Copertina 6

Info

Genere:Power Metal
Anno di uscita:2020
Durata:55 min.

Tracklist

  1. MORE THAN HUMAN
  2. RAILRUNNER
  3. FIBER OF OUR BEING
  4. OUR LAST LIGHT
  5. REWRITE THE FUTURE
  6. FRACTURED AMYGDALA
  7. GREED AND EXTINCTION
  8. REMNANTS OF A DYING STAR
  9. A SUM OF OUR PARTS

Line up

  • John Graney: drums
  • Will Graney: guitars
  • Nic Southwood: bass
  • Ignacio Rodríguez: vocals

Voto medio utenti

E’ alquanto risaputo che cimentarsi in un genere cosi bastardo (nel senso di “ibrido”) come il symphonic-power metal non è affatto cosa semplice, anzi talvolta si rivela un compito veramente bastardo (stavolta nell’accezione più comune del termine), la difficoltà maggiore sta nel delineare il confine tra potenza e melodia, facendo in modo che nessuno dei due elementi lo varchi, occupando lo spazio dell'altro.

In passato lo hanno fatto, con risultati altalenanti, nomi altisonanti come i Rage (con l’operazione “Lingua Mortis”), i Blind Guardian, e ovviamente gli Avantasia, partiti benissimo con le prime sperimentazioni (lavori come Nightfall in The Middle-Earth, e i due capitoli dei Metal Opera Avantasiani rimangono delle pietre miliari del power di stampo sinfonico), ma poi purtroppo, col tempo, è calata la vena creativa, la struttura metallica si è sgretolata tristemente a favore delle più semplici parti orchestrali e melodiche di più facile presa, che hanno preso il sopravvento.
Stesso discorso si potrebbe fare per i Kamelot dell’"era Roy Khan" che, a cavallo del due millenni, hanno dato alla luce dischi stupendi come Siege Perilous, The Fourth Legacy e Karma, nemmeno lontanamente parenti dei Kamelot attuali, il cui sound è stato quasi interamente ridotto alle parti sinfoniche, che secondo le logiche della band, dovrebbero generare un pathos che coinvolga l'ascoltatore, non sempre riuscendoci, a dire il vero. Negli ultimi anni poi, abbiamo assistito ad un’autentica esplosione di questo genere, con risultati tuttavia spesso deludenti, nonostante le indubbie capacità di molte delle bands coinvolte in tali progetti (citerò qui i pur bravi Serenity, o gli Almanac di Victor Smolsky), il cui limite principale è sempre lo stesso: ossia trovare il perfetto punto di equilibrio tra la sfera metal e quella melodico-orchestrale, in maniera tale che la struttura dell’album non penda nè da una parte, nè dall’altra.

La suddetta difficoltà non risparmia nemmeno i britannici Damnation Angels, giunti con Fiber Of Our Being al loro terzo album in studio (se si esclude l’EP d’esordio del 2009) e la proposta musicale che ci presenta la band fondata da John e Will Graney è quella, per l’appunto, di un symphonic-power abbastanza tradizionale, pieno tuttavia di luci ed ombre, che si muove, nemmeno troppo velatamente, tra le influenze delle varie bands citate precedentemente e che guarda soprattutto verso gli ultimi Avantasia (quelli per intenderci da The Scarecrow in poi), come se fossero un'autentica stella cometa da seguire costantemente, vedasi un pezzo come Our Last Light, a mio avviso il punto più basso del disco, eccessivamente mieloso, la cui struttura si regge solo su orchestrazioni con poco mordente, che danno luogo ad un pezzo dal sapore quasi pop-commerciale.
Detto questo però, ci sono poi tracce veramente ispirate e convincenti come il trittico rappresentato da Rewrite The Future, Fractured Amygdala (caratterizzata da una sezione ritmica robusta e nel contempo da ottime linee melodiche) e Greed and Extinction, che innalzano decisamente la qualità del disco, resa precedentemente troppo incostante da brani come More Than Human, Railrunner o dalla stessa title-track, in cui si assiste a composizioni eccessivamente discontinue, dove quel bilanciamento tra aggressività e melodia, nonostante spunti apprezzabili, viene spesso a mancare.
Prima della conclusione, affidata all' ipnotica (ed evitabilissima) A Sum For Our Parts, troviamo il pezzo più lungo dell’album (quasi 13 minuti!) intitolato Remnants Of A Dying Star, che da solo incarna tutte le caratteristiche di questa nuova fatica dei Damnations Angels , con il suo andamento decisamente oscillante, e le suei buone intenzioni, che talvolta vengono concretizzate ma altre, rimangono tristemente inespresse, dando luogo a refrains banali e a composizioni stucchevoli ed eccessivamente prolisse.

In conclusione, Fiber Of Our Being è un disco comunque sufficiente che, a fasi alterne, lascia intravedere le potenzialità della formazione britannica la quale, senza tanti giri di parole, se smettesse di scimmiottare i Kamelot ma soprattutto gli Avantasia (tra l’altro nemmeno quelli degli esordi, ma quelli più recenti e meno ispirati) e si concentrasse maggiormente sulle proprie capacità otterrebbe, a mio modestissimo parere, risultati migliori.





Recensione a cura di Ettore Familiari

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