Il nome di
John Corabi, nonostante tutto, è ancora fatalmente legato al controverso disco omonimo dei Mötley Crüe, ai tempi della sua uscita accolto con biasimo e sospetto e poi, doverosamente, rivalutato a posteriori, nonostante rappresenti tuttora una sorta di “anomalia” (favorita dal periodo storico e dalla produzione di
Bob Rock) nella discografia dei losangelini.
La parabola artistica di
Corabi è tuttavia ben più corposa e ricca (The Scream, – assolutamente da recuperare il loro “
Let it scream” - Union, Ratt, … fino alle recenti felici scorribande con i The Dead Daisies) a conferma del valore di un
vocalist non sempre adeguatamente considerato nelle graduatorie della fonazione modulata di riferimento.
Il suo nuovo disco solista (il primo contenente quasi completamente materiale originale), titolo “
New day”, è un’ulteriore dimostrazione delle sue qualità, declinate nello specifico all’interno dell’ambito espressivo del
roots-rock yankee e realizzato con il supporto di un manipolo di musicisti esperti e piuttosto votati a queste specifiche soluzioni musicali.
Insomma, se gradite essere avvolti da un confortevole abbraccio fatto di
blues,
country,
southern e
soul, “
New day” è pronto ad accogliervi con tutto il suo carico di calore e positività, a partire da una
title-track che trasporta immediatamente tra i panorami assolati e tersi della “Vecchia America”, trainati da un
refrain che conquista fin dal primo contatto.
“
That memory” prosegue sulla medesima linea espressiva, accentuando la componente squisitamente “sudista”, mentre con “
Faith, hope and love” il clima sonoro diventa più “spirituale” e languido, seguendo i dettami del classico
rhythm n’ blues “bianco”.
L’elettroacustica “
When I was young” risuona di bucoliche nostalgie
southern-folk (annientando, per la cronaca, sul suo terreno preferito un certo Kid Rock …) e a chi apprezza le melodie seducenti, pilotate da voci appassionate e roche è dedicata “
One more shot”, un brano capace di accontentare tanto gli estimatori di
Joe Cocker quanto quelli dei Thunder.
A fare un salto nelle distese paludose della Louisiana, per omaggiare il
groove suadente, viscerale e torbido dei Creedence Clearwater Revival, ci pensa “
1969”, e se “
Laurel” infonde nell’astante un senso di dolce malinconia dai risvolti
West Coast, “
Good to be back here again” s’immerge completamente nelle acque placide del Mississippi, ispirazione per una
ballatona blues di notevole suggestione.
Un’altra ballata, “
Love that’ll never be”, stavolta dai tratti più “orchestrali” e ariosi, consente all’albo di ampliare i suoi propositi sentimentali, senza però dimenticare che “amore” significa anche gioia, euforia e solarità, sensazioni che “
Così bella” (già pubblicato come singolo nel 2021) irradia in maniera copiosa e istantanea.
Celebrare la tradizione della cultura sonora statunitense significa anche includere nell’impasto scosse di
funky shuffle, ed ecco che “
Your own worst enemy” (anche questa già edita, nel 2022) adempie efficacemente all’impegno, rievocando le radiose gesta di
Jimi Hendrix e
Stevie Ray Vaughan.
In coda all’opera “
Everyday people” (
cover di Sly And The Family Stone) aggiunge altri tre minuti di scanzonato
R n’ B ad una collezione di canzoni che di sicuro non cambieranno la
Storia del Rock e ciononostante ostentano un
mix di attitudine, cuore e passione non così comune nella pur sempre voluminosa massa dei
revivalisti contemporanei.