale felice e soddisfatto, ossia le medesime sensazioni che mi hanno accompagnato alle uscite di ogni show degli Alestorm a cui abbia mai assistito.
Qualcosa vorrà pur significare, no?
Un plauso, dunque, a tutti i gruppi presenti nel bill, ad una organizzazione senza falle, ad un pubblico oltremodo caloroso… ed alla mia schiena, che fra mille acciacchi ha comunque saputo sorreggermi.
Al prossimo concerto, vecchi filibustieri…
[nel frattempo, magari, vedrò di fare un po’ di fisioterapia]

RUMAHOY setlist:
1- Cowboys of the Sea
2- Harambe, the Pirate Gorilla
3- Treasure Gun
4- Not Looking For Love
5- Time to Party
6- Forest Party
7- Pirateship

WIND ROSE setlist:
1- Army of Stone
2- Drunken Dwarves
3- Fellows of the Hammer
4- Mine Mine Mine!
5- Together We Rise
6- Diggy Diggy Hole

GLORYHAMMER setlist:
1- The Siege of Dunkeld (In Hoots We Trust)
2- Gloryhammer
3- The Land of Unicorns
4- Fly Away
5- Keeper Of The Celestial Flame of Abernethy
6- Masters of the Galaxy
7- Hootsforce
8- Angus McFife
9- Universe on Fire
10- The Unicorn Invasion of Dundee

ALESTORM setlist:
1- Keelhauled
2- Pirate Metal Drinking Crew
3- Under Blackened Banners
4- The Sunk'n Norwegian
5- Alestorm
6- Cannonball
7- Hangover
8- Magellan's Expedition
9- Mexico
10- Tortuga
11- Nancy the Tavern Wench
12- Rumpelkombo
13- Shipwrecked
14- P.A.R.T.Y.
15- Death Throes of the Terrorsquid
16- Shit Boat (No Fans)
Encore:
17- Drink
18- Zombies Ate My Pirate Ship
19- Fucked With an Anchor
Report a cura di Marco Cafo Caforio

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