(14 maggio 2010)Jethro Tull - 14 Maggio 2010 (Vaillant Palace, Genova)

Funziona sempre così: quando sul palco sale chi ha fatto la storia, spazza via tutto il resto. Basta un accordo, a volte, una piccola sfumatura, a farti capire quanto conti essere cresciuti in un periodo dove il rock si sviluppava e invadeva tutto il mondo. Quando suonano questi gruppi, dovrebbero portarci le scuole in gita, per far comprendere anche ai più giovani quanto l’arte possa diventare sublime quando viene messa in musica.

Il concerto inizia in sordina, con il solo Ian Anderson, armato di chitarra acustica, a proporre Dun Ringill, presto raggiunto dal fido Martin Barre per le parti soliste. Poi si inizia a fare sul serio, con la tripletta Beggar’s Farm, Life Is A Long Song e Jack In The Green, che scorrono via perfette e leggere. L’intensità cresce con la clamorosa esecuzione di Eurology, seguita da una Nothing Is Easy da far crollare il palazzetto, dove il vecchio Ian inizia a tormentare il suo flauto come solo lui è in grado di fare e dove la band da sfoggio di tutte le proprie potenzialità affrontando con estrema scioltezza stacchi da brivido e passaggi intricati. Il pubblico ora è caldo e i Jethro ci danno dentro con le storiche A New Day Yesterday e Songs From The Wood, che incendiano la platea. Il finale della prima parte dello show è affidato ad una versione dilatata di Bouree, dove Ian Anderson si sfoga zompettando qua e là, sbuffando e ringhiando nel flauto, che da oggetto inanimato diventa uno splendido essere vivente in grado di regalare emozioni incredibili.

Dopo una ventina di minuti di pausa, che possono sembrare inusuali ma che probabilmente giunti ad una certa età non possono che fare bene a chi sta sul palco, ecco riprendere tutto con ancora maggiore intensità, per una seconda parte esplosiva. Da segnalare, in particolare, una Budapest delicata e intima, seguita dalla doppietta finale Aqualung (che per come è stata fatta sarebbe valsa da sola il prezzo del biglietto) e Locomotive Breath, dove finalmente il pubblico abbandona le sedie per ammassarsi sotto il palco a saltare e a cantare.

Ian Anderson mostruoso, voce in discreta forma e fisico perfetto. Si muove, balla, salta, sembra che per lui il tempo non sia passato per niente. Martin Barre, impeccabile come al solito, sfoggia anche una tecnica mai sentita sui dischi e decisamente di qualità superiore. Perfetto anche il resto della band, che non perderebbe un colpo nemmeno sotto tortura: granitici. Profondo rispetto e giù il cappello di fronte a un musicista e a una band leggendari, che anno dopo anno continuano a girare il mondo in tour, regalando esibizioni perfette, magiche e preziose.

Chiusura come di consueto affidata al resoconto riguardo location e organizzazione. Il palazzetto di Genova, in cui mi recavo per la prima volta non essendo ligure, ha accolto più che degnamente l’evento, anche grazie ad un’acustica migliore rispetto alle mie previsioni. Organizzazione direi praticamente impeccabile, anche se il siparietto relativo alla consegna sul palco del premio “Mandolino Genovese” a Ian Anderson nel bel mezzo del concerto mi è sembrato decisamente fuori luogo. Infine, davvero bello vedere almeno tre generazioni partecipare insieme ad un concerto: sinceramente, questa è la cosa che più da l’idea della validità della musica che uno va a sentire.

Questa la scaletta:
Dun Ringill
Beggar’s Farm
Life Is A Long Song
Jack In The Green
Eurology
Nothing Is Easy
A New Day Yesterday
Songs From The Wood
Cross-Eyed Mary
Hare And The Wine Cup
Bouree
INTERVALLO
Past Times With Good Company
A Change Of Horses
My God
Budapest
Aqualung
Locomotive Breath

Ultimi commenti dei lettori

Avatar Inserito il 24 maggio 2010 alle 23.56

Andrò a vederli a Monza, sono certo che il mio idolo non mi deluderà neanche questa volta!

Avatar Inserito il 24 maggio 2010 alle 12.38

grandissimi...

Avatar Inserito il 20 maggio 2010 alle 12.59

sentendoli ho preso l'amore per il flauto che suono da 6 anni!! Grandi, ho tutti i loro LP!

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Area: Classic Area
Provincia: GE
Costo: non disponibile

Report a cura di
Alessandro Quero
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