Continua il mio viaggio nei meandri del matallo tricolore e questa volta ho avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con Summum Algor, batterista e fondatore degli Adversam, una delle realtà black metal più interessanti e longeve della nostra penisola. Buona lettura!
Ciao e benvenuto. Direi di cominciare col nuovo disco "Daimon" partendo dal ciò che subito mi colpisce ossia la copertina: nonostante richiami immediatamente al black metal non la considero la classica cover black metal… vuoi raccontarci chi l’ha disegnata, cosa rappresenta e come si lega alla musica e ai testi?
La copertina è stata realizzata da
Beatrice Rain Art, un'artista eccezionale che ha saputo tradurre in immagini la complessità filosofica e psicologica di Daimon. L'opera si distacca dai canoni estetici tradizionali del genere per esplorare un territorio più intimo e psicologico. Visivamente, il dipinto mette in scena il processo di identificazione dell'Io e l'integrazione dell'Ombra: le radici profonde rappresentano l'inconscio personale e collettivo, la materia oscura e primordiale da cui ognuno di noi trae origine e in cui risiedono gli aspetti rifiutati di noi stessi; la figura al centro non è un corpo integro, ma un insieme di frammenti che cercano di ricomporsi, simboleggia l'Io che, attraversando il dolore e la discesa nei propri abissi personali, tenta di integrarsi e trovare una sintesi, un'unione tra la propria parte cosciente e quella inconscia; la posizione delle mani della figura richiama esplicitamente l'antico precetto alchemico... una mano è rivolta verso l'alto a dissolvere (solve) la materia nel vortice cosmico, l'altra è rivolta verso il basso per ricomporre e manifestare (coagula) lo spirito nella terra. È la trasmutazione della sofferenza in consapevolezza; Il vortice cosmico e i cerchi concentrici indicano la sincronicità e la tensione verso il Sé, inteso come totalità psichica, dove l'oscurità interiore trova finalmente un senso universale. Questo dualismo si riflette perfettamente nella nostra proposta sonora. Il sound di Daimon non è monocromatico: è una lama affilata, un assalto diretto, abrasivo e spigoloso che incarna la violenza primordiale e il concetto stesso del "male" inteso come forza disintegratrice. Eppure, come nel processo alchemico, questa furia è capace di trasmutare, aprendosi a passaggi catartici di profonda solennità, a rallentamenti e ad atmosfere siderali. L’intento è di evocare quel senso di perturbante e di misterioso smarrimento che si prova quando si decide di guardare dentro il proprio abisso. La copertina è, in sostanza, l'oscurità interiore resa visibile prima ancora di essere resa udibile.

Vuoi raccontarci quale sia stata la genesi di "Daimon"?
"Daimon" è nato da una necessità di rottura e, allo stesso tempo, di integrazione. Abbiamo sentito il bisogno di scavare nell'Ombra, non come concetto astratto, ma come realtà psicologica. La sua genesi è stata lunga, complessa e quasi catartica: abbiamo smesso di guardare fuori e abbiamo iniziato a guardare esclusivamente dentro. Questo viaggio introspettivo ha richiesto molto tempo anche da un punto di vista puramente compositivo. Gli arrangiamenti di Daimon sono estremamente articolati e stratificati; non siamo una band che ama dare alle stampe lavori approssimativi o frettolosi. Al contrario, sentiamo il dovere artistico di curare ogni singolo dettaglio, ogni frequenza e ogni sfumatura fino a quando non siamo pienamente soddisfatti e sicuri che tutto abbia trovato l'equilibrio perfetto per descrivere il nostro Daimon. Solo quando ogni tassello è andato al suo posto abbiamo capito che il disco era finalmente pronto.
Quale pensi che sia la canzone di “Daimon” che rappresenti al meglio gli Adversam di oggi?
Non è affatto semplice, probabilmente
"Fall of Illusions" ed
"Essense of Existence" rappresentano la nostra attuale forma perché fondono la ferocia primordiale del black metal con quella stratificazione atmosferica e oscura che oggi dominiamo con più consapevolezza. In tutto l’album coesistono il dominio cosciente sulle profondità dell'abisso, l'incedere di melodie sommerse e perturbanti, e una devastazione sonora che rifiuta, per sua stessa natura, ogni forma di mediazione.
Come mai passa sempre così tanto tempo fra un lavoro in studio e l’altro?
Non siamo una band che "produce" musica per restare sul mercato. Noi viviamo il processo creativo come un rito. Il tempo che passa è il tempo necessario affinché le esperienze si trasformino in suono, affinché l'Ombra maturi. Rilasciare un disco ogni due anni significherebbe per noi svuotare il messaggio. Gli
Adversam si manifestano solo quando hanno qualcosa di realmente viscerale da comunicare.
Nonostante le tastiere siano sempre state una costante del vostro sound siete sempre riusciti a mantenere un sound decisamente potente: è stato un processo naturale o è stata una scelta a tavolino? TI chiedo questo perché spesso accade che le band che utilizzano questo strumento con gli anni tendano ad ammorbidirsi e diventare prima o poi dei “cloni” di band come i Dimmu Borgir, cosa che invece a voi non è mai successo!
È un processo assolutamente naturale che deriva dal nostro background e dalla nostra visione artistica. Non c'è alcuna pianificazione a tavolino. Per noi i synth non sono un
semplice elemento di contorno, né servono a "ingentilire" il suono o a renderlo orchestrale, pomposo e artificialmente maestoso. Al contrario, concepiamo i sintetizzatori come un arricchimento viscerale che spesso determina l'impronta stessa delle nostre composizioni. Sono lo strumento d'elezione per rendere il nostro sound più disturbante, profondo e iniziatico. I synth agiscono come un collante oscuro: sono ciò che rende davvero evocativa la furia cieca delle chitarre, che conferisce solennità all'irruenza della batteria, che amplifica lo strazio disperato della voce e che si fonde con la cupa ritualità del basso. Non addolciscono la violenza, ma la elevano, trasformando l'assalto sonoro in un viaggio interiore e multidimensionale.
Qualche anno fa avete ristampato "The Black Diamond Gates" aggiungendo delle tracce live a quelle del demo originale. Non avete mai pensato di reinterpretare quei pezzi con l’attuale line up e riregistrare il tutto (come fatto da altri gruppi) dandogli un taglio odierno? Cosa pensi di questo tipo di operazioni che sempre più spesso appaiono nel panorama metal?
Rispettiamo chi lo fa, ma noi preferiamo guardare avanti. Quei pezzi appartengono a un momento storico che era giusto lasciare cristallizzato in quel formato. Reinterpretarli oggi darebbe forse loro una qualità tecnica superiore, ma toglierebbe quell'anima "torbida" e autentica del demo originale. Riproponiamo sempre dal vivo
“Lucifer Crowned...” uno dei brani del demo per celebrarlo.
Negli ultimi anni ho avuto il piacere di vedervi dal vivo svariate volte una delle quali è stata di spalla a Nargaroth: personalmente preferite suonare di spalla a gruppi “più blasonati” come in questo caso o preferite contesti diversi dove siete voi gli headliner?
Ogni rito ha la sua dignità. Suonare di spalla a band note permette di confrontarti con un pubblico più ampio, ma essere headliner in un club underground ha un fascino indiscutibile.
a
A proposito di quel concerto direi che due parole sarebbero da spendere per la location, una chiesa sconsacrata al centro del paese di Pinerolo, qualcosa di mio avviso molto suggestivo per delle band black metal…
Suggestiva è un eufemismo. Al di là di ogni retorica religiosa, quel luogo possiede un’enorme forza estetica e monumentale . L'architettura sacra, spogliata della sua funzione liturgica originale, si rivela per ciò che è realmente: un catalizzatore di emozioni, un luogo che amplifica la maestosità della musica, specialmente del Black Metal, che impone rispetto e distacco dal mondo esterno. C'è una sacralità puramente artistica e monumentale in quelle mura, la musica acquisisce una dimensione quasi teatrale, imponente e profondamente solenne.
Rimanendo sul versante live, quali sono i vostri progetti per promuovere il nuovo "Daimon"?
Per promuovere Daimon abbiamo scelto di concentrarci su eventi e date accuratamente selezionati. La nostra proposta sonora e concettuale è complessa, stratificata, e richiede una cura millimetrica per poter essere espressa dal vivo senza perdere la sua forza originaria. Per noi è fondamentale offrire un'esperienza live di assoluto spessore, in cui la qualità tecnica ed emotiva sia senza compromessi; vogliamo che chiunque assista a un nostro concerto possa immergersi totalmente nelle atmosfere e nelle sfumature del nuovo album. Nutriamo un profondo rispetto per il pubblico – sia per chi ci segue da tempo, sia per chi si accosta alla nostra proposta per la prima volta – e crediamo che questo rispetto si dimostri innanzitutto non assecondando la quantità, ma preservando l'unicità e la sacralità dell'evento dal vivo.
Molte band, col passare degli anni, lasciano per strada tutti gli orpelli visivi come il face painting e tendono a salire sul palco in jeans e maglietta… per fare nomi illustri mi vengono in mente Emperor e Satanic Warmaster… Personalmente penso che quando vado ad un concerto dal vivo anche il lato visivo sia importante, in quanto parte integrale dello show. Qual è la vostra posizione in merito, considerando che voi non avete mai abbandonato il face painting?
Per noi il face painting non è un orpello estetico o un retaggio del passato, ma un simbolo di trasfigurazione. Non intendiamo il face painting come uno schermo per nascondere o cancellare l'Io cosciente, ma come il catalizzatore che ne permette l'integrazione con l'Ombra, rivelando la totalità del Sé. Sul palco, il trucco diventa lo strumento visivo e psichico attraverso cui queste due polarità della mente cessano di combattersi e iniziano a dialogare, dando finalmente voce al Daimon. C’è un legame indissolubile tra questo rituale e il concetto espresso nella copertina de disco: quel volto sospeso tra il visibile e l’invisibile, quel confine sfumato tra la carne e
l'ombra. Il trucco sul palco è la trasposizione fisica di quell’opera visiva. Chi sceglie di abbandonarlo ha probabilmente mutato il proprio approccio all'arte. Il lato visivo è parte integrante del rito: se rimuovi questo diaframma, se rifiuti di farti specchio dell'oscurità come mostrato nell'artwork, rischi di spezzare il legame con l'abisso che stai cercando di narrare.
Siete una delle band più longeve del panorama estremo italiano: tirando le somme, c’è qualcosa che non siete riusciti a realizzare come band e che vorreste provare a raggiungere nei prossimi anni magari proprio grazie a "Daimon"?
Con
"Daimon" desideriamo raggiungere quel pubblico elettivo che non cerca la semplice fruizione musicale, ma un'esperienza trasformativa. Vorremmo che questo disco venisse percepito come un punto di riferimento per chi crede che il black metal sia ancora una forma d'arte profonda, psicologica e perturbante. Il nostro obiettivo non sono i numeri, ma la persistenza del messaggio nel tempo. Essere ancora qui, testimoni di una proposta più oscura e potente di prima, rappresenta la più autentica conferma del nostro cammino.