Copertina 8

Info

Genere:Heavy Metal
Anno di uscita:1992
Durata:52 min.
Etichetta:Polydor

Tracklist

  1. IF IT AIN'T WORTH FIGHTING FOR
  2. IT AIN'T GOOD ENOUGH
  3. IF THERE IS A HEAVEN
  4. BACK WHERE I BELONG
  5. CEASEFIRE
  6. WHY LOVE
  7. SWEET ELYSE
  8. THE LAST LIVING TREE
  9. NOW YOU'RE GONE
  10. INDIA
  11. ANGELS IN THE BED
  12. THE ROAD TO GALILEE
  13. JERUSALEM (BLACK SABBATH COVER)

Line up

  • Tony Martin: vocals, guitars
  • Zak Starkey: drums
  • Nigel Glockler: drums
  • Paul Wright: guitars
  • Carlo Fragnito: guitars
  • Neil Murray: bass
  • Laurence Cottle: bass
  • Geoff Nicholls: keyboards
  • Richard Cottle: keyboards

Voto medio utenti

Non bastano tre dischi fantastici (peraltro rilasciati in rapida sequenza) come "Eternal Idol" (1987), "Headless Cross" (1989) e "Tyr" (1990), per garantire a Tony Martin il "posto fisso" nei Black Sabbath. Succede infatti che Ronnie James Dio, la cui carriera solista sembra in caduta libera, colga la palla al balzo per ricominciare quel lavoro brutalmente interrotto nel 1982, dopo i pesanti litigi con la band a causa del mixaggio su "Live Evil". Tony si ritrova quindi, dall'oggi al domani, senza posto di lavoro assicurato, tuttavia sono ancora tempi in cui si può ipotizzare una carriera solista.

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Le vendite non sono ancora ostaggio di Spotify e stronzate simili, i dischi si vendono ed il pubblico è ricettivo, soprattutto se il nome conta. Martin si contorna di un manipolo di amici come i batteristi Nigel Glockler (Saxon) e Zak Starkey (figlio di Ringo Starr e già membro degli ASAP di Adrian Smith), il tastierista Richard Cottle ed il bassista Neil Murray, altro silurato di lusso dai Black Sabbath "1988-1990 era" (ovviamente in favore del rientrante Geezer Butler).
Dal titolo, sembra quasi che Tony voglia affrancarsi da un passato prossimo ingombrante: "Back Where I Belong", ovvero "ritorno al posto a cui appartengo", il che potrebbe anche rappresentare una dichiarazione legata all'amarezza del licenziamento.

Non dimentichiamoci infatti che, prima di essere ingaggiato da Toni Iommi, Martin faceva parte di una band chiamata The Alliance. Il cui pedigree appariva certamente più vicino all'AOR che all'epic/doom dei "suoi" Black Sabbath. E basta ascoltare la versione originale di quella "Strangers" che avrebbe poi toccato il suo massimo fulgore nella spettacolare versione contenuta su "Evolution" di Misha Calvin. Ricordo perfettamente, per citare il motto di un noto critico italiano, che "Back Where I Belong" esce poco prima del Monsters Of Rock 1992 a Reggio Emilia, quando proprio i Black Sabbath di "Dehumanizer" partecipano alla grande kermesse "metallara" assieme ad Iron Maiden, Megadeth, Testament, Warrant, Pantera ed il "nostro" Pino Scotto. E ricordo, sempre perfettamente, che le preferenze del sottoscritto viravano maggiormente nei confronti di questo album rispetto allo strombazzato come-back di Ronnie James Dio alla corte di Toni Iommi.

"Back Where I Belong" viene aperto da "If It Ain't Worth Fighting For", il cui riff sembra quasi il gemello di "Headless Cross", anche se il chorus si differenzia nettamente da sentenze sulfuree, in favore di un easy listening piuttosto importante. "If There Is A Heaven" è invece una clamorosa ballad dove Martin dispiega tutte le potenzialità della sua estensione vocale, all'epoca pressoché illimitata. La title-track e soprattutto l'urgente "Sweet Elyse" calcano invece il "Purple carpet" con efficace competenza, grazie soprattutto ad un tappeto di Hammond che fa tutta la differenza di questo mondo. E sempre per restare nel territorio di Ritchie Blackmore e soci, "India" cita addirittura il riff di "Burn" durante l'assolo, evitando accuse di plagio per puro miracolo. Presenti anche un paio di episodi dall'anima quasi soul come "It Ain't Good Enough" e "Angel In The Bed", che giustificano paragoni comunque gratificanti con i Bad Company del periodo. "Why Love" è uno slow dall'intensità "monster", che arriva persino ad oscurare "Feels Good To Me", ammiccante singolo e videoclip estratto da "Tyr": ascoltare per credere.

Ed a proposito del disco appena citato, arrivano anche le tastiere di Geoff Nichols a dar man forte a Tony: prima con la strumentale "Road To Galilee", e subito dopo nel remake di "Jerusalem", leggermente meno gravosa dell'originale, ma sempre contraddistinta da un innegabile fascino arcano. "Back Where I Belong", nonostante l'evidente qualità canora e compositiva, non vende quanto merita, ma le buone notizie per Martin arrivano pochi mesi dopo. Il delicato "giocattolo" Black Sabbath "Mark 2" si rompe quasi subito perché l'intransigente Dio non ne vuole sapere di reggere il moccolo ad Ozzy Osbourne, così Toni Iommi lo richiama in fretta e furia per le registrazioni di "Cross Purposes" (1994).

Al di là delle vicissitudini legate indissolubilmente al "banner" Black Sabbath, "Back Where I Belong" merita in ogni caso di splendere di luce propria. Esattamente come Tony Martin.

Recensione a cura di Alessandro Ariatti

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Ultimi commenti dei lettori

Inserito il 26 gen 2024 alle 07:40

Non posso che concordare in toto, sia su questo disco sia sulla preferenza rispetto all'allora (e tuttora) sopravvalutato rientro di RJ Dio (preferisco nettamente i 3 album con Martin e anche Cross Purposes rispetto allo stantio e paraculo Dehumanizer).

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