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play di “
Unbridled” e ti “sorprendi” per come i
Pride Of Lions hanno deciso d’inaugurare il loro ottavo
full-length: l’
eruzione chitarristica Van Halen-
esca (o
Dann Huff-esca, per i “credenti” del settore …) e la melodia incalzante, vagamente Kiss-
iana, della
title-track dell’opera, lasciano intendere un orientamento musicale all’insegna dell’istantaneità espressiva, di un tipo magari capace di sfrondare di retorica e auto-celebrazione il loro repertorio più recente.
Una suggestione piuttosto fugace, perché nel prosieguo della scaletta si scopre che in realtà complessivamente siamo di fronte a uno dei dischi più “riflessivi” della
band di
Jim Peterik e
Toby Hitchcock, da sempre consacrata a quei concetti “motivazionali” che qui assumono un’egemonica valenza passionale.
La profusione di brani sentimentali e struggenti rende così l’ascolto oltremodo “lineare”, sconfessando un inizio che “prometteva” una maggiore intraprendenza, anche grazie alla melodia notturna e incisiva di
“Edge of forever”, un gioiellino di
AOR de-luxe realmente degno della venerabile storia di
Mr. Peterik.
“
Don’t waste a wish on me” inaugura la sequenza di
slow-number evocativi e solenni, una “specialità” che i
Pride Of Lions in passato hanno saputo rendere più efficace di quanto accada in un pezzo tuttavia piuttosto riuscito, al pari di “
1000 long goodbyes” che aggiunge un pizzico di estetica “narrativa”
rootsy al consueto
epos espressivo.
Con “
What the whole world needs to know” arriviamo alla prima “vera” ballata della scaletta, realizzata con innato buongusto da una formazione che in “
I’ll be your rock”, mantenendo intatto il clima soffuso, vivacizza leggermente la componente armonica, per poi abbandonarsi alle languidezze orchestrali di “
Hell or high water”, al limite della stucchevolezza.
Un titolo come “
Ride the lightning” potrebbe far presagire un “cambio di passo” e invece bisogna attendere la suggestiva “
Lose like a winner” per ritrovare un approccio alla materia maggiormente vivace ed interrompere un circolo certamente “virtuoso” dal punto di vista della classe e della competenza, ma forse alla lunga un po’ troppo uniforme.
Una forma di staticità espressiva tutt’altro che molesta, insomma, e che in “
I can see in the dark” acquisisce ulteriori velleità istrioniche, mentre l’enfasi concessa a
“I can’t let go” e “
A mighty noise” contribuisce a ravvivare, senza “stravolgimenti”, il
mood generale dell’albo.
“
Unbridled” conferma l’impressione rilevata nel precedente “
Dream higher” e cioè che “qualcosa” a livello d’ispirazione si sia perso lungo il percorso artistico dei
Pride Of Lions … così, se stima, rispetto e “gratitudine” non vengono intaccate, è anche lecito auspicare il recupero di quella “scintilla” che garantisca loro un pronto ritorno nel
gotha del
rock melodico.
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