Death Karma - The History of Death & Burial Rituals part I

Copertina 7,5

Info

Genere:Death Metal
Anno di uscita:2015
Durata:42 min.
Etichetta:Iron Bonehead Productions

Tracklist

  1. SLOVAKIA - JOURNEY OF THE SOUL
  2. MADAGASCAR - FAMADIHANA
  3. MEXICO - CHICHÉN ITZÁ
  4. CZECH REPUBLIC - ÚMRLCÍ PRKNA
  5. INDIA - TOWERS OF SILENCE
  6. CHINA - HANGING COFFINS

Line up

  • Tom Coroner: Drums
  • Infernal Vlad: Vocals, Guitars, Bass

Voto medio utenti

Praticamente dal nulla, senza evidenti presenze sul web, senza una biografia ufficiale, i Death Karma, dopo un EP rilasciato un paio di anni fa, esordiscono con il primo album di lunga durata dedicato, come si evince dal titolo, alla storia della morte e dei rituali di sepoltura nelle varie culture mondiali.
Un concept (diviso in due parti) certo affascinante, per quanto oscuro e morboso.
Come la musica del duo ceco del resto.
I sei brani di questo album sono, infatti, una sorta di inesorabile viaggio tra le spire della oscura falciatrice, un viaggio in cui un death metal sulfureo e possente si unisce, direi magistralmente, con improvvise esplosioni di black metal che rendono la musica epica, evocativa e con un malsano alone ritualistico che permea ogni singolo suono donando a tutto il disco una oscurità quasi melmosa.
Un sentito applauso va alla produzione capace di esaltare le meravigliose partiture di tastiera e di rendere micidiali le chitarre, pesanti come macigni, che duettano, eleganti e bieche, con le note dei tasti d'avorio, vero selling point di questo album poiché capaci di essere inquietanti e melodiche al tempo stesso anche quando il gruppo gioca con atmosfere gotiche.
I Death Karma rivolgono lo sguardo a band come i Necros Christos, ma definiscono la loro musica secondo una prospettiva magniloquente e la arricchiscono di spunti folk, di aperture sinfoniche, di riffing al limite del thrash e, come ho già ricordato, di un approccio epico e stentoreo, elementi tutti che rendono dannatamente multiforme e colma di personalità una proposta di altissimo valore artistico.
Le melodie del disco, sempre oscure ma curatissime nella loro forza dirompente (ascoltate bene la parte finale della spettacolare "Mexico - Chichén Itzá"), l'alternanza di velocità e mortifera pesantezza, la voce rabbiosa ed evocativa, i paesaggi sconfinati che si aprono davanti agli occhi per merito delle eccellenti sei corde, sono tasselli di un mosaico di morte ai limiti della perfezione.

Per quanto possa valere il mio giudizio, siamo al cospetto di un piccolo capolavoro che, ovviamente, resterà nell'oscurità che lo ha vomitato.
Ma forse è meglio così.
Recensione a cura di Beppe 'dopecity' Caldarone

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