Da un
album che s’intitola “
Roots” mi sarei aspettato un approccio più “tradizionale” e invece, sorpresa,
Caroline Breitler e i suoi sodali scelgono un orientamento stilistico maggiormente “moderno”, senza peraltro rinunciare ad intridere la loro proposta musicale di solide basi classiche.
E non si consideri il termine “sorpresa” in senso ironico, dal momento che per il sottoscritto che non conosceva le qualità della
vocalist svizzera, il disco si è rivelato davvero sorprendente, sia sotto il profilo squisitamente tecnico / interpretativo e sia dal punto di vista dell’impatto emozionale delle canzoni.
Esaminando il primo aspetto, diciamo subito che siamo al cospetto di un’eccellente interprete della fonazione modulata, dal registro timbrico pieno e variegato in cui s’intrecciano felicemente suggestioni di
Amy Lee,
Lzzy Hale,
Robin Beck e
Shania Twain.
Per quanto riguarda la qualità artistica dei brani, anche qui siamo su livelli piuttosto elevati: costruiti su melodie ammalianti ed incisive, all’occorrenza ornati da sfumature gotiche, riescono a combinare con buongusto e sagacia (certi) Gotthard, Halestorm ed Evanescence, ottenendo una miscela che, se adeguatamente promossa e con il supporto di un pizzico di “fortuna”, ha la possibilità di fare bene anche nell’ambito del
rockrama mainstream contemporaneo.
Prodotto da
Alessandro Del Vecchio, “
Roots” suona equilibrato ed energico, e fin dal melodrammatico e grintoso atto d’apertura denominato “
Sentinel” s’intuisce che l’opera potrà essere apprezzata da un pubblico ampio ed eterogeneo.
Impressione confermata dall’enfasi elegiaca di “
Genghis Khan”, dal
groove denso dell’
heavy rocker “
A million miles”, e ancor di più da “
If nobody loves you”, una
ballatona magniloquente che, con il contributo di
Mark Fox (Shakra) e
Ivan Keller (Jelusick), non farà fatica ad ammaliare gli animi più romantici e sognanti.
Forte di uno spiccato estro melodico e di arrangiamenti sempre molto curati, l’albo prosegue con gli inni screziati di
goth-metal “
In her shadow” e “
Calling”, e con i suggestivi riverberi
country / bluesy di “
Stuck in the cold”, mentre “
Dad” aggiunge, in maniera forse un po’ troppo didascalica, il nome dei Linkin Park all’elenco dei numi tutelari del gruppo.
Le fluttuazioni armoniche e il
refrain contagioso di “
Light to dark” rappresentano l’ultima seducente testimonianza di una raccolta musicale dal notevole
grip emotivo, che pur accostandosi stilisticamente a produzioni simili, mantiene personalità e tensione espressiva … una “sorpresa”, lo ripeto, e di quelle assai gradevoli.
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