Tornano gli
Acacia Avenue di
Torben Enevoldsen e con loro la diffusa (nei periodi recenti un po’ meno, forse …) soluzione espressiva multi-cantante, intrigante, ma spesso ad elevato rischio di eccessiva eterogeneità stilistica e di una lacunosa caratterizzazione artistica.
Esattamente i “difettucci” che avevo riscontrato nel debutto eponimo dei nostri e che in questo nuovo “
Chapter V” mi sembrano attenuati, almeno per quanto riguarda il primo dei suddetti piccoli “vizi” di forma e sostanza.
Evidentemente la “crescita” professionale dei nostri (giunti al quinto disco, come si può intuire …) è stata propedeutica a realizzare un lavoro più coerente e indirizzato precipuamente all’
hard melodico, con rari e mirati sconfinamenti in settori più “metallici” (alla maniera degli ultimi Fate, per intenderci, dei quali
Enevoldsen è già da un po’ rispettabile affiliato).
Aggiungiamo che in questi casi specifici il microfono è affidato a
Peer Johansson, anche lui membro del
Fato danese (di cui fa parte pure il
resident bass-player degli
Acacia Avenue Pete Steincke, per la cronaca …), che con il tempo ha “irruvidito” la sua ugola, e sarà piuttosto agevole riscontrare certe similitudini tra le due formazioni in “
No use running”, “
Nothing else to do” e “
Standing on the outside”.
Altrove i suoni si “ingentiliscono”, volteggiando verso le adescanti orbite dell’
AOR, come accade nella graziosa sofficità melodica di "
The longest time”, ben pilotata dall’ugola cristallina di
Peter Sundell (Grand Illusion, C.O.P., Decoy, …) o nelle sfumature Bad English-
esche di “
Stand your ground” e "
All of the time”, dove è lo stesso
Enevoldsen a gestire con cura e competenza le tracce vocali.
Ottima, poi, la prestazione di
Dagfinn Joensen (Bloody Dice, Fate) negli avvincenti chiaroscuri armonici di
"Lies of a hundred years”, così come è sempre un piacere riascoltare la voce del compianto
Tony Mills (Shy, Siam, TNT, Serpentine …) in “
Wait no more 2.0”, una restaurata
reprise dall’esordio degli
Acacia Avenue.
Gli eccellenti
remake di "
Rainbow child” (una sciccheria firmata Dan Reed Network, che mi ha indotto a rispolverare immediatamente il loro favoloso “
Slam”) e della guizzante e funambolica “
Gypsy train” (dei Toto), confermano il buongusto e le qualità tecnico-interpretative della
band, con in testa il suo
leader che si accolla ancora una volta, con buoni risultati, anche le impegnative responsabilità canore.
Con un solo pezzo leggermente “sottotono”, la pur gradevole "
Stand up” (con un
Sundell meno efficace del solito), si conclude il quinto capitolo di un “progetto” musicale che procede in maniera piuttosto convincente e oculata, alimentato da perizia, professionalità e da una dose significativa d’indispensabile ispirazione.
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