Magenta#9 - Quando il metallo lascia spazio al rock!

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Gruppo:Magenta#9

Poche settimane fa abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Amos, chitarrista e leader dei Rain. Oggi ne abbiamo approfittato per fare il punto della situazione sul suo side project Magenta#9 dove si diverte a dare spazio alla sua anima più rock...

Ciao Amos, l'ultima volta che ci siamo sentiti è stato per i Rain, ora tocca ai Magenta#9, una band forse nuova per molti dei lettori di metal.it: ti andrebbe di raccontarci chi siete e cosa fate?
Magenta#9 è la mia faccia narrativa. Con i Rain il linguaggio è metal: diretto, fisico, senza fronzoli. Con Magenta#9 lavoro su canzoni rock italiane dove contano testo, interpretazione e atmosfera, ma con la stessa attitudine da palco. Non siamo “il progetto morbido”: siamo un progetto diverso, con un’identità precisa, pensato per essere credibile e per funzionare live.
Come è nato il nome Magenta#9 e cosa significa?
È molto concreto: Magenta#9 è il civico del mio primo appartamento in via Magenta, a Bologna, in Bolognina. Lì vivevo quando è nata la band. Quindi sì, è un nome che suona evocativo, ma nasce da un posto vero: un indirizzo, una fase della vita, un punto zero. È una specie di targa: ti ricorda da dove parti quando poi succedono cose grosse.

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Così come coi Rain, tua main band, anche coi Magenta#9 ti diverti a realizzare alcune cover, ultima dei quali “Il Cielo In Una Stanza” di Gino Paoli. Come mai avete scelto proprio questa canzone?
Perché è una canzone enorme, una di quelle che non hanno bisogno di niente per colpire: solo scrittura e verità. Oggi, con Gino che se n’è andato da pochi giorni, quella scelta pesa ancora di più. Noi non facciamo cover per riempire una scaletta: le facciamo quando c’è rispetto e quando sappiamo di poterci mettere la faccia. E il fatto che poi con lui abbiamo realizzato anche un remix ufficiale, disponibile su Spotify, per me è un segno che resta. Il primo maggio lo onoreremo aprendo in Piazza Maggiore a Bologna proprio con “Il Cielo In Una Stanza”: non per scena, ma per dire grazie nel modo più pulito, con la musica.
Se non ricordo male grazie a questa cover eravate riusciti anche ad incontrate il grande Gino
Sì. Dopo la cover, sua moglie Paola l’ha notata leggendo un articolo sul Resto del Carlino, ci hanno contattati e ci hanno invitati da loro: pranzo insieme e la copia del vinile. Non è stato “il selfie col mito”: è stato un momento umano, vero, di quelli che ti rimettono al posto giusto. Adesso che Gino non c’è più, mi resta soprattutto questo: l’onore e la gratitudine. E la responsabilità di suonare quella canzone con rispetto, davanti alla nostra città, il primo maggio in Piazza Maggiore.
Cosa ci racconti invece della cover di "Gelati" degli Skiantos?
Gli Skiantos sono Bologna, ma soprattutto sono libertà. “Gelati” sembra una cretinata, ma è chirurgica: dissacrante, popolare, eppure lucidissima. Farla è stato un atto d’amore, ma anche un rischio: con gli Skiantos non puoi barare, perché se scimmiotti fai una figura tremenda. Noi l’abbiamo trattata come merita: senza parodia, ma con attitudine.
Nel 2024 avete suonato allo stadio di San Siro di spalla a Vasco Rossi… direi che qui ci devi raccontare un po' di cose!
San Siro non è “un palco grande”: è un’altra grammatica. Pressione, responsabilità, ritmi da macchina da guerra, e una quantità di persone che se sbagli te la senti addosso fisicamente. La cosa paradossale e bellissima del backstage è che era assolutamente vietato fumare e bere alcolici… noi l’abbiamo fatto lo stesso, con tutti gli annessi del caso. Finito lo show di Vasco allo stadio non siamo nemmeno riusciti a “rientrare”: adrenalina troppo alta. Siamo andati in giro per Milano fino al mattino a fare baracca, perché quella botta non scendeva.

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Molte volte, soprattutto nel metal, quando un musicista decide di creare un "side project" spesso rimane in "sentieri già battuti e sicuri", mentre tu, coi Magenta#9, hai cambiato addirittura genere musicale: vuoi raccontarci la genesi che ha portato a questo tuo progetto parallelo?
Perché sarebbe stato comodo fare “i Rain ma con un altro nome”. A me le cose comode non mi gasano, odio le scorciatoie. Magenta#9 nasce dal mio bisogno di scrivere e interpretare in un modo diverso: più spazio alle parole, alle dinamiche, alla tensione emotiva. Non è un tradimento del metal: è un’estensione. Io sono sempre lo stesso; cambia il vestito, non cambia l’attitudine.
Nel 2020 avete partecipato anche a Sanremo rock: cosa ti ricordi di quell'esperienza? Te lo chiedo soprattutto per un parallelo fra come hai vissuto quei momenti e, per esempio, momenti ben più metallici della tua carriera da musicista come il Wacken del 2024...
Sanremo Rock è una prova diversa: più contesto, più vetrina, più percezione esterna. Ti mette davanti a un ambiente che ragiona in modo differente rispetto ai circuiti metal. Wacken invece è verità pura: lì o reggi o ti schiaccia, senza sconti. Il parallelo però è semplice: in entrambi i casi vinci solo se sei te stesso. Se provi ad adattarti per piacere, ti sgamano subito.
Anni fa avete inciso "Non Si Può" ma, a conti fatti, mi pare che voi non vi siate dati limiti a ciò che si potesse o non si potesse ottenere visti i risultati di questi anni...
Esatto. Quel titolo era provocazione e realtà insieme. “Non si può” è spesso la frase di chi ha paura di provarci o di chi si accontenta del minimo. Noi abbiamo sempre fatto un passo alla volta, ma fatto sul serio: canzoni, live, identità, lavoro. I risultati non arrivano perché li chiedi: arrivano perché ti presenti preparato, anche quando non ti guarda nessuno.
In tutta onestà, per quanto siano sicuramente traguardi diversi, sei più soddisfatto di quanto fatto coi Rain o coi Magenta#9? E per entrambe le band, cosa non sei ancora riuscito a realizzare ma che ti piacerebbe provare?
Non faccio classifiche tra figli. I Rain sono la colonna vertebrale: storia, metal, disciplina, palco duro. Magenta#9 è la parte narrativa: canzone, interpretazione, un altro tipo di impatto. Sono soddisfatto quando una band è credibile e quando le canzoni reggono dal vivo: quello vale per entrambe. Cosa manca? Sempre alzare l’asticella. Con i Rain: spingere ancora di più su release di qualità e palchi internazionali senza compromessi. Con Magenta#9: consolidare un pubblico che non arrivi per curiosità, ma perché riconosce l’identità della band e la segue per le sue canzoni. Il mio traguardo non è “aver fatto cose”: è farle in modo che restino.
Intervista a cura di Rix619

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