Copertina 6,5

Info

Genere:Power Metal
Anno di uscita:2021
Durata:56 min.
Etichetta:AFM Records

Tracklist

  1. SON OF VENGEANCE
  2. THE KINGDOM OF ICE
  3. GLORY FOR SALVATION
  4. ETERNAL SNOW
  5. TERIAL THE HAWK
  6. MAID OF THE SECRET SAND
  7. ABYSS OF PAIN II
  8. INFINITAE GLORIAE
  9. MAGIC SIGNS
  10. I'LL BE YOUR HERO
  11. CHAINS OF DESTINY

Line up

  • Alex Staropoli: keyboards, piano, harpsichord, orchestrations, vocals (choirs)
  • Roberto De Micheli: guitars
  • Alessandro Sala: bass
  • Giacomo Voli: vocals
  • Paolo Marchesich: drums

Voto medio utenti

Sinceramente speravo meglio.
Molto meglio.

Il precedente "The Eighth Mountain" uscito nel 2019, aveva per quanto mi riguarda riportato i Rhapsody su carreggiate a me decisamente più congeniali: un processo iniziato a dire il vero già con "Into the Legend" del 2013 che ci restituiva una band meno pomposamente barocca e sinfonica e più vicina ad un power metal di inizio carriera, il che unito ad una qualità dei brani non ancora del tutto uniforme ma comunque soddisfacente lo aveva portato ad essere a mio avviso il loro disco più riuscito degli ultimi 15 anni e da cui si poteva ripartire con deciso slancio.

Il cambio di vocalist dopo una vita è stato certamente un fattore fondamentale, una chiave di volta della storia dei Rhapsody, e l'ingresso di Giacomo Voli era stato un altro punto che non era riuscito a convincermi del tutto, sin da quel "Legendary Years" in cui aveva l'improbo compito di reinterpretare i brani cantati originariamente da Lione, uscendone purtroppo con le ossa rotte, ma confidavo che un songwriting più mirato, magari basato maggiormente sulle sue qualità e sulle caratteristiche principali, ed un suo ulteriore progresso come "cantante dei Rhapsody" e non solo come "cantante di mille cose e poi anche dei Rhapsody" avrebbero reso questo nuovo "Glory For Salvation" un disco con una se non due marce in più.

Invece no.
Siamo rimasti lì, in questo limbo da cui i Rhapsody odierni non riescono ad uscire del tutto, e buona parte di questo empasse - spiace dirlo - è rappresentato proprio dalla voce di Voli, un'arma a doppio taglio.
Benchè oltremodo dotato e di talento, semplicemente la sua ugola non è tagliata per la musica che adesso vorrebbero proporre i Rhapsody: non ha abbastanza spessore, non è abbastanza fiera ed imponente ed anche nei passaggi più estremi, come all'inizio della lunga suite "Abyss of Pain II", che riprende l'opener del disco precedente e per una volta posta a metà lavoro invece che alla fine, il paragone con il Lione di "When Demons Awake", tanto per citarne una, non può nemmeno iniziare.
Ed anche sugli acuti più alti, vedi la bella "Maid of the Secret Sand", benchè ottimamente raggiunti la voce si fa esile e leggera, anzichè tronfia e possente come vorrebbe il symphonic power metal dei nostri.

Quando invece le atmosfere cambiano, virando più sul più tranquillo folk rock di "Terial the Hawk", tutto sembra filare liscio ed oliato a meraviglia, specie quando le tonalità non si alzano troppo, dando pieno campo ad un Voli che da' veramente il meglio di se' su tonalità medio/basse, senza lanciarsi ad ogni costo su altezze vertiginose che potrebbero rappresentare più un minus che un plus, vedi anche la buona ballad "Magic Signs" che finalmente riesce a catturare a pieno il suo valore o la più "poppeggiante" "I'll Be Your Hero".

Restano i pregi di un disco che, come il precedente, propone un buon numero di brani all'altezza, ben ancorati a radici metal e che ci portano indietro di qualche anno, come la battagliera "The Kingdom of Ice" e la successiva title track, davvero delle sferzate che ci fa piacere riascoltare da parte della band di Alex Staropoli, con una splendida "Infinitae Gloriae" che farà alzare il pugno di molti di noi.
Tra le note negative rimane invece una produzione troppo "moderna", leggi plasticosa, specie il rullante del povero neo-entrato Paolo Marchesich, ma ormai ci siamo fatti purtroppo il callo.

Ne consegue un disco leggermente più riuscito di "The Eight Mountain", con un songwriting più fluido e costante e nuovamente nella giusta "direzione", almeno per quanto mi riguarda: invece forse per i Rhapsody la direzione giusta sarebbe quella di smussare la loro musica e di spogliarla dei connotati più epici, per sfruttare al meglio le caratteristiche del loro frontman che molto di più potrebbe apportare su registri meno estremi, in cui non debba anche affrontare i fantasmi di un passato ingombrante.

Ma, come sempre, saranno il giudizio popolare e la volontà della band ad indirizzare il futuro dei Rhapsody e non certo il parere di un vecchio fan della prima ora: godiamoceli per come sono adesso, di nuovo alle prese con sonorità meno orchestrali e pompose che faranno la felicità - oltre che mia - di chi non riusciva più ad ascoltarli in quella tremenda parentesi di una quindicina di anni fa.

Recensione a cura di Gianluca 'Graz' Grazioli

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