Tra studio, palco e una visione della musica profondamente legata all’esperienza diretta, la band si muove con una coerenza rara in un panorama sempre più veloce e frammentato. Dalla collaborazione con produttori di livello internazionale alla costruzione di videoclip sempre più curati, fino al rapporto con un pubblico che rappresenta una parte fondamentale del loro immaginario, il percorso recente segna una crescita costante sia artistica che umana. In questa intervista si parla di scelte creative, di approccio alla produzione, di identità visiva e sonora, ma anche di quella dimensione più concreta e quotidiana che spesso resta fuori dalle luci del palco: il lavoro in studio, le idee che nascono in modo spontaneo e il modo in cui una band continua a costruire la propria strada senza perdere autenticità… buona lettura!
Cominciamo parlando del nuovo album: come mai un EP a questo punto della vostra carriera?
Chiara: Alla fine è nato tutto in maniera molto spontanea, un po’ come succede sempre con noi. Io e Giulio siamo quelli che si occupano principalmente della composizione dei brani e, in questo caso, lui si è presentato con una serie di pezzi che, appena ascoltati insieme, ci hanno subito trasmesso qualcosa di forte. Ci siamo guardati e la sensazione era semplicemente quella di non vedere l’ora di farli uscire. A quel punto ci siamo detti: "Facciamo un EP, perché no?". È andata davvero così, senza troppi ragionamenti o strategie particolari dietro. Da lì è nato
"Interstellar Madness": una scelta naturale, spontanea, dettata soltanto dalla voglia di condividere con il pubblico queste nuove idee e questa nuova energia.
Vi chiedo questo perché oggi la musica "corre veloce" e volevo capire se questo nuovo EP sia stata una scelta artistica o più commerciale/strategica per ingannare il tempo fra un disco e l'altro...
Giulio: Diciamo che siamo dei giovani… di un tempo che fu. Siamo cresciuti in un’epoca in cui la musica aveva tempi diversi: i dischi uscivano con un certo ritmo, gli album erano qualcosa da vivere e far crescere nel tempo, e c’era una visione probabilmente più sincera del fare musica. Ovviamente anche allora esistevano dinamiche e regole di mercato, però il rapporto con un disco era differente. Oggi tutto è molto più veloce e qualcuno potrebbe definire parte della musica attuale quasi "usa e getta". È un dato di fatto, ma questo EP non nasce assolutamente per inseguire quel tipo di logica. Ci è venuto semplicemente così. Anzi, noi lo consideriamo a tutti gli effetti un album: magari più breve del solito, ma con una propria identità, una propria estetica e un preciso equilibrio interno. Il formato ridotto non è stato scelto perché oggi bisogna stare dentro certe regole, perché lo dicono gli algoritmi o perché il mercato suggerisce determinate strategie. Sinceramente sono discorsi che non ci appartengono e che non seguiamo.
Chiara: noi seguiamo i ritmi della nostra ispirazione, questa è la regola che detta tutto quanto. Così come fra il terzo e quarto disco sono passati due anni e mezzo, tra il quarto disco ed
"Interstellar Madness" è passato un anno scarso, perfetto così.
Giulio tu hai usato il termine "musica usa e getta": non temi che con questi ritmi imposti dal mercato anche voi possiate cadere "nella trappola"? Voglio dire, viviamo in un periodo dove la gente si nutre di singoli e spesso le band sfornano un singolo a settimana per due mesi per poi fa uscire un disco che è la raccolta di questi singoli che a conti fatti risulta già vecchio al momento della sua release...
Giulio: Mi viene subito in mente quello che stanno facendo gli
Electric Callboy: l’album diventa quasi una raccolta postuma di singoli pubblicati nel corso di mesi, se non anni, e a quel punto rischia inevitabilmente di perdere parte della propria identità. È un approccio che oggi vediamo spesso e che nasce anche dal modo in cui funziona il mercato attuale. Purtroppo sappiamo bene che ormai esistono dinamiche che rendono molto difficile sparire per quattro o cinque anni e poi tornare con un disco come si faceva una volta. Oggi il flusso di musica è continuo: una volta era quasi un rigagnolo da cui cercavi di tirare fuori ogni singola goccia, mentre adesso è diventato un fiume in piena. E se resti troppo tempo fermo, il rischio concreto è quello di venire dimenticato. Detto questo, per fortuna esistono ancora delle sane vie di mezzo.
Chiara: E poi secondo me esiste anche una questione di sincerità nei confronti della musica stessa. Scrivere canzoni dovrebbe nascere prima di tutto dall’esigenza di comunicare qualcosa. Finché hai idee, emozioni o qualcosa da dire, allora ben venga anche mantenere ritmi più sostenuti. Nel caso di "Interstellar Madness", per esempio, non c’erano deadline imposte o strategie particolari dietro. Avevamo semplicemente voglia di farlo uscire perché non vedevamo l’ora che la gente ascoltasse quello che avevamo creato.
Giulio: Quindi sì, se la domanda è "abbiamo paura di cadere anche noi in questa trappola?", la risposta è assolutamente sì. La paura esiste. Però allo stesso tempo c’è anche la volontà precisa di non inseguire in maniera artificiale questo tipo di tendenza. Se un giorno dovesse succedere, sarà soltanto perché sentiremo davvero che è la cosa giusta da fare per noi. Altrimenti va bene anche restare un po’ più indietro rispetto ai ritmi del mercato.
YouTube ormai è uno dei canali principali per promuovere la propria musica e voi come band avete sempre realizzato clip di alta qualità. Nel caso del nuovo EP avete realizzato i video di "Interstellar Madness" e "Moonlight Legion", due brani abbastanza diversi musicalmente parlando che hanno beneficiato anche di due video molto diversi : il primo vede voi truccati e vestiti di tutto punto suonare all’interno di un teatro, con coro e attori vari e dove viene raccontata una storia, mentre il secondo è una raccolta di scene backstage, live ed alcune parti registrate ad oc dove Chiara canta. Come fate a far convivere due anime cosi diverse all'interno dello stesso lavoro e come vi sono venute le idee per due clip così differenti fra loro?
Giulio: Secondo me è un po’ come quando si parla di cibo: a volte hai voglia del panino veloce, altre invece del piatto più elaborato. Ma il fatto che ti piaccia una cosa non esclude automaticamente l’altra. Non è che se apprezzi il panino allora non possa piacerti anche il caviale. Nel caso specifico di
"Moonlight Legion" non volevamo realizzare un semplice brano dedicato ai fan o fare fan service. È una canzone che parla di tutti noi: di tutte le persone che ruotano attorno alla band. Noi musicisti siamo solo una parte dell’ingranaggio, perché poi ci sono i fan, gli amici, chi ci supporta, chi vive questa realtà insieme a noi. Il pezzo vuole essere una sorta di inno collettivo dedicato a tutta questa "legione". Ovviamente nel videoclip il pubblico ha un ruolo centrale, perché senza pubblico una band semplicemente non esisterebbe. Ci tenevamo quindi a rappresentare non soltanto il momento del concerto — che alla fine dura magari un’ora — ma soprattutto tutto ciò che esiste fuori e sotto il palco. Quella è la vera realtà che viviamo ogni giorno. Per quanto riguarda invece
"Interstellar Madness", il discorso è stato completamente diverso. È un brano a cui tenevamo tantissimo e proprio per questo volevamo regalargli il miglior videoclip che fossimo in grado di realizzare in questo momento della nostra carriera.
Negli anni avete realizzato parecchi video e, riguardandoli in ordine cronologico, si nota chiaramente una crescita costante sotto il profilo qualitativo, fino ad arrivare ad "Interstellar Madness". È un aspetto che secondo me vi distingue abbastanza dalla massa, soprattutto oggi, dove capita spesso di vedere anche band con budget importanti pubblicare video francamente poco riusciti: green screen usati male, abuso di effetti digitali o addirittura AI inserite senza alcun gusto o direzione artistica. Nel vostro caso invece si percepisce sempre una certa cura estetica e la volontà di costruire qualcosa che abbia davvero un’identità visiva precisa. Come siete arrivati a questo livello qualitativo anche dal punto di vista dei videoclip?
Giulio: So che quello che sto per dire potrebbe risultare impopolare — e ci tengo a precisare che non mi riferisco a nessuno nello specifico — ma personalmente trovo abbastanza ridicoli certi videoclip realizzati con green screen evidentemente posticci. E attenzione: non sto dicendo che siano oggettivamente ridicoli, dico che io li percepisco così. Capisco perfettamente che, in alcuni casi, sia l’unico modo che una band ha per provare a trasmettere un immaginario visivo ambizioso, magari impossibile da ricreare realmente senza budget enormi, location particolari o produzioni quasi da colossal cinematografico. Però noi, almeno per ora, non ci siamo ancora avvicinati a quel tipo di approccio perché sinceramente credo che non esista ancora una tecnologia davvero accessibile capace di restituire qualcosa che piaccia fino in fondo anche a noi. Per questo preferiamo ancora lavorare in maniera più "artigianale": chiamare attori veri, coinvolgere make-up artist, costruire set reali e cercare di mantenere tutto il più concreto possibile. È un metodo magari più complicato, ma che sentiamo molto più vicino alla nostra idea estetica. Detto questo, secondo me è evidente che negli ultimi anni ci sia stato un generale calo qualitativo nei videoclip musicali. E non riguarda solo le piccole band: anche registi che una volta lavoravano esclusivamente su produzioni importanti oggi si ritrovano a realizzare video molto più modesti. Il motivo, alla fine, è sempre lo stesso: i ritmi imposti dal mercato. Una volta una band magari poteva concentrare gran parte del budget su due o tre videoclip importanti; oggi invece spesso deve produrne cinque o sei nello stesso ciclo promozionale, ma con budget complessivi molto più bassi. E visto che nessuno lavora gratis, è inevitabile che la qualità media finisca per risentirne. Nel nostro caso cerchiamo di sfruttare il fatto che io e
Beatrice Demori facciamo già parte dell’universo della band: questo ci permette quantomeno di "regalarci" internamente una parte del lavoro e quindi di investire le risorse disponibili nel modo migliore possibile.
Mi aggancio proprio al discorso budget perché recentemente sono andato a vedere al cinema il film degli Iron Maiden e, al suo interno, ci sono alcune animazioni che personalmente ho trovato quasi ridicole. Ed è una cosa che mi fa riflettere: com’è possibile che una band con un budget praticamente illimitato finisca per partorire certe soluzioni visive, mentre una realtà italiana come voi riesce a raggiungere risultati decisamente più convincenti con risorse infinitamente inferiori? E lo stesso discorso vale per tantissimi videoclip recenti: trovo sinceramente aberrante tutta questa invasione di animazioni 3D fatte male o contenuti generati con intelligenza artificiale usati senza criterio. Spesso ho la sensazione che invece di aggiungere qualcosa all’immaginario di una band finiscano soltanto per impoverirlo o renderlo artificiale... Secondo voi è semplicemente una questione di tempo, budget e ritmi produttivi oppure oggi si sta anche perdendo una certa sensibilità estetica?”
Giulio: Gli
Iron Maiden in realtà hanno sempre avuto un po’ quell’estetica lì… già ai tempi di Virtual XI c’erano cose che risultavano volutamente quasi posticce. Più che un limite, nel loro caso lo definirei quasi uno stile riconoscibile. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, ormai è chiaro che faccia parte di tantissimi elementi della vita quotidiana e probabilmente continuerà a espandersi sempre di più. Però, sotto certi aspetti, ha raggiunto anche un livello di tristezza abbastanza impressionante. Per come la vedo io, una band è qualcosa che va vissuto davvero. Se noi abbiamo un gruppo è perché prima di tutto piace a noi stare insieme e fare queste cose. Girare un videoclip è anche una bella esperienza umana: passi la giornata insieme, mangiando panini e salatini, bevendo una birra mentre prepari le scene e costruisci qualcosa tutti insieme. Rimane un ricordo, un’esperienza reale. Se invece demandi tutto all’AI… cosa ti resta davvero? Poi certo, se avessimo un immaginario ultra complesso, mitologico o fantasy probabilmente a un certo punto dovremmo trovare un modo diverso per rappresentarlo visivamente. Ed è anche uno dei motivi per cui non abbiamo mai costruito un’immagine troppo distante da ciò che siamo realmente. Sul palco non diventiamo nani elfi pirati o divinità egizie… siamo semplicemente noi cinque sfigati esattamente come siamo anche fuori dal palco, e va bene così.

Tornando alla musica… Ho letto e visto parecchie interviste, sia a musicisti che a produttori, in cui si parla del rapporto che si crea in studio tra chi suona e chi invece sta dietro alla console. E spesso emerge come lavorare con produttori molto famosi o particolarmente esperti non sia sempre qualcosa di totalmente positivo: da un lato portano esperienza, idee e una visione esterna preziosa, ma dall’altro può capitare che vadano anche a smussare certi aspetti più istintivi della band o a bocciare idee a cui magari i musicisti tenevano particolarmente. Per questo vi volevo chiedere: com’è stato lavorare con Sascha Paeth? È stato il tipo di produttore che lascia totale libertà alla band oppure tende a intervenire molto nelle scelte artistiche e negli arrangiamenti?
Chiara: Abbiamo la fortuna di poter considerare
Sascha Paeth prima di tutto un amico. Non è che lo abbiamo coinvolto semplicemente perché volevamo "la firma importante" o il nome famoso da mettere sul disco. Come dicevamo prima, noi come band siamo sempre gli stessi cinque fin dal primo album e anche i rapporti umani, per noi, contano tantissimo. Io personalmente collaboro con
Sascha già dal 2022: ho avuto modo di cantare in tour per una sua band e poi ci sono state anche le esperienze legate agli
Avantasia. Tutto questo mi ha permesso non solo di conoscere il professionista, ma anche di instaurare con lui un vero rapporto di amicizia e di scoprire la persona incredibile che c’è dietro. E al di là del genio musicale — che sinceramente ci ha lasciati a bocca aperta fin da subito — quello che colpisce davvero è la passione enorme che mette in ciò che fa, il rispetto che ha nei confronti della musica e soprattutto la comprensione profonda che dimostra verso ciò che una band vuole esprimere. Per questo, quando gli abbiamo chiesto di produrre il nostro quarto disco, la scelta è stata assolutamente naturale. Sapevamo benissimo quali fossero le sue capacità, ma soprattutto sapevamo che tipo di persona avremmo avuto accanto durante tutto il processo.
Giulio: Lui non è assolutamente una persona fredda, anzi: è una persona estremamente calorosa, genuinamente animata dalla passione per la musica, ed è qualcosa che trasmette continuamente mentre lavori con lui. Tiene davvero alle canzoni, si percepisce chiaramente. Non dà mai l’impressione di vivere il tutto come un semplice lavoro o come una produzione fatta in automatico. Al contrario, è come se portasse continuamente benzina sul fuoco della passione che già hai per quello che stai facendo.
Chiara: Secondo noi il risultato finale è stato proprio questo:
Sascha Paeth non ha mai snaturato le canzoni o cercato di trasformarle in qualcosa che non fossero. Al contrario, è riuscito a valorizzare quelle che erano già le nostre qualità, mettendole ancora più in evidenza. E non solo: ci ha aiutato anche a tirare fuori aspetti che probabilmente erano già presenti dentro la band, ma che avevano bisogno dello sguardo e della sensibilità di una persona esterna per emergere davvero.
Giulio: E poi c’è anche un altro aspetto importante: se il nostro obiettivo fosse stato fare il classico disco "furbo", costruito a tavolino per vendere più copie possibile, probabilmente non ci saremmo rivolti a lui. Sascha non è il tipo di produttore che cerca il trucchetto commerciale o la soluzione costruita apposta per inseguire il mercato. Lui vuole semplicemente fare bella musica. È un artista vero, nel senso più puro del termine.
Chiara: È stato una settimana con noi a lavorare alle preproduzioni del quarto disco e per noi è stata un’esperienza quasi surreale. Gli abbiamo fatto ascoltare le demo dei brani e già dal primo giorno, nel giro di pochissimi secondi, era lì con la chitarra in mano a suonare. Capiva immediatamente i pezzi, ne assimilava le strutture praticamente al volo, coglieva subito il senso delle canzoni e iniziava già a lavorarci sopra in maniera naturale. Noi eravamo davvero senza parole, perché vedere una persona entrare così rapidamente dentro la tua musica è qualcosa di impressionante. Ed è lì che ti rendi conto non solo della tecnica o dell’esperienza, ma proprio della sensibilità musicale che ha.
Giulio: Quella settimana è stata talmente bella che non vedevamo l’ora di svegliarci la mattina per andare in studio. È stato divertente, stimolante, davvero una grande esperienza umana oltre che musicale. Per
"Interstellar Madness" abbiamo lavorato principalmente da remoto, mentre per
"Beyond" abbiamo avuto la possibilità di lavorare insieme di persona, anche perché c’erano molti più brani su cui intervenire e sviluppare le idee. Ed è stato proprio durante le sessioni di
"Beyond" che
Sascha ci ha trasmesso una delle lezioni più importanti. Su suo consiglio abbiamo registrato gran parte del disco davvero in presa diretta, praticamente come si faceva una volta: tutti insieme a suonare nello stesso momento. Oggi si tende spesso a registrare tutto perfettamente a griglia, seguendo il metronomo in maniera rigidissima, mentre lui ci ha fatto capire il valore del cosiddetto "respiro dell’orchestra", un concetto molto presente nella musica classica. Se qualcuno si mette lì col click magari nota che alcuni passaggi accelerano leggermente o respirano in modo diverso, ma non perché siano sbagliati: semplicemente perché la musica, quando viene suonata davvero insieme, si muove in maniera naturale. Ed è una cosa che ci ha insegnato lui e che ci ha aperto molto la mente sul modo di vivere e registrare la musica.
Chiara: Per non parlare poi del lavoro sulle voci… La quantità di cose che ho imparato stando in studio con lui è davvero difficile da descrivere. Le parti vocali di
"Beyond" le ho registrate direttamente nel suo studio in Germania ed è stata un’esperienza incredibile sotto ogni punto di vista. La cosa impressionante è la capacità che ha di comunicarti esattamente ciò che ha in mente. Non in maniera fredda o tecnica, ma quasi emotiva: riesce a farti capire immediatamente quale sensazione cerca, quale intenzione vuole tirare fuori da una determinata linea vocale. E secondo me la cosa più bella è proprio questa: non mi ha trasformata in qualcosa di diverso, ma è riuscito a farmi tirare fuori cose che probabilmente erano già dentro di me e nella mia voce, solo che avevano bisogno della persona giusta per emergere davvero.
Giulio: Poi siamo assolutamente consapevoli del fatto che
"Beyond" abbia ricevuto anche alcune critiche legate alla produzione, soprattutto perché segue una filosofia diversa rispetto ai lavori precedenti. E va bene così: le critiche costruttive le ascoltiamo sempre e sono anche utili. Allo stesso tempo però ci sono certe cose che sentiamo di voler portare avanti comunque, perché rappresentano esattamente il nostro modo di vivere la musica. Quando avevamo quindici anni guardavamo le band che lavoravano in questo modo insieme a persone come
Sascha Paeth e sognavamo di poter fare la stessa cosa un giorno. Per noi quello è il senso del fare musica: stare insieme, suonare davvero, confrontarsi, vivere lo studio come un’esperienza reale e condivisa. Perché altrimenti, se devo restare chiuso a casa mia a registrare una volta un riff per poi copiarlo e incollarlo all’infinito, tanto vale pagare qualcuno che lo faccia al posto mio e nemmeno prendersi più la seccatura di suonare davvero.
Il mini è uscito, il release party è stasera, cosa bolle in pentola per il prossimo futuro?
Giulio: Tra un paio di settimane suoneremo al
Metalfest Open Air, in Repubblica Ceca, e sarà una giornata molto interessante soprattutto per
Chiara, che si esibirà sia con noi che con
Avantasia. In più ci sarà anche una nuova uscita di cui però, al momento, non possiamo ancora dire nulla. Per quanto riguarda invece i fan italiani, il 1° agosto saremo al
Malpaga Folk & Metal Festival. Sempre sul fronte live possiamo dire che ci sono anche delle belle notizie in arrivo per il pubblico italiano, ma al momento non possiamo ancora anticipare niente di ufficiale. In generale, nell’ultimo periodo siamo stati un po’ meno presenti in Italia, ma l’intenzione è assolutamente quella di tornare a suonare più spesso anche qui.
Io ricordo che venticinque o trent’anni fa la scena italiana non veniva nemmeno considerata davvero professionale. Spesso le band italiane faticavano perfino a essere prese in considerazione per certi festival. Oggi invece la situazione mi sembra completamente diversa: voi ne siete un esempio lampante, ma ci sono tantissime band italiane apprezzate anche all’estero. Penso agli Elvenking, agli stessi Vision Divine, ai Lacuna Coil… ce ne sono davvero tante. Secondo voi perché oggi le cose sono cambiate così tanto, soprattutto fuori dall’Italia?
Giulio: Capire davvero come funzionasse il mondo professionale della musica, come gestire una band o semplicemente come lavorare in un certo modo, una volta era molto più complicato. Le informazioni erano difficili da reperire e spesso si procedeva per tentativi. Oggi invece basta aprire internet per avere accesso immediato a qualsiasi tipo di informazione, e questo ha inevitabilmente alzato il livello generale. Ormai vai in un backstage e ti trovi a parlare con musicisti provenienti da ogni parte del mondo che usano la tua stessa strumentazione, affrontano i tuoi stessi problemi tecnici e condividono praticamente la tua stessa lingua musicale.
Chiara: Noi personalmente non abbiamo mai amato troppo definirci una band di un dato genere o una band italiana in senso stretto. Certo, siamo italiani, ma musicalmente non ci siamo mai sentiti confinati dentro una scena nazionale.
Giulio: Il fatto è che, almeno per la nostra esperienza, oggi essendo continuamente a contatto con altre band — anche molto grandi — la questione della nazionalità si sente molto meno rispetto al passato. Ci è capitato, per esempio, di suonare con i
Sabaton e alla fine ti rendi conto che parlando con loro emergono gli stessi identici problemi: hanno “la tua stessa scheda audio”, “il tuo stesso cavo che fa rumore mentre stai suonando”. Ti confronti con persone che vivono esattamente le tue stesse situazioni, anche perché oggi le informazioni sono disponibili per tutti. Per questo motivo noi non percepiamo più una vera “nazionalizzazione” del metal italiano. Chiaro, probabilmente questo discorso viene più spontaneo a noi che viviamo nel Nord Italia e abbiamo un accesso più immediato all’Europa. Siamo perfettamente consapevoli che possa sembrare un po’ ipocrita detto da band che magari, come quelle di Roma, prima ancora di arrivare al confine austriaco devono farsi quattro o cinque ore di viaggio. In quel caso cambia completamente la prospettiva.
Chiara: Non so davvero come fosse in passato, però quello che abbiamo visto noi da quando abbiamo iniziato a fare concerti è che nei backstage ormai si parla tutti in inglese. E la cosa curiosa è che spesso ti ritrovi a chiederti da dove venga davvero una persona solo dopo averci parlato per un po’. Quindi, sinceramente, oggi questa forte distinzione legata alla nazionalità io non la percepisco più così tanto.