Probabilmente nella Reggio Calabria del Metallo, esiste un detto popolare che recita più o meno cosi:
“
A Reggio, non si muove foglia, che Don Buzz non voglia!”
Difatti, qualsiasi metallaro residente nel capoluogo calabrese, prima o poi, è destinato inevitabilmente a imbattersi nella possente figura di
Giuseppe “Buzz” Nicolò (già mastermind di
Memories Of A Lost Soul,
Degenerated,
SoulReaperS,
G.A.E.A. e…chi più ne ha, più ne metta!) la cui dedizione alla causa è, a dir poco, encomiabile.
E’ toccato perfino a
Ernesto “Doomlord” Menga, attivo addirittura da fine anni ‘90 con il suo progetto denominato
Sorrow Sphere, rivolgersi al buon Giuseppe, per rinnovare la line-up della propria band giunta, con The
Wizard Of Doom, alla sua seconda uscita discografica.
Si tratta di un lavoro breve (solo 31 minuti) eppure, assolutamente non immediato, basato su un suono doommoso con venature gotiche, epiche e, a tratti, progressive, caratterizzato da una produzione volutamente polverosa, che sembra avvolgere l’ascoltatore tra le nebbie create dall’inesorabile incedere del tempo.
Mentre
Doomlord scandisce le linee di basso e vocali, con il suo timbro sofferente proveniente dagli inferi,
Buzz si occupa di tutto il resto, a partire dalla chitarra che, giocoforza, risulta più morbida rispetto ai suoi altri progetti, oltre che di batteria e backing vocals, conferendo al cantato maggiore sostanza.
A dire il vero, l’inizio del disco è quanto di più spiazzante ci si potrebbe immaginare, a partire dall’intro
The Awakening Of Chaos, con il suo taglio sinfonico-cinematografico e proseguendo con la successiva
Ashes Of A Dying Breed che mette in mostra un sound poliedrico, ma forse leggermente dispersivo eppure, nonostante questo, l’intensa malinconia sprigionata dal brano, lascia il segno e il desiderio di continuare resta immutato.
Dalla title-track si inizia a fare sul serio e il song-writing dei
Sorrow Sphere diventa più incisivo, attraverso una profonda e crescente drammaticità che ritroveremo anche nelle successive
The Bringer Of Blades, col suo angosciante giro di basso e chitarra che riporta vagamente alla mente “Vacant” dei
Dream Theater di
Train Of Thought (il brano poi naturalmente segue un proprio percorso, del tutto indipendente), oppure l’elegante
Doomed Skies, e qui invece, le influenze sono da ricondurre al
Paul Chain dei bei tempi (quello di
Alkahest, per intenderci), fino a giungere alla psichedelica
Descent To Oblivion che chiude idealmente il sipario.
The Wizard Of Doom, al contrario di quanto si potrebbe pensare, non è affatto un disco semplice, specialmente al primo impatto; va metabolizzato, bisogna smussarne gli angoli ed avere il coraggio di immergersi nella profondità delle sue acque oscure e, solamente a questo punto, si potrà apprezzare appieno la forza espressiva delle sue composizioni.
Per cui, si sconsiglia vivamente l'ascolto ad un pubblico superficiale.