Copertina 7

Info

Anno di uscita:2012
Durata:21 min.
Etichetta:Cyclone Empire

Tracklist

  1. DAGON'S BLOOD
  2. THE SKULL OF THE SORCERER
  3. BY THE BLESSING OF DEATH
  4. IN SERVITUDE TO DESTINY

Line up

  • Gerrit P. Mutz: vocals, guitars
  • Joachim "Bolle" Schmalzried: bass
  • Jörg M. Knittel: guitars
  • Dennis Schediwy: drums

Voto medio utenti

Oddio il gatto!!! E chi se l'aspettava!!

Ho "preso" la recensione dei Dawn of Winter un po' per caso, anzi assai distrattamente, principalmente perchè nessuno l'aveva richiesta, un po' per la simpatia a pelle per un'etichetta sfigata come la Cyclone Empire, un po' perchè senza riflettere mi pareva un nome decente per un gruppo tipo atmospheric depressive doom o qualcosa del genere.

Dopo un secondo di "Dagon's Blood"..E' LUI! E' LUIIIIIIIIIIIII!
E' LA VOCE DEL GATTOOOOOOOOOOOOOO!!!

A quel punto ho fatto mente locale in un millesecondo...ma porca miseria, i Dawn of Winter!?!?! Quei Dawn of Winter???

Clamoroso, il gatto Mutz, "famoso" per essere il cantante degli inossidabili Sacred Steel, spunta alle mie spalle sornione e graffiante più che mai (anche se dalle foto ammazza se s'è invecchiato :( ) con i suoi Dawn of Winter, che pochissimi sapranno essere una cult band dedita all'epic doom più inossidabile e sulfureo che esista e che vede il suo debutto "In the Valley of Tears" risalente ben al 1988, per la Iron Glory.

Il seguente "The Peaceful Dead", recensito 4 anni fa dal nostro Marchino Aimasso, non aveva lasciato il segno ed oggi arriva questo EP "The Skull of the Sorcerer" che magari, chissà, ci porterà il terzo full length in ben 21 anni di carriera.

Il minutaggio è scarso ma la qualità no: davvero tre ottime composizioni più una carina ma nulla più (la già citata opener "Dagon's Blood"), anche se c'è da dire che a Gerrit e Jorg (anch'esso nei Sacred Steel) riescono meglio le composizioni più lente e solenni che quelle rocciose in mid-tempos, in ogni caso dignitosissime.

I riferimenti son sempre quelli, Candlemass in testa, ed anche il gattone a volte è sorprendente per come riesce ad essere eclettico, magari a differenza della band madre, a volte grintoso e graffiante, altre evocativo e stentoreo, in entrambi i casi assai efficace.

"In servitude to Destiny" e la title track sono davvero due autentiche gemme nere e ci auguriamo che se mai ci sarà il disco completo sarà maggiormente incentrato su queste coordinate.

Sempre lode al Gatto, amen.

Recensione a cura di Gianluca 'Graz' Grazioli

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