Mother's Finest - Goody 2 Shoes & The Filthy Beasts

Copertina 7

Info

Anno di uscita:2015
Durata:48 min.
Etichetta:SteamHammer/SPV
Distribuzione:Audioglobe

Tracklist

  1. ANGELS
  2. SHUT UP
  3. SHE READY
  4. CLING TO THE CROSS
  5. ANOTHER DAY
  6. TEARS OF STONE
  7. ALL OF MY LIFE
  8. I DON'T MIND
  9. TAKE CONTROL
  10. MY BADD
  11. ILLUSION/SATISFACTION/BORN TO BE WILD (BONUS TRACK - LIVE)

Line up

  • Joyce “Baby Jean” Kennedy: vocals
  • Glenn “Doc” Murdock: vocals
  • Jerry "Wyzard" Seay: bass
  • Gary “Mo” Moore: guitar
  • John Hayes: guitar
  • Dion “D10N1C” Murdock: drums

Voto medio utenti

I Mother’s Finest sono una delle mie tante passioni “giovanili”.
Ho sempre adorato il loro essere “fuori dagli schemi”, in periodi in cui ostentare tale caratteristica era sicuramente indice di una personalità forte e audace, molto più di quanto accade oggi.
Troppo “nero” per il rock, troppo “bianco” per il funk (tanto da intitolare uno dei suoi lavori più riusciti “Black radio won't play this record”) il collettivo di Atlanta ha saputo superare le convenzioni e mescolare con abilità e sagacia hard e black music, diventando uno dei pionieri del funky-metal, sfornando una discografia complessivamente piuttosto avvincente (vi consiglio soprattutto “Iron age”, oltre al già citato albo del 1992), scontando solo qualche calo di tensione, quasi inevitabile all’interno di una parabola artistica ultra-quarantennale.
Accolgo, dunque, il nuovo “Goody 2 shoes & the filthy beasts” con grande entusiasmo e anche se i tempi sono cambiati e il loro meltin’ pot sonoro è ormai stato ampiamente sdoganato, è sempre un piacere ritrovare i membri originali Joyce Kennedy, Glenn Murdock, Wyzard e Moses Mo in eccellenti condizioni di forma, supportati nell’impresa da John Hayes e Dion Derek, ormai da “qualche” tempo un adeguato complemento alla storia della band.
Baby Jean è ancora una tigre capace di graffiare e fare le fusa, Doc è costantemente la sua degna controparte e il resto della formazione macina riff, elettricità e pulsazioni ritmiche con grande disinvoltura, rendendo ancora una volta il sound quel fascinoso “bastardo” che abbiamo imparato ad amare in tutti questi anni.
Qualche episodio è, invero, un po’ troppo compiacente, altri non saranno esattamente adatti ai palati dei “metallari”, ma sono certo che "Angels", “Shut up”, “She ready”, “My badd” e magari pure il soul n’ blues pingue di “ Cling to the cross”, potranno essere apprezzati, oltre che dai fans dei Mother’s Finest, felici di trovare il loro tipico trademark integrato di una considerevole dose di “freschezza”, anche da chi, per esempio, si dichiara estimatore di certe cose di Glenn Hughes o Jeff Scott Soto.
La notturna “Another day” e la spigliata “All of my life” hanno un discreto appeal radiofonico, “Tears of stone” stimola importanti piloerezioni, mentre leggermente più “indigeste” appaiono “I don’t mind” e “Take control”, tra purezze funky e bizzarrie elettroniche.
Conclusione riservata, in forma di live bonus track, alla scalciante “Illusion” (da “Iron age”) e alle cover di "(I can’t get no) Satisfaction” e “Born to be wild”, ad illuminante dimostrazione di quanta energia sia in grado di produrre questo esuberante collettivo su di un palcoscenico (per ulteriori referenze non mancate “Live” del 1979 e “Subluxation” del 1990).
In assoluto, forse, non il loro lavoro migliore e tuttavia un buon disco, utile, eventualmente, anche ad approfondire le origini del crossover e a ricordare ai “distratti” che gente come Living Colour e Red Hot Chili Peppers non nasce dal nulla.
Recensione a cura di Marco Aimasso

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