Copertina 8

Info

Genere:Heavy Metal
Anno di uscita:2024
Durata:54 min.
Etichetta:High Roller Records

Tracklist

  1. DARK MATTER
  2. THE HAUNTING
  3. HEAVENSENT
  4. VALKYRIES (RAISE THE HAMMERS)
  5. AWAKENING
  6. BLACK CANDLES
  7. RAVEN'S NIGHT
  8. FUNERAL
  9. INCARNATION OF EVIL (CANDLEMASS COVER)

Line up

  • Phil Ross IV: bass
  • Neudi: drums
  • Kalli Coldsmith: guitars
  • Bryan “Hell Roadie” Patrick: vocals

Voto medio utenti

A costo di sembrare banale o scontato, credo che non si possa parlare dei Sentry senza ricordare un attimo Mark Shelton.
Il re dell’epic metal ci ha lasciati dolorosamente nel 2018 ma il suo ricordo, la sua attitudine, la sua grandezza rimarranno impressi e indelebili nella testa di noi fan fino alla fine dei tempi e, certamente, le sue canzoni saranno sempre pronte per essere riascoltate tra i solchi degli album dei Manilla Road, riempiendo lo spirito degli ascoltatori di una stilla della sua gloria.

E proprio da qui, dalle ceneri dei Manilla Road che l’avventura dei Sentry ha inizio. La voce di Bryan Patrik (vent’anni alla corte di Shelton), la batteria esagerata di Andreas Neuderth e il basso di Phil Ross si sono uniti alla chitarra di Kalli Coldsmith (con un background power, speed e thrash in Master of Disguise, Abandoned e altri) per continuare insieme a forgiare epic-metal nel solco della tradizione.

Introdotto da un’altra grande copertina di Paolo Girardi, questo album autotitolato è quanto di meglio gli amanti dell’epic metal e i fan del vecchio Shelton potessero desiderare. Non si tratta di copiare uno stile ma di portare avanti una tradizione, e chi meglio dei componenti degli ex-Manilla Road stessi poteva occuparsene?

Sentry riprende in parte le atmosfere degli ultimi due album dei Road (sopratutto To Kill A King, dove la voce di Patrick alternava momenti più aggressivi ad altri più evocativi) ma si spinge verso una proposta più variegata.
Il sound è spesso un epic-doom nel segno di Candlemass, le fughe chitarristiche proprie del vecchio Shelton non sono più presenti, anzi, gli assoli di Coldsmith sono sempre in wah wah e mai troppo prolungati ma il suo apporto è comunque molto buono in fase di riffing e arrangiamento. La produzione, infine, è secca e spigolosa, verace, con ogni strumento ben udibile, su tutti la batteria che spesso va in overdrumming. Ma non lamentiamoci, questa non è musica per sommelier del metal ma per chi vuole vivere il genere con le sue emozioni e i suoi eccessi.

Dicevo, la varietà del disco è buona e la partenza di "Dark Matter" è muscolosa e andante, semplice e diretta, come deve essere una opener. I sette minuti di "The Hounting" ci mostrano una canzone atmosferica, epica, che nasconde stoccate più dirette e graffianti; ma è con "Heavensent" che si incomincia a sentire qualcosa di livello superiore e l’epicità si lega al senso di mistero, con sussulti di energia coinvolgenti, liriche e ritornello che entrano subito in testa. Così come è impossibile non entrare nel mood di "Valkyries (Raise the Hammers)" e provare un brivido. L’energia non manca e "Awakening" finge solamente di introdurci in un film horror per poi esplodere nel pezzo più veloce e ignorante del lotto, con qualche inserto leggero in growl. In contrapposizione, segue "Black Candle" che si trascina volutamente un po’ misteriosa, moolto doomy, con chitarroni ossessivi e ripetitivi e dall’atmosfera riuscita. Si sfonda ancora il muro dei sette minuti con "Raven's Night", epica e malinconica che in più di qualche momento mi ha ricordato Simple Man (Lynyrd Skynyrd) e dove la batteria di Neudi viaggia a briglie sciolte mettendosi in primo piano, spesso oltre a quanto richiesto dalla canzone. Una voce morbida e sofferta, malinconia palpabile, campane, chitarre acustiche e basso in primo piano sono gli ingredienti principali di "Funeral", toccante brano a cui spetta il compito di concludere il lavoro. A testimonianza di quanto detto circa il mood epic-doom che avvolge il disco, troviamo come bonus una riuscita cover di "Icarnation of Evil" dei maestri Candlemass.

Il sound del disco, come accennato, è minimale e molto secco, con un drumming che aiuta sì a portare estro e varietà nell’arrangiamento di molti brani ma che si spinge spesso un po’ troppo in là, prendendosi la scena e spezzando parte dell’atmosfera. Personalmente non lo trovo un problema, mi piace sentire i batteristi al lavoro, ma penso sia giusto segnalarlo.

Sentry è un disco che ho apprezzato molto ed ho buttato nel lettore decine di volte nelle ultime settimane, senza che mai sia emersa stanchezza o desiderio di passare ad altro. Mi è rimasto in testa, ne ho ancora voglia e la sua malinconia unita alle sue atmosfere sono diventate una sorta di droga. Senza contare che il suo ascolto si è legato profondamente a fatti personali. Certo, il confronto con i Manilla Road è inevitabile, d’altronde la radice è quella, ma anche la chitarra del “nuovo” Coldsmith fa un buon lavoro senza ripercorrere in modo pedissequo le orme del maestro Shelton e trovando una vena compositiva efficace in coppia con il lavoro di Bryan Patrik.
Confidando che il cammino della band possa proseguire, sono abbastanza certo che i Sentry sapranno confermarsi o ulteriormente migliorarsi. Per ora possiamo godere di un ottimo disco fatto di emozioni, di vibrazioni, privo di troppi calcoli o impegnato nell’apparire ma fiero dell’essere. Essere musica vera, fuori dal tempo e dalle logiche odierne; per pochi magari, ma quei pochi saranno gaudenti.
Recensione a cura di Francesco Frank Gozzi

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Ultimi commenti dei lettori

Inserito il 28 feb 2024 alle 22:13

Fiero di essere gaudente e grato per aver dato conferma delle mie aspettative per questo disco!

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