(29 maggio 2012) Fear Factory + Havok - 29 Maggio 2012 (Orion, Roma)

Info

Provincia:RM
Costo:28 euro
Attesissima calata in capitale dei Fear Factory a distanza di sette anni dall’ ultimo live da queste parti che li aveva visti tra i protagonisti del caldo Summer Day in Hell nel 2004.

I recenti avvicendamenti nella line-up hanno suscitato crescente curiosità tra gli affezionati fans e disappunto tra gli inguaribili criticoni ma personalmente il mio approccio alla serata è del tutto positivo poiché i 2/4 della band rimasti immutati corrispondono a due nomi e due garanzie, Burton C.Bell e Dino Cazares (ok Dino, scrivendo 2/4 sono stata gentile) e la new entry al basso è Matt DeVries, ex chitarrista dei Chimaira, passato poi per una breve parentesi ai Six Feet Under, che ho sempre stimato tanto e che sono sicura che farà il suo dovere anche in questo nuovo ruolo essendo lui per primo un fan dichiarato dei FF da sempre.

Unico arcano rimasto, almeno fino all’inizio dello show, è quello relativo a Mike Heller, batterista dei Malignancy e System Device, assoldato in seguito alla confermata dipartita di Gene Hoglan.

Ad aprire la serata abbiamo gli Havok, formazione nata a Denver otto anni fa e dedita a quel thrash anni 80 che strizza un occhio alla Bay Area sull’onda dei Forbidden e l’altro all’ East Coast impattando sui Nuclear Assault e che calca il palco dell’Orion con una grinta contagiosa coerentemente corredata di frangettone ancora una volta eigthies del bassista Jesse De Los Santos, una mina vagante. Ottima la performance dell’ intera band in cui ogni membro si fa notare per abilità tecnica e presenza scenica a tratti anche divertente, passando in rassegna molti pezzi tratti da “Time is up”, uscito via Candlelight Records, e riuscendo a coinvolgere il pubblico intervenuto fin a quel momento che, sia pur non ancora in numero eccezionale, risponde positivamente alla loro genuina e “thrashinante” attitudine. Il cantante/chitarrista David Sanchez pare abbia marchiato a fuoco sulle proprie corde vocali “I <3 Thrash” e non manca di scherzare sul palco con l’altro chitarrista, Reece Scrugg.

I due regalano un simpatico siparietto quando, impegnati in un velocissimo e complesso solo, si accostano tenendo fissi gli occhi dell’uno sull’altro e nel frattempo le mani corrono sui manici delle rispettive Esp come schegge impazzite. Magistrale il minuto Pete Webber che ha picchiato le pelli come se non ci fosse un domani. Esaurita la loro furiosa setlist in circa 45 minuti gli Havok salutano il pubblico ormai caldo riconoscenti e con un sorrisone stampato in faccia fino alla fine. I più saranno rimasti indifferenti alla loro formula musicale già ampiamente collaudata un trentennio fa da svariate bands ma bisogna riconoscere che obiettivamente trasudano passione e voglia di ribaltare il palco e divertirsi.

Quando ormai la pausa per il cambio palco e gli ultimi checks è esaurita il pubblico è pressoché raddoppiato e ben distribuito all’interno dell’ Orion, dove se non altro non si rischia l’asfissia grazie agli ampi spazi tipici di un locale adibito a discoteca. I led blu elettrico che corrono intorno ai gradini non fanno altro che richiamare alla mente il “blu Fear Factory” del periodo Demanufacture e proprio mentre faccio questa osservazione degna di un interior designer ecco che arriva l’ intro scelto da Burton&co tratto dalla colonna sonora di Dune a farmi rinsavire e a riportarmi alla mente che la scelta non è sicuramente casuale dato che i Fear Factory avevano già subito il fascino di Frank Herbert citandolo nel titolo del loro ep “Fear is the Mindkiller”. Le luci e l’atmosfera calamitano immediatamente l’attenzione verso il palco quando ormai i paladini del cyber-metal vi hanno già fatto irruzione accolti dall’ ovazione generale. Si parte con la tripletta tratta dal concept Obsolete, “Shock”, “Edgecrusher”, “Smasher/Devourer”, quasi un intenzionale scelta strategica nel giocare coi sentimenti, un tuffo pilotato nel passato, proprio nello stesso running order dell’album; ciò funziona, è inevitabile, a conferma di quanto detto all’inizio, Burton C.Bell e Dino Cazares, indipendentemente dalle vicende relazionali in stile Beautiful che li hanno visti separarsi e ricongiungersi negli anni, rappresentano una sacrosanta garanzia, quella di far sentire ancora viva e pulsante l’anima dei Fear Factory.

Il pubblico è infatti già in delirio e perdona le numerose stecche di Burton che in ogni caso controbilancia il tutto nelle parti non pulite dispensando growl che ancora fanno di lui il grandissimo performer che tutti conosciamo; tra un pezzo e l’altro non manca di salutare e fare quattro chiacchiere con i fans, cercando continuamente il contatto e a supportarlo nel fomentare gli astanti interviene anche Dino, che ricorda sempre più l’animale domestico dei Flinstones per forma e dimensione oltre che per il nome ma che per le sue 7 corde conserva sempre la stessa micidiale plettrata pesante ma chirurgicamente precisa.

Ciò che manca è il muro di suono alla batteria, Mike Heller è indubbiamente un drummer assai preparato ma in quest’occasione è stato davvero impossibile carpirne le sfaccettature, sempre che ce ne fossero, per via dei suoni triggeratissimi che non lasciavano spazio ad interpretazioni o a sbavature ma del resto l’onerosa eredità lasciata da Herrera e da Hoglan non è esattamente facile da gestire.

La scaletta prosegue con un salto in Digimortal andando a pescare “Acres of Skin” e “Linchpin” che probabilmente avrei sostituito con pezzi a mio avviso molto più degni di rientrare nella proposta live ma del resto è cosa nota che Mr. Cazares non sarebbe contento di suonare “Archetype” o “Cyberwaste” o meglio ancora “Slave Labor”. Come direbbero a Roma: rosicone!

Altri intensi momenti del live sono offerti da “Powershifter”/“Fear Campaign”/”Christploitation” che dimostrano quanto il penultimo album “Mechanize”, per quanto recente, sia ormai entrato a pieno regime negli ascolti regolari dei presenti che di lì a poco esploderanno letteralmente quando sulla catena di montaggio della Fabbrica della Paura verrano riassemblate le hits tratte dal capolavoro “Demanufacture”, si parte con la titletrack in cui Burton lascia al pubblico il compito di ribadire le lyrics: “I’ve got no more goddamn regrets/I’ve got no more goddamn respects” e non si fa in tempo a riprendere fiato che arriva un’ ottimamente eseguita “Self Bias Resistor”. Mentre Bell ne approfitta ridimensionando i movimenti a favore della prestazione vocale e riprendendosi per il finale Matt DeVries continua imperterrito la sua personale campagna a favore dell’ headbanging portata avanti dall’inizio alla fine del live e conferma la sua possente presenza scenica a cui ci aveva abituato nei Chimaira e lasciando spesso intuire la sua natura di chitarrista, qui in veste di bassista, ma facendo comunque passare questo dettaglio come un pregio.

Una voce registrata proclama “Finish Him”, è tratta da Mortal Kombat e preannuncia ai nerd in grado di cogliere la citazione l’arrivo di “Zero Signal”, all’epoca inclusa proprio nella colonna sonora dell’omonimo film e a seguire, sempre rispettando lo stesso ordine dell’album, come a dover osservare un preciso protocollo di produzione meccanizzato, “Replica”, tradizionalmente suonata come pezzo di chiusura e ovviamente cantata energicamente da tutti i presenti che avrebbero gradito sicuramente un bis. Invece niente da fare, niente bis, la musica finisce, gli impianti della Factory vengono disattivati e arrivano i saluti affettuosi alle prime file, mi becco un cinque da tutti più un bonus di stretta di mano con inchino da parte di Burton che mi strappa l’ennesimo sorriso di soddisfazione della serata.

NB: Un peccato che questa data per niente strategica abbia anticipato l’uscita del nuovo album, “The Industrialist”; all’ Orion ne è stato proposta la sola “Recharger” che lascia intuire un prodotto degno del nome dei FF. Burton non ha mancato di ricordare la data di uscita, l’ha ripetuta imitando un robot e mandando in delirio il pubblico, che così galvanizzato dall’ euforia del momento avrebbe presumibilmente acquistato il cd direttamente nell’area merch.

Magari alla prossima rifletteranno sull’ utilità di andare in tour muniti di cd, è un dettaglio che serve se l’intenzione è quella di fare promozione.

SETLIST HAVOK
No Amnesty
Fatal Intervention
D.O.A.
Time Is Up
Out Of MyWay
Morbid Symmetry
Paint Of No Return
Covering Fire
Afterburner


SETLIST FEAR FACTORY
Shock
Edgecrusher
Smasher/Devourer
AcresOfSkin
Linchpin
Powershifter
Fear Campaign
Christploitation
Recharger
Martyr
Scapegoat
Demanufacture
Self Bias Resistor

Zero Signal
Replica

FOTO EFFETTUATE E CORTESEMENTE FORNITE DA OMBRETTA CIARROCCHI
Report a cura di Paola 'Giggle' Suppressa

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