Copertina 10

Info

Past
Anno di uscita:1975
Durata:37 min.
Etichetta:EMI

Tracklist

  1. COMIN' HOME
  2. LADY LUCK
  3. GETTIN' TIGHTER
  4. DEALER
  5. I NEED LOVE
  6. DRIFTER
  7. LOVE CHILD
  8. THIS TIME AROUND - OWED TO G
  9. YOU KEEP ON MOVING

Line up

  • David Coverdale: vocals
  • Glenn Hughes: bass, vocals
  • Tommy Bolin: guitars
  • Jon Lord: keys
  • Ian Paice: drums

Voto medio utenti

Direttamente dal dizionario Treccani:
“hapax legomenon: parola o espressione che ricorre una sola volta in un testo o nell’intera documentazione di una lingua; proprio per l’unicità o la rarità d’occorrenza, può porre problemi interpretativi.”

Passatemi questo paragone un po’ ardito: “Come Taste the Band”, in quanto unico frutto discografico della Mark IV dei Deep Purple, è un hapax legomenon musicale. Ma data la sua “unicità” non pone solo “problemi interpretativi”, che tanto amo sviscerare, bensì acquisisce un valore aggiunto, che deriva dal suo status di pezzo unico all’interno della discografia dei Nostri. Il valore è appunto “aggiunto”, perché tanto questo disco vive e brilla di qualità propria così com’è stato scritto e realizzato.
Non nascondo qualche remora nel dire apertamente la mia, consapevole di schierarmi in modo impopolare e poco ortodosso: Jon Lord in persona ha detto in varie interviste di questo disco che “non è […] dei Deep Purple. E’ un disco di Coverdale, Hughes e Bolin, con l’aiuto di Lord e Paice”.

Da parte del Maestro, l’intenzione di relegare questa uscita ai margini della storia del gruppo è fin troppo evidente. Il successo è tutt’altro che scemato, ma di sicuro le vicende della band inglese in quel periodo sono burrascose (ennesimo cambio di formazione), in alcuni casi drammatiche (la morte in Oriente di un membro della crew durante un tour) e gli anni d’oro dei Deep Purple sono certamente altri, per tantissime valide ragioni.
Eppure io non so resistere al fascino di questo disco clamorosamente bello. “Come Taste the Band” (1975 – EMI) è una delle mie incrollabili fisse, uno di quegli amori che non finiscono mai: lo considero un disco ispirato, sfrenato e sfacciato, come a questo grandissimo gruppo riuscirà di realizzare in pochissime altre occasioni nel corso di una carriera lunghissima (e tutt’ora vitale). La novità che i puristi tendono a non accettare è l’ingresso in formazione di Tommy Bolin, il sostituto scelto per rimpiazzare Ritchie “the man in black” Blackmore (che lascia la band ormai troppo sbilanciata su influenze e direzione musicali che non condivide). Prima di ufficializzare l’ingresso di Bolin, i Deep Purple effettuano infinite audizioni e varie prove con altrettanti chitarristi, anche molto noti, come nel caso di “Clem” Clempson degli Humble Pie. Celmpson fu forse il più vicino ad essere reclutato, ma suonare bene e ben figurare al provino concesso non furono ragioni sufficienti a far scoccare la scintilla, quella magia necessaria per ereditare un posto così ambito ed importante. La leggenda racconta che uno fra Coverdale e Paice rimanga folgorato dall’ascolto di “Spectrum” di Billy Cobham, nel quale fa bella mostra delle proprie doti il giovane Bolin (ex Zephyr e James Gang) e che il chitarrista venga invitato per una jam session che convince in pieno tutto il gruppo. E’ fatta: tocca a Tommy Bolin raccogliere il testimone di Blackmore.

L’impronta dell’axeman americano è subito netta e percepibile già nella prima “Comin’ Home”. Il brano si apre con il rombo di tuono batteria / hammond al quale fa eco la chitarra straripante di echoplex (trucchetto usato bene e spesso da Bolin), che risucchia l’ascoltatore, lo solleva e lo rilancia a terra in un rock’n’roll scatenato. Gli assoli studiati e alternati chitarra / tastiere, tipici dei Deep Purple di pochi anni prima, lasciano il posto a quelle che sembrano jam in studio sudate e tossiche (Tommy è un musicista più istintivo, che non sa leggere la musica e che da il meglio di sé quando improvvisa). Bolin suona anche la parte di basso al posto di Glenn Hughes, non pervenuto alla traccia 1, perso in chissà quale nebbia.
In “Lady Luck”, Coverdale fa le prove per la carriera solista e sforna (con il co-autore Roger Cook) un hard rock dal ritmo cadenzato, in cui la sua splendida voce si esprime al solito ottimo livello. Un perfetto antipasto per la bordata successiva, “Gettin’ Tighter”, brano in cui l’altro fantastico vocalist dei Deep Purple gli fa da contraltare; nel pezzo si manifesta fortissima l’influenza funk, grande amore di Hughes, con chitarre e basso esplosive nell’intro e in un bridge trascinantissimo. Una delle mie preferite di sempre. “Dealer” è un brano sinuoso e caldo, perfetto per la voce graffiante di Coverdale, nel quale Bolin si fa apprezzare anche per le doti di cantante, ritagliandosi un paio di strofe dopo il ritornello. Alla sua voce gentile e timida fa da cornice il solito lavoro elegantissimo di piano elettrico di Jon Lord. Breve pausa concessa all’ascoltatore prima che riparta l’assolo sordido e scoppiettante di Bolin, che si sviluppa libero ed espressivo su una base originalissima, da lui stesso sovra incisa e su una parte ritmica Paice-Hughes che è un autentico terremoto.
Le successive “I Need Love”, “Drifter” e “Love Child” si muovono su un collaudatissimo, canonico territorio hard rock, in cui la chitarra viene ancora lasciata più libera di improvvisare, mentre le tastiere ed il basso (davvero potentissimo in questo disco) creano la solida struttura portante delle canzoni. La prima è più aggressiva ed accattivante, la seconda sembra la perfetta colonna sonora di un viaggio, con quell’alternarsi di ritmi aperti, pause d’atmosfera e finale in crescendo. Di “Love Child”, infine, impossibile non citare il riff sporchissimo eseguito all’unisono da chitarra e hammond, così come l’assolo di moog di Lord, che anticipa le meraviglie che il tastierista regalerà nel brano successivo.
Come detto altre volte, è davvero un peccato che Hughes e Lord abbiano scritto così poco insieme. “This Time Around” è una gemma di valore inestimabile, che avrebbe meritato innumerevoli tentativi di replica da parte di questi due talenti assoluti. La parte “a” del brano è eseguita interamente da Lord, che suona piano, tastiere e basso (con il moog) e sfodera una prestazione maiuscola, non che una composizione di intensità e capacità evocativa davvero unica. Su questa base non sfigura Hughes, che emula il suo mito Stevie Wonder in un’interpretazione “nera” fantastica. Il brano si sviluppa in una parte “b”, chiamata “Owed to G”, tutta strumentale, in cui Bolin accompagna i due come autore ed interviene altrettanto magistralmente con la sua chitarra.
Si finisce in bellezza con la splendida “You Keep On Moving”, con il massiccio basso di apertura. Coverdale e Hughes scrivono e cantano insieme un pezzo emozionante, in cui pathos ed energia si alternano e ci trasportano fino alla fine del disco. L’hammond di Lord dispensa ancora brividi. Le due voci sono al massimo. La chitarra urla lancinante. A chiudere il cerchio, così com’era iniziata, l’ultima nota è del poderoso basso di Glenn.
Davvero troppo pochi questi 37 minuti. Quasi sempre sono costretto a premere il tasto play appena dopo la fine del cd, perché di “assaggiare la band” non se ne ha mai abbastanza.

Tristissimo pensare che questo gruppo favoloso si dissolva per colpa degli abusi di droga e alcool di Bolin (che morirà a soli 25 anni nel ’76) e di Hughes, entrambi in grado di bruciare l’occasione della loro vita in modo del tutto dissennato. La loro strafottenza e la totale assenza di disciplina sanciranno il fallimento dei Deep Purple in sede live: durante i concerti il resto del gruppo dovrà dare fondo a tutte le riserve di bravura ed inventarsi l’impossibile per coprire errori e distrazioni dei due, quasi sempre inaffidabili dal vivo ed imparagonabili ai mostri ammirati in studio o nei momenti di maggiore lucidità.
Eppure questo spirito folle e avventuroso da piloti di un’auto in corsa senza freni a fari spenti è ciò che contribuisce alla grandezza di questo album, che io, nel mio piccolo, considero un autentico capolavoro, in cui non c’è solco che non trasudi emozione, energia e talento musicale. Nel recensire “Strombringer” mi sono sbilanciato affermando che preferisco la Mark III alla precedente. Ecco, detto fra noi, giacché queste due pagine si perderanno nel tempo, come è giusto che sia, sono qui a scrivervi del tutto convinto, che preferisco la Mark IV alla II e alla III.

A cura di Ennio “Ennio” Colaninno

Recensione a cura di Ghost Writer

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Ultimi commenti dei lettori

Inserito il 15 dic 2014 alle 17:08

LA COPERTINA SBALLA COME IL DISCO: UNA FIGATA.

Inserito il 15 dic 2014 alle 17:04

G R A N D E A L B U M ! ! BRAVO ENNIO!

Inserito il 12 dic 2014 alle 10:48

Scusate.. errore mio nel formattare la recensione. Rimedio il prima possibile.

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