Ok … non millanterò competenze enciclopediche e “incondizionate” … come molti
rockofili, mi sono interessato alla produzione discografica di
Lisa Dalbello grazie alla
cover di "
Gonna get close to you" con cui i Queensryche impreziosirono il loro capolavoro “
Rage for order”.
Una curiosità che divenne una vera e propria “folgorazione”, consentendomi di fare la conoscenza con un’artista straordinariamente eclettica ed esuberante, che dopo tre
album intrisi di
pop e
R&B, contraendo il
monicker al solo
Dalbello, proprio con “
Whomanfoursays” (contenente il suddetto, fedele,
remake) dava una svolta “sperimentale” alla sua carriera, aggiungendo alla formazione “nera” un caleidoscopio di altre variegate suggestioni espressive.
Una scelta coraggiosa ed emancipata che anche grazie al contributo esecutivo e produttivo di
Mick Ronson (chitarrista e collaboratore di
David Bowie, tra gli altri …) avvia un percorso di crescita artistica esponenziale, culminato, dopo l’appassionante tappa intermedia “
she”, in questo “
whore”, un lavoro, fin dal titolo (riferito al rischio di “prostituzione” nel momento in cui si decide di sacrificare i propri valori sull’altare del consenso), “disturbante” e radicale, dove convivono
funky, elettronica,
dark e
alternative, veramente difficile da “catalogare”.
Il passato musicale più recente della cantante italo-canadese, fatto di peculiari miscellanee di
black-music e
hi-tech AOR, seppur non del tutto sconfessato, qui diventa un’entità sonora fervida e inquieta, pilotata da una voce veramente emozionante, esaltata da interpretazioni incredibilmente avvincenti.
A beneficio di chi non ne conoscesse le specificità, diciamo che siamo di fronte ad una vocalità che, forgiata sullo studio d’icone del calibro di
Chrissie Hynde,
Patti Smith e
Annie Lennox, diventa essa stessa un modello (chiedere ad
Alanis Morissette per un immediato riscontro) capace d’incorporare, soprattutto in quest’albo, bagliori del lirismo voluttuoso di
Kate Bush e dei gorgheggi primordiali e viscerali di
Diamanda Galás.
Fin dalle pulsazioni striscianti di “
Heavy boots” si capisce che “qualcosa” di importante è cambiato nell’approccio espressivo di
Lisa, diventato più oscuro, avventuroso e frastagliato, anche quando avvolge l’astante con il clima
rootsy di “
Easy”, sferzante e sincopato come potrebbero fare dei Pretenders proiettati nel futuro.
Ancora più peculiare appare il simil-recitato della
title-track, brano istrionico e magnetico, mentre con “
Eleven” la raccolta raggiunge il suo apice emotivo, grazie ad una prestazione vocale da brividi e un crescendo armonico straordinariamente intenso e coinvolgente.
“
Falling down” rivela il lato più “fragile” della
Dalbello, esternato attraverso una melodia vaporosa e quasi fiabesca, sviluppata su un alveo di caliginosa tensione, lo stesso che si percepisce nitido anche laddove è l’
etno-rock di “
O l'il boy” a conquistare il proscenio o sono le oscillanti e dense scansioni
funk n’ soul di “
Deep dark hole” e “
Yippie” a prendere il sopravvento.
“
All that I want” si alterna con disinvoltura tra estasi e subdola e vibrante catarsi, e alla meraviglia esotica “
Revenge of sleeping beauty”, una sorta di “
Kashmir” concepito in un universo parallelo, è affidata la chiusura di un’opera che ha ampiamente superato le barriere del tempo, conservando intatta la sua audace “modernità”, tanto che se uscisse oggi parleremmo comunque di un’esposizione sonora intrisa di una forma di fascinosa e flessibile creatività.
Dopo “
whore”,
Lisa Dalbello ha abbandonato la carriera discografica dedicandosi esclusivamente alla composizione “conto terzi”, al doppiaggio e alla pubblicità … un grande peccato, perché di personalità artistiche di questa levatura se ne sente sempre un enorme bisogno, anche (e soprattutto, direi …) nel nostro frenetico e poco immaginoso
rockrama contemporaneo.