Copertina 8

Info

Anno di uscita:2020
Durata:47 min.
Etichetta:High Roller Records

Tracklist

  1. BLACK TONGUE TAR
  2. ISCARIOT’S DREAM
  3. VANITATIS PROFETA
  4. THE SPIRIT DIVIDE
  5. HELL – HEAVEN
  6. GRAVITAS
  7. DEAD KOSMONAUT – PART I
  8. DEAD KOSMONAUT – PART II

Line up

  • Mattias Reinholdsson: bass
  • Henrik Johansson: drums, keyboards
  • Fredrik Folkare: guitars, keyboards
  • Pär Fransson: guitars
  • Pelle Gustavsson: vocals

Voto medio utenti

Ho letto Dead Kosmonaut e sul momento ho immaginato che mi stavo per invischiare in qualcosa di astruso, fin troppo sperimentale o addirittura in un'accozzaglia di sonorità e disparate influenze, un timore che si è rafforzato nello scoprire in formazione il cantante Pelle Gustafsson, frontman, tra gli altri, della Black Metal band Nifelheim (dove aggredisce il microfono come Hellbutcher), e con lui un lotto di musicisti, tutti con diverse esperienze alle spalle, e tra questi il bassista Mattias Reinholdsson, fondatore del gruppo.

Detto questo, è bastato l'ascolto dell'opener "Black Tongue Tar" per capire di essere completamente fuori strada.
Infatti, nei quasi cinquanta minuti del disco, ci si ritrova immersi in suoni liquidi e atmosferici, che galleggiano su fondamenta comunque erette su di un sontuoso Hard & Heavy Metal, e che, come nel caso della delicata "Hell – Heaven", lasciano il segno, con un caldo feeling tra il Prog Rock, i primi Judas Priest, i Savatage e gli Evergrey più articolati o i Candlemass meno doomeggianti. Non mancano un tocco di Ronnie James Dio ("Vanitatis Profeta"), una modica quantità di Iron Maiden (come su "The Spirit Divide") per lo più in qualche melodia e passaggio vocale di Pelle Gustafsson, e tanta - ma tanta - qualità nel guitarwork e un cantato - ripeto - davvero sorprendente.
I tredici minuti finali dell’album sono appannaggio del brano che porta lo stesso nome del gruppo, diviso in due sezioni, la prima corale a fare da introduzione alla monumentale seconda parte, con quel senso di sospensione e raccoglimento che solo i grandi gruppi (su tutti i Pink Floyd) sanno creare.

I Dead Kosmonaut non sembrano una band messa su in piedi giusto per ricalcare l'onda del facile revival, visto che hanno già un album ("Expect Nothing" del 2017) alle spalle e la loro prima incarnazione, come Astrakaan, risale al 2005, ma soprattutto perché quello che fanno lo fanno bene. Molto bene.



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Recensione a cura di Sergio 'Ermo' Rapetti

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