(18 febbraio 2019) Ghost + Candlemass, Alsterdorfer Sporthalle (Amburgo)

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Provincia:non disponibile
Costo:57 Euro
La mia umile opinione è che un weekend (lungo) all’estero per il proprio compleanno non si disdegni mai; se poi, per sovrappiù, si palesa la possibilità di spalmarci sopra un bel concertino… ancor meglio, non vi pare?
Così, approfitto ben volentieri della trasferta in quel di Amburgo -piano con le espressioni maliziose: le donzelle dai facili costumi di Reeperbahn non le ho viste nemmeno col binocolo- per assistere ad uno show dei miei prediletti Ghost.
Convinto sino a un’ora prima del concerto che la compagine di Tobias Forge operasse in solitaria, scopro invece per puro caso che il gruppo spalla c’è. E che gruppo spalla…

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CANDLEMASS

Non posso che inquadrare la presenza della band svedese alla stregua di un gradito omaggio, considerato anche che, pur avendola sempre apprezzata, non la ammiro dal vivo dalla lontanissima edizione 2002 di Wacken. Ciò premesso, benché il noto adagio indichi come poco opportuno guardar in bocca al caval donato, reputo comunque doveroso esprimere qualche profilo di perplessità.

Il primo, come spesso accade per i gruppi di apertura, concerne il sound, che definirei acquitrinoso. Le frequenze basse recitano il ruolo di despota incontrastato, la cui tirannia dà vita ad un rimbombo oltremodo fastidioso e relega in un cantuccio di ovatta le povere chitarre e la voce.

Il secondo motivo di doglianza riguarda proprio il profilo canoro: pur con l'attenuante di un mixing afflittivo, il figliol prodigo Längquist si rende protagonista di una prova fatta di luci ed ombre.
Nessuno, all’interno dei Candlemass, brilla per presenza scenica, ma da parte del frontman credo sia lecito attendersi qualcosina in più in termini di dinamismo. Anche dal punto di vista squisitamente vocale si percepiscono scricchiolii: la timbrica è bella, non si discute, ma l'interpretazione manca spesso di quel pathos necessario per animare (si fa per dire) le composizioni. Oltre a ciò, l’impostazione baritonale di Johan cozza spesso con linee scritte per registri vocali più alti.
Emblematica, in tal senso, la resa del classicone “Mirror Mirror”, in cui la stentorea solennità di Messiah Marcolin latita eccome; a voler ben vedere, anche nella conclusiva “Solitude” la tonalità viene abbassata oltre misura, così come la carica drammatica del brano.

Appena sei pezzi e siam già pronti a congedarci da un gruppo che rimane, senza dubbio alcuno, un emblema importante ed ineludibile della storia del metal, oltre che una entità musicale ancora viva e scalciante –si veda il più che discreto nuovo full The Door to Doom”-; questa serata, d’altra parte, non sembra proprio fatta per loro, come ulteriormente testimoniato dalla fredda reazione di un pubblico che, in larga parte, nemmeno sembra conoscerli.

Da rivedere in condizioni più propizie, se possibile senza far trascorrere altri 17 anni.

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GHOST

Sono le 20:45 in punto quando il drappo nero che nasconde il palco dagli occhi dei curiosi viene abbassato. Chi, come il sottoscritto, è riuscito a giungere allo Sporthalle scansando spoiler e video delle precedenti date non potrà che rimanere colpito dalla bellezza di scenografie e backdrop.
Alla suggestione estetica, tuttavia, si affianca ben presto quella uditiva: dopo l’introAshes” ci pensa “Rats” a smuovere i numerosi presenti.

L’ingresso di Cardinal Copia viene accolto con un’autentica ovazione, ed analogo fervore viene riservato al chorus, cucito dal sarto per la riproposizione in sede live.
A rendere ancor più spettacolare l’incipit del concerto intervengono uno spaventoso impianto d’illuminazione ed una line up notevolmente irrobustita.

Per questo tour, evidentemente, si è deciso di non badare a spese, tanto che ad ispessire il comparto strumentale contribuiscono ben tre chitarristi e due tastieriste / coriste.
Tale rinfoltimento sortisce l’ulteriore effetto positivo di assottigliare il ricorso a tracce e cori preregistrati, ancora presente ma meno massiccio rispetto al passato.

A proposito di passato: spetta alla tripletta “Ritual”, “Con Clavi Con Dio” e “Per Aspera ad Inferi” infiammare i cuori dei fans della prima ora, mentre le successive “Cirice” (sempre fantasmagorica) e “Miasma” (chicca assoluta) accalorano i più giovincelli.
Lo scrivente, che dei Ghost ha apprezzato (quasi) ogni uscita discografica, è ben lieto di assistere ad un set che pesca con generosità ed equanimità dall’ormai ragguardevole tesoretto di canzoni registrate dal 2010 ad oggi.

La band appare decisamente sul pezzo, e macina un brano dopo l’altro con padronanza e decisione; l'attenzione, tuttavia, viene giocoforza calamitata da un Tobias mai così magnetico e padrone della scena.
La sua presenza istrionica, i continui cambi di costume, le movenze e le pose deliberatamente esasperate dipingono un quadro preparato con cura maniacale per il dettaglio e dai contorni oltremodo delineati, in cui lo spazio per l’improvvisazione è pressoché nullo. Tuttavia, alla luce del calibro dello spettacolo, ben vengano premeditazione e calcolo a scapito della spontaneità.

La risposta degli astanti sembra avvalorare la mia tesi: al netto del classico immobilismo che attanaglia le audience teutoniche, cori ed applausi si sprecano per i nostri eroi mascherati, che dopo un trittico di estratti da “Prequelle” (all’interno del quale spicca una versione di “Witch Image” da brividi) si congedano dal palco, addirittura con voce fuori campo che, quasi a sottolineare ulteriormente il carattere teatrale dello show, dichiara la chiusura del primo atto ed indice il "rompete le righe" per ben 15 minuti.

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Un po’ di pazienza, la solita inquietante intro “Masked Ball” di Jocelyn Pook, e si riparte. Tocca a “Spirit” l’arduo compito di riattivare il pubblico dopo una pausa così cospicua: missione compiuta.
Segue quello che, a mio avviso, può venir rubricato come l'unico momento di stanca di un concerto altrimenti impeccabile: qualche chiacchiera più del lecito da parte di un Cardinale davvero ciarliero, unitamente ad una resa non ottimale di “Majesty” (canzone che non ho mai particolarmente apprezzato) e di "Satan's Prayer" (in cui il tentativo di singalong riesce solo in parte) contribuiscono ad abbassare un pelo il fattore coinvolgimento.

Poco male: ci pensano la rocciosa “Faith” e, soprattutto, l’inno “Year Zero” ad innalzare nuovamente l'asticella dell'entusiasmo, che rimane intatto anche a seguito di un’ulteriore pausa (molto più breve della precedente). Come potrebbe essere altrimenti, considerata la spettacolare riproposizione della commovente “He Is” e dell’orrorifica “Mummy Dust”, che si congeda con una cascata di coriandoli?

La stessa cover di “If You Have Ghosts”, con ogni probabilità eccessivamente melliflua su disco, dal vivo fila che è un piacere (al netto di una presentazione dei musicisti tirata troppo per le lunghe, anche in virtù del fatto che parliamo di soggetti mascherati, ignoti ed innominati); eppure, ad assestare l’ultimo scossone ad un set torrenziale (siamo già oltre le due ore e trenta) intervengono i ritornelli-tormentone di “Dance Macabre”, con tanto di luci arcobaleno, e “Square Hammer”, intonata a squarciagola da tutti i presenti.

Si potrebbe parlare di chiusura perfetta… non fosse che, sino a quando i Ghost non attaccano con “Monstrance Clock”, nessuno si sogna di lasciare il palazzetto.
Eccolo qui, l’ormai immancabile anthem a suggello di una esibizione spettacolare nel senso più proprio del termine e goduriosa oltre ogni dire.
Difficile chiedere di più per il proprio genetliaco…

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CANDLEMASS setlist:
1- The Well of Souls
2- Dark Reflections
3- Astorolus - The Great Octopus
4- Mirror Mirror
5- A Sorcerer's Pledge
6- Solitude

GHOST setlist:
1- Ashes
2- Rats
3- Absolution
4- Ritual
5- Con Clavi Con Dio
6- Per Aspera ad Inferi
7- Devil Church
8- Cirice
9- Miasma
10- Jigolo Har Megiddo
11- Pro Memoria
12- Witch Image
13- Life Eternal
encore:
14- Spirit
15- From the Pinnacle to the Pit
16- Majesty
17- Satan Prayer
18- Faith
19- Year Zero
encore:
20- He Is
21- Mummy Dust
22- If You Have Ghost
23- Dance Macabre
24- Square Hammer
encore:
25- Monstrance Clock
Report a cura di Marco Cafo Caforio

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