Armored Saint: un’ISTITUZIONE!
Più di 40 anni di carriera, nove album in studio (il più brutto o, per meglio dire, il meno bello, si può definire ALMENO discreto), dei musicisti fenomenali, tra cui, un cantante come
John Bush, che ha militato in una delle thrash metal band più famose della storia e un bassista come
Joey Vera che, a sua volta, è attualmente una delle colonne portanti di una delle più grandi realtà progressive di sempre.
Potrei andare avanti, ma MI FERMO QUI, unicamente perché altrimenti, non farei altro che alimentare il mio senso di inferiorità nei confronti di un simile colosso musicale, sentendomi assolutamente inadeguato nei panni di recensore di
Emotion Factory Reset, ultimo lavoro in studio del Santo Corazzato uscito per la fedele
Metal Blade Records.
Anche a sto giro, cosi come già avvenne per il precedente
Punching The Sky, gli
Armored Saint, forti di un’invidiabile autonomia compositiva, mettono in mostra una freschezza e una vivacità che obiettivamente, poche realtà (soprattutto tra quelle "storiche") attualmente possono vantare.
Questa libertà creativa genera inevitabilmente un lavoro poliedrico, in grado di strizzare l’occhio sia alle sonorità più congeniali alla band, riconducibili al cosiddetto US Power, (emblematica la doppietta iniziale
Close To The Bone-Every Man Any Man, ma anche, le briose
Hit A Moonshit,
Compromise e
Throwing Caution To The Wind) , quanto a scelte stilistiche più tradizionali, tendenti al classic metal o all’hard rock (B
uckeye, Ladders And Slides, Bottom Feeder) e, perché no, anche a un certo tipo di metal mainstream (
Not On Your Life, It’s A Buzzkill), forse meno efficace eppure, inaspettatamente affascinante.
L’elemento davvero sorprendente è proprio quest’ultimo: perfino in quei pochi episodi meno riusciti infatti, gli
Armored Saint riescono nell’impresa di risultare suadenti e strappare consensi!
Merito indubbiamente della loro classe innata, unita a un gusto melodico sopraffino, esaltato dall’incisività dei fraseggi tra le chitarre di
Phil Sandoval e
Jeff Duncan, a loro volta, incastonate all’interno di una robusta cornice ritmica, costruita dal basso di
Joey Vera e dalla batteria di
Gonzo Sandoval e sublimate, come sempre, dalla voce di
John Bush che, nonostante le 62 primavere alle spalle, è ancora in grado di incantare, per merito di una timbrica graffiante e unica nel suo genere.
Emotion Factory Reset, a dispetto di un titolo e, soprattutto, di un artwork (AI?) che potremmo definire quantomeno discutibili, si rivela un album che lascia il segno, oltre che camaleontico, sotto il profilo del song-writing, seppure fedele all’inconfondibile stile della band.
Gli
Armored Saint, che in passato hanno scritto pagine importanti nel glorioso Libro del Metallo, certamente oggi non devono rendere conto a nessuno, o piacere per forza a qualcuno e sono cosi liberi di andare nella direzione che prediligono; quest’aspetto, consente di creare delle composizioni spensierate, spontanee ed eterogenee, che colpiscono proprio per la loro genuinità, sia nei momenti più melodici, che in quelli più spigolosi.
Che altro dire?
Ce ne fossero di bands che, dopo 40 anni suonati di carriera, regalano ancora dischi cosi belli e ispirati!