Copertina 5

Info

Genere:Prog Rock
Anno di uscita:2014
Durata:55 min.
Etichetta:Roadrunner Records

Tracklist

  1. ETERNAL RAINS WILL COME
  2. CUSP OF ETERNITY
  3. MOON ABOVE, SUN BELOW
  4. ELYSIAN WOES
  5. GOBLIN
  6. RIVER
  7. VOICE OF TREASON
  8. FAITH IN OTHERS

Line up

  • Mikael Åkerfeldt: guitars, Vocals
  • Martín Méndez: bass
  • Martin Axenrot : drums
  • Fredrik Åkesson: guitars
  • Joakim Svalberg: keyboards

Voto medio utenti

Dopo tre anni ed intensi tour che li hanno visti protagonisti anche nella nostra penisola, gli svedesi Opeth tornano a farsi sentire con il loro secondo disco che prosegue e cerca di ampliare il discorso intrapreso con Heritage.

Il precedente lavoro era palesemente debitore di sonorità settantiane e ci presentava una band di buoni strumentisti che cercava di rileggere, non senza qualche difficoltà, un suono non più di moda ma che ha fatto la storia di un filone musicale: il progressive rock. La parte più "hardeggiante" del loro suono, reminiscente di Deep Purple e Jethro Tull viene totalmente annullata nel nuovo e pretenzioso Pale Communion che espande ulteriormente i loro orizzonti e li porta ad osare con canzoni dalla durata più o meno elevata nelle quali, aimé, spesso si perdono.

Evidente, sin da subito, il miglioramento della voce del mastermind Mikael Åkerfeldt (attivo in passato con diverse band di estrazione differente) che ci delizia con soffici melodie e vocalizzi a più voci, avvolgendoci e trasportandoci all'interno delle ampollose composizioni che, diciamola tutta, sembrano tanto arzigogolate quanto inconcludenti. Il suo timbro richiama saltuariamente quello del connazionale Dan Swanö, uno che di metal progressivo se ne intende, dubito però che si conoscano visto la differenza tra i due ambienti musicali.
Tolte Cusp of Eternity e qualcosa qua e là, l'eccessivo divagare dei nostri, che passano senza soluzione di continuità tra uno stile progressive e l'altro richiamando più formazioni, li porta ad inseguire idealmente (talvolta pedissequamente) un suono che non sembra naturale. Sento come se gli Opeth cercassero di esprimersi in un linguaggio con cui non sono nati ma che hanno appreso col tempo, come se uno zingaro (mi viene in mente Mickey O'Neil) che ha vissuto ovunque ed ha ascoltato tante persone di culture ed etnie diverse, volesse ora leggere ad alta voce un libro di alchimia o di fisica quantistica. Certo, può essere interessante per un paio di miunuti, poi capisci che non è il suo.

La canzone Goblin, ad esempio, cerca di riproporre un'ideale colonna sonora da poliziottesco anni '70, non brutta di certo ma nemmeno qualcosa da ricordare, diciamo che queste cose riescono molto meglio a chi le fa con maestria, vedi oggigiorno i Calibro 35. Che dire poi di River ed i suoi rimandi folk tipo Lynyrd Skynyrd? E dei violini di Voice of Treason e di Faith in Others? Canzoni che sembrano la fiacca soundtrack di un film sulla depressione.

A prescindere dal tipo di proposta, quello che la musica deve trasmettere è emozione, stupore, evocare viaggi mentali o, in molti casi, è sufficiente che riesca ad intrattenere spensieratamente. Il nuovo Pale Communion, nonostante l'indiscutibile bravura dei musicisti, con un plauso particolare all'operato del batterista Martin Axenrot che ha sviluppato un tocco davvero fine e lontano da quel suono secco che caratterizzava le sue precedenti esperienze musicali, nonché al fantastico lavoro di basso di Martin Mendez, dicevo, nonostante la loro abilità finiscono per annoiare, annoiare terribilmente.
Ascoltarlo due/ tre volte di fila, sono sicuro faccia uscire schiuma dalla bocca.

Non è un problema di genere (anche se non capisco, perché di tanto in tanto, arrivino dischi di band di questo tipo nella redazione di un wbmagazine metal) è un problema di trasmissione e non parlo di un lavoro da meccanico, ma un rapporto tra esecutore ed ascoltatore. Il songwriting libero e apparentemente svincolato è l'essenza del prog, ma quando mancano i colpi di genio e le giuste atmosfere, ecco che questa musica diventa noia. Pale Communion è un piacere per le orecchie, visto che è stato registrato e prodotto in modo perfetto, esemplare, ma finisce tutto lì, subito. Magari ascoltandolo e riascoltandolo per settimane si riesce ad apprezzare qualche passaggio in più, ma io dico: è l'ascoltatore che deve andare a cercare per forza del buono in un disco che di buono ha poco, o sono i musicisti che attraverso di esso devono riuscire a comunicarti qualcosa?

Mi scuso per la mia lungaggine verso questo giovane gruppetto presuntuoso, ho cercato di farvi capire quello che abbiamo di fronte con le mie poche conoscenze progressive, evitando anche di tirare in ballo esponenti del genere che non conosco troppo bene.

Ora, vogliate scusarmi, vado a mettere sul piatto Nursery Cryme, dove le emozioni fluiscono ancora come la prima volta.
Recensione a cura di Francesco Frank Gozzi

Ultime opinioni dei lettori

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Ultimi commenti dei lettori

Inserito il 26 ago 2014 alle 11:39

Che somiglino sempre di più ai Porcupine Tree è una cazzata. I Porcupine Tree, quelli del botto post In Absentia, avevano un sound molto moderno e contaminato, con elettronica, synth, e atmosfere prese in prestito da band come Massive Attack e Nine Inch Nails... questi Opeth suonano invece terribilmente retrò...una veste che può piacere o meno (personalmente non mi fanno impazzire in questa veste). Se proprio vogliamo, molto più simili agli ultimi due dischi solisti di Wilson, ma non ai PT. Ps. Steven Wilson ha solo mixato il disco, il che vuol dire che non ha contribuito in nessun modo alla composizione, all'arrangiamento e alla registrazione.

Inserito il 25 ago 2014 alle 15:58

Giovani, era una battuta quella su Swano e Akerfeldt! :D forse è perchè non sono + giovane che non avevo capito la battuta...vecchio e rinco :P Mephys io sono ancora giovane ma sono rinco lo stesso, non ti avvilire! E al primo commento su questo glorioso portale, metto a segno la mia prima cappellata!

Inserito il 25 ago 2014 alle 01:37

la parabola discendente degli opeth si compone di un altro prezioso tassello.

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