(19 marzo 2005)Glenn Hughes + The Lizards – 19.03.05 – Officina Estragon, Bologna

The voice of Rock is back in town!
Ecco una semplice, ma efficace frase per riassumere questo Sabato sera.

Arrivato in quel di Bologna, mi accorgo molto presto che la quantità delle macchine presenti nei pressi dell’Officina Estragon è impressionante… sarà mica un bel pienone?
Dopo aver parcheggiato nel futuro, mi accingo lemme lemme ad entrare nel disco pub, ottimamente preparato per la serata.

Ad aprire lo show ci pensano i The Lizards, band nella quale militano due illustri figuri, quali il drummer Bobby Rondinelli (già con Blue Oyster Cult, Rainbow e Black Sabbath) ed il vocalist Mike Dimeo (ex Riot), a cui si aggiungono due inquietanti personaggi che sembrano uscire fuori direttamente dagli anni ’70, senza essere passati minimamente tra gli ’80 ed i ’90, ovvero il bassista Randy Pratt (se avete visto il film ‘Still Crazy’, allora sapete il look in questione…) ed il chitarrista Patrick Klein.
Lo show di questa band, pur essendo tecnicamente ineccepibile, risulta lento ed apatico, ove solo il bravo Patrick sembra essere in linea con l’aria frizzante che avvolge la serata bolognese.
I brani, estrapolati da tutta la discografia della band, ma con un occhio particolare all’ultimo ‘Cold Blooded Kings’, vengono proposti senza mordente, e la band, dal canto suo, fa poco e niente per scaldare l’audience… sarà, ma da gente come Rondinelli e Dimeo mi aspettavo sinceramente qualcosa di molto di più.
Una band per cui la forma è più importante della sostanza. Sudare non fa mica male….

Ma ora è arrivato il momento per Sua Maestà Glenn Hughes.
E l’attesa non è stata assolutamente vana.
Sulle ali del successo sia di critica che di pubblico dell’ultimo ‘Soul Mover’, la voce del Rock irrompe subito con un trittico d’attacco, come la title track omonima ‘Soul Mover’, ‘Orion’, ‘Land Of The Livin’’ e la prima cover della serata, ‘Mistreated’ (ovviamente parliamo dei Deep Purple… ) in cui tutta la magnificenza, la classe ed il magnetismo della voce di Hughes sfiora Dio (non il Signor Padovani), procurando più di un brivido ed occhi lucidi nelle più di 500 persone accorse per lo show. Ed il feedback che lo stesso Hughes riceve ha dell’incredibile.
Il concerto procede alla grande, snocciolando quasi tutta l’ultima fatica discografica del vocalist dagli occhiali dalle lenti viola, in cui un'altra nota positiva giunge dalla splendida line up che lo accompagna sul palco: il trio di svedesi è praticamente perfetto (a parte qualche piccola sbavatura del tastierista Kjell Haraldson), con il guitarist J.J. Marsh sugli scudi (impressionante la tecnica di questo ragazzone biondo) ed il drummer Thomas Broman sempre preciso e pulito.
La tracklist presentata, come detto, lascia poco spazio alle produzioni a marchio Hughes del recente passato solista (cosa avrei dato per una ‘Standing On A Rock’… ), ma le chicche sono comunque presenti, come ‘Medusa’, una auto cover del primissimo Glenn con la sua primissima band, i Trapeze, ed il bis finale, in cui prima viene proposta ‘Seventh Star’ dei Black Sabbath, e poi l’immancabile ‘Burn’, accolta con un boato assordante, quasi avesse segnato l’Italia in finale di Coppa del Mondo!
E così giù tutti a cantare a squarciagola una canzone divenuta inno, che ancora dopo più di 30 anni riesce ad infiammare i cuori delle persone!

Grandissimo show, grandissima serata, in cui il divario tra chi ha l’arte nelle proprie tasche ed i mestieranti è risultato profondo come un abisso, quasi impietoso.
In fine, un plauso alla Bronson Produzioni per l’ottima serata e per l’ottima organizzazione. In attesa di altre icone!

Track List:
SOUL MOVER
ORION
LAND OF THE LIVIN'
MISTREATED (Deep Purple)
CAN'T STOP THE FLOOD
LET IT GO
HIGH ROAD
MEDUSA (Trapeze)
DON'T LET IT BLEED
WHEREVER YOU GO
Bis: SEVENTH STAR (Black Sabbath)
Bis: BURN (Deep Purple)


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