(22 febbraio 2009)Saxon: The Valley... Stage of the Kings!

L’accoppiata Saxon ed Iced Earth ha dato vita ad un concerto eccezionale, dato dalla somma di due formazioni dalla grande (direi sconfinata per gli inglesi…) esperienza. Registrata l’assenza di uno special guest, la serata è aperta dalla creatura di Jon Schaffer…


Gli Iced Earth salgono sul palco sulle note dell’intro "In Sacred Flames" che, come sul loro ultimo album, prelude alla nuova "Behold the Wicked Child", con un Matthew Barlow pronto a confermare che sebbene abbia perso la lunga criniera non ha certo smarrito la voce e tantomeno l’eccezionale capacità interpretativa che lo ha da sempre contraddistinto, dando il meglio di se sulla stupenda, e sempre emozionante, "Watching Over Me", sicuramente uno dei momenti più intensi dell’intera serata.
Rispetto alla loro prova al Gods of Metal del 2008, gli Iced Earth hanno ulteriormente serrato le fila, e lo dimostrano, ad esempio, con la devastante accoppiata "Violate" e "Pure Evil", nuovamente piazzate in rapida successione. Ma dall’ormai importante repertorio degli Iced Earth ecco che arrivano a fare un figurone canzoni come "Melancholy", "Dracula" e la conclusiva "Iced Earth", e ad ogni modo non spiace nemmeno una "Declaration Day" che era originariamente cantata da Tim Owens. A proposito, al di là dell’indiscutibile bravura di "Ripper" Owens, è lampante come il posto al fianco di Schaffer non possa che essere occupato da Barlow.
L’accoppiata si è riformata, e se l’ultimo album non ha convinto del tutto, dal vivo la differenza c’è. Si sente e si vede.

Sergio Rapetti


Ammirevoli per tenacia e coerenza, i Saxon possono vantare una carriera di alto livello lunga tre decadi. Dopo i trionfi del primo periodo ed il successivo appannamento, in tempi recenti ci hanno abituato alla realizzazione di albums più che dignitosi, ai quali fanno sempre seguito tours capillari. Che non mancano mai d’includere qualche data nel nostro paese, da sempre fonte di successo per la formazione britannica.
Puntualmente, dopo l’uscita dell’ultimo "Into the Labyrinth", i Saxon si presentano al Rolling Stones di Milano per l’ennesimo concerto tricolore.
Fin dalle battute iniziali, con la nuova e possente "Battalions of Steel" seguita dall’immortale "Heavy Metal Thunder", appare chiaro che il quintetto è molto carico, motivato e convinto della buona qualità del fresco lavoro. Che, infatti, viene presentato in tutti i suoi momenti di rilievo, dalle furiose "Demon Sweeney Todd" ed "Hellcat", all’epica "Valley of the Kings", fino all’ottimo singolo "Live to Rock" cantato a gran voce da tutto il pubblico. Canzoni che mettono in particolare risalto il lavoro solistico di Doug Scarratt e l’energia giovanile del bassista Nibbs Carter, e che potrebbero trovare posto anche nelle esibizioni degli anni futuri.
Verso metà concerto, il carismatico Biff conferma la regola di proporre ai fans alcune canzoni, da scegliere per acclamazione. Dal toto-applausi escono fuori due anthems degli anni d’oro, come "Strong Arm of the Law" e "And the Bands Played on". Per l’entusiasmo della platea, si prosegue con il repertorio più classico del gruppo, che chiude la scaletta con altri due pezzi da novanta quali "Wheels of Steel" e "Crusader".
Brani datati ma irrinunciabili, durante i quali le luci della ribalta sono tutte per il biondo vocalist e soprattutto per il mitico Paul Quinn. Il chitarrista, munito di occhiali da sole e berrettino anti-calvizie, ricorda a tutti di essere una delle anime di questa band fin dalla sua fondazione.
Durante il doppio bis, viene rispolverata perfino la cover di "Run Like the Wind", brano che i Saxon eseguono quasi solo in Italia, insieme ai mega-hits "Princess of the Night" e "Denim and Leather", storiche reminiscenze dei primissimi anni ’80.
A mio avviso è stata una delle migliori prestazioni dei Saxon negli ultimi anni e questo non può che far piacere agli estimatori di questa intramontabile formazione. Non è da tutti offrire ancora tanta energia e professionalità dopo una carriera così densa ed estenuante.
Se vogliamo, l’unica nota negativa è lo spiacevole vezzo tutto italiano, di programmare i concerti per un orario e farli poi cominciare misteriosamente due ore dopo. Comunque per il migliaio di presenti, è valsa sicuramente l’attesa.

Fabrizio "Stonerman" Bertogliatti

Ultimi commenti dei lettori

Avatar Inserito il 05 marzo 2009 alle 18.01

Addirittura RIDE LIKE THE WIND, mamma mia era ora che andassero a ripescare da quel periodo...!

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