Copertina 8,5

Info

Anno di uscita:2023
Durata:79 min.
Etichetta:Mascot Label Group

Tracklist

  1. BUT WHAT IF WE'RE WRONG
  2. WE WHO LAMENT
  3. TYRANNY
  4. PATTERN OF REBIRTH
  5. WATCHING THE EARTH SINK
  6. THE LESSER EVIL
  7. DENIAL'S ARIA
  8. VESPERS
  9. LET THE TRUTH SPEAK
  10. ALL WE KNEW AND EVER LOVED

Line up

  • Jamie Van Dyck: guitars
  • Frank Sacramone: keyboards
  • Ben Shanbrom: drums
  • Ryan Griffin: bass

Voto medio utenti

Mi dispiaceva non dedicare un po’ di spazio a un disco che attendevo da tempo, uscito nel 2023 e finito direttamente nella mia personale “top ten” di fine anno. Si tratta di “Let The Truth Speak” degli Earthside, pubblicato da Mascot a otto anni di distanza dal folgorante “A Dream In Static”, un gioiellino di progressive metal sinfonico che, benché autoprodotto, non passò inosservato.

Si parte subito alla grande con “But What If We’re Wrong” e le sue atmosfere crimsoniche e cinematografiche, prima di “We Who Lament”, che suggerisce come potrebbero suonare i Tool se non si accontentassero di ripetersi all’infinito. In “Tyranny” le orchestrazioni ben si sposano con il rifframa roccioso e la voce feroce di Pritam Adhikary, mentre “Pattern Of Rebirth” vive di contrasti, ma lo fa con un lodevole dono della sintesi.

“Watching The Earth Sink” è eterea e rarefatta per cinque minuti buoni prima di esplodere in tutta la sua audacia, e in “The Lesser Evil” la musica si tinge di esotico, con coraggiosi e riusciti inserti djent e funk. La rara eleganza di “Denial’s Aria” sfocia nella sinistra e inquietante “Vespers”, preludio a quello che è l’episodio più frizzante e sfaccettato del lotto, la titletrack sublimemente interpretata dal sempre ottimo Daniel Tompkins dei Tesseract.

La ciliegina sulla torta si intitola “All We Knew And Ever Loved”, impreziosita da sonorità a cavallo tra Hans Zimmer e Leprous (non è un caso che alla batteria ci sia anche Baard Kolstad) e presentata con un video superlativo.

Per chi scrive, il miglior progressive metal attualmente in circolazione.

Recensione a cura di Gabriele Marangoni

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