Copertina 8,5

Info

Anno di uscita:2018
Durata:36 min.
Etichetta:Sumerian

Tracklist

  1. CONDEMNED TO THE GALLOWS
  2. HOUSE ORGAN
  3. YELLOW EYES
  4. MILLIONS
  5. GOLD DISTANCE" (INSTRUMENTAL)
  6. BLOT

Line up

  • Dan Briggs: bass
  • Blake Richardson; drums
  • Tommy Giles Rogers Jr.; vocals, keyboards
  • Paul Waggoner; guitars
  • Dustie Waring: guitars

Voto medio utenti

Cosa succederebbe se tutti potessero guardare i nostri sogni? Se potessero essere oggetto di intrattenimento alla stregua di un reality? E cosa sarebbe di noi se ci venisse sottratto quello che è più intimo?
Non ci troviamo dinanzi ad un nuovo episodio della popolare e fortunata serie tv Black Mirror, ma al nuovo concept album dei Between the Buried and Me, tornati a distanza di tre anni da "Coma Eclipti", per la gioia di tutti gli amanti del progressive metal più estremo e complesso.
Particolare la strategia di marketing che ha letteralmente spezzato in due l’opera, con la prima parte pubblicata a marzo e la seconda a luglio, scelta che alla luce dei fatti reputo addirittura controproducente.
La giustificazione che alcuni, compresa la band, hanno dato, è che in questo modo si ha la possibilità di metabolizzare meglio e con maggiore calma la complessa proposta musicale. Tesi su cui non concordo minimamente, visto il senso di insoddisfazione quando l’ascolto si interrompe alla fina della prima parte, dopo appena 36 minuti, a fronte di una seconda di appena 32 minuti.
Ma entriamo nel vivo dell’album.
"Condamned to the Gallows", si muove nel loro classico stile, tra arpeggi, crescendo, accelerazioni death, melodie che si fanno spazio tra riff assassini e il cantato di Tommy Giles Rogers che si destreggia sempre perfettamente tra harsh e clean vocals oltre al prezioso apporto delle tastiere. Una perfetta fusione tra la violenza di un Greg Puciato e i proclami alieni di Denis “Snake” Belanger.
"House Organ" è un brano più diretto, che parte con un terremoto deathcore ma che verso la metà placa i toni, grazie ad una sinistra melodia che prende il sopravvento sorretta dal cantato pulito di Giles.
Con "Yellow Eyes" si torna in pieno territorio folle: una serie impressionante di cambi di tempo e di atmosfere, un ritornello sgangherato stile Voivod e un continuo ed ininterrotto aggrovigliamento di riff su riff, dove c’è spazio persino per un assolo di batteria. Insomma, un brano difficile da descrivere, che vi farà venire gialli non solamente gli occhi.
"Millions" vorrebbe essere la ballad del disco, per l’inizio quasi post rock, ma ben presto evolve in tutt’altro, sorretta da riff minacciosi su cui si staglia il cantato multiforme di Giles. Etereo e strano il refrain, che dona al tutto un non so che di sognante, ma di quei sogni in cui ci si sveglia un po’ agitati.
"Gold Distance" è un'intro elettronica per il brano più lungo della prima parte, "Blot". Un arpeggio di quello che sembra un sitar, immediatamente seguito da una cascata impazzita di riff, improvvise pause, accelerazioni e poi la liberazione in un meraviglioso e finalmente arioso ritornello. Presto si ritorna nell’inferno dei controtempi, dei break e delle harsh vocals. Un sound continuamente mutevole ci conduce ad una parte centrale apparentemente più d’atmosfera, ma la pace in un disco dei BTBAM non dura mai troppo, così il pulsare del basso e il rullare della batteria preannunciano un imminente assalto sonoro. A concludere ancora l’ottimo ritornello, con un crescendo che, diciamolo, fa un po’ Dream Theater.
Ed è proprio dai Dream Theater che riparte la seconda parte, perché i primi due minuti di "The Proverbial Below" sono un assalto prog metal che non lascia superstiti. La band non si spreca, regalandoci assoli e momenti melodici che si intersecano con altri più estremi.
Gilde è un breve intermezzo da cantastorie di locali fumosi, alla Tom Waits per intenderci, con tanto di fisarmonica sgraziata, sonorità circensi e piano ad accompagnare. Il collegamento è immediato con "Voice of Trespass": un veloce swing con tanto di fiati mette in mostra la vena più jazz fusion della band, con un’interpretazione dei generi alla loro maniera. Assoli “puliti” di ogni strumento, atmosfera festosa ma verso metà il brano riprende maggiore consistenza metal.
"The Grid" si apre con un tema arioso (ancora una volta aleggia lo spettro dei Dream Theater), presto interrotto dalle classiche combinazioni sfuriata-stacco-calma-risfuriata. Si conclude con maggiore tranquillità, con il cantato pulito su un arpeggio insistito e un bel solo di chitarra.
Perfetta la prova della band, con la sezione ritmica Briggs/Richardson di una potenza e complessità inaudita, le due chitarre instancabili e con la solita interpretazione maiuscola di Thom Giles,
Nei BTBAM l’estremismo e la complessità diventano gli elementi portanti. Se negli anni la componente estrema è andata affievolendosi, la complessità è rimasta intatta. La loro musica rifugge da ogni tentativo di semplificazione e commercializzazione. Se pure ci sono passaggi melodici non sono mai sdolcinati e subito alternati ad improvvisi squarci di violenza , intricate soluzioni ritmiche e cascate di riff contorti.
Giunti al loro nono disco la band non ha più bisogno di “stupire con effetti speciali”, ma continua a proporre la propria formula in cui coesistono hardcore, death metal, progressive metal e passaggi jazz/fusion, dosati diversamente ma che rende la band riconoscibile fin dai primi ascolti.
"Automata" è l’ennesimo disco enorme, nonostante una strategia di pubblicazione che lascia più dubbi che certezze. Richiederà tempo e attenzione per essere assimilato a dovere, come ogni altro lavoro di una discografia qualitativamente impressionante.

A cura di Antonio Cristiano
Recensione a cura di Ghost Writer

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