Firmo: solo, e bene accompagnato!

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Fare “quattro chiacchiere” con artisti come Gianluca Firmo è sempre una grande soddisfazione, in grado di gratificare sia il musicofilo, sia il “giornalista”. Risposte dettagliate, mai banali, simpatiche ed entusiaste, in cui emerge nitida la più potente delle forze motrici: la passione. Ovviamente, dietro a tutto questo c’è “anche” un talento spiccato per la composizione melodica, affiancato, oggi, da un approccio molto istintivo al canto, testimoniato dal suo primo albo solista intitolato “Rehab” (pubblicato di recente per la Street Symphonies Records / Burning Minds Music Group), che vi consiglio caldamente se nel rock, più che una “forma” pirotecnica, cercate tanta “sostanza” emozionale.

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Ciao Gianluca, e bentornato sulle pagine di Metal.it! La volta precedente eri stato nostro gradito ospite per il debutto dei Room Experience, mentre oggi è la recente uscita del tuo albo solista a offrirci l’occasione per fare quattro chiacchiere … come allora ti chiedo di raccontarci “tutto” di “Rehab” … com’è nato, a cosa si riferisce il suo titolo e come mai proprio adesso hai deciso di pubblicare un disco in “prima persona” (un attacco di egocentrismo, forse :) …)
Ciao Marco, grazie a te e a Metal.it per avermi accolto nuovamente come ospite!
Da buon Leone dovrei confermare che l’egocentrismo è la ragione che muove ogni mia scelta, ma in realtà, dal mio punto di vista, scrivere e cantare i miei pezzi è semplicemente fare quello che ho sempre fatto, pur in un contesto decisamente meno professionale. La questione, piuttosto, era capire se fossi in grado di fare le stesse cose anche confrontandomi con l’universo musicale. Così ho pensato di provarci con un approccio diverso rispetto a Room Experience, sia nella scelta dei brani, che nelle scelte di produzione. Dovendomi mettere in gioco, l’ho fatto anche “comunicando” una delle mie visioni della musica, fatta di un sound meno poderoso e meno compresso. Infatti, il mix e il master del disco sono stati fatti con l’obiettivo di salvare il più possibile della dinamica naturale degli strumenti, a costo di sacrificare la classica “botta”. Non che rinneghi anche il sound poderoso, eh … ci mancherebbe. Ma la spasmodica ricerca del volume più alto che caratterizza le produzioni, soprattutto dal periodo post-grunge, ha cambiato gli stili di mix e di arrangiamento, gradualmente abituandoci a un ascolto “diverso” e al giorno d’oggi, anche nel nostro amato genere, sembra che tutto vada in quell’unica direzione. Io, da buon “ribelle moderato” vorrei invece che la scelta rimanesse sempre ampia, perché se è vero che il risultato finale è sempre un compromesso, non è detto che il compromesso debba sempre essere in favore della potenza e del volume. Non è detto che io sia riuscito a raggiungere nel migliore dei modi il risultato che mi ero prefisso, ma sono molto contento del risultato e intenzionato a migliorare sotto ogni possibile aspetto.
In questo senso, “Rehab” mi è sembrato un titolo molto adatto, anche se la title-track, da cui è preso, parla in termini scherzosi di riabilitazione dalle nostre routine e da tutto ciò che attutisce le nostre passioni: rappresentava bene anche l’idea dell’approccio musicale.
All’album hanno partecipato parecchi prestigiosi musicisti della scena melodica contemporanea … ti va di ricordarli e di rivelarci in che modo si è sviluppata tale collaborazione?
Mi tocca chiamare in causa ancora una volta Room Experience: il buon riscontro che ha avuto quel disco mi ha permesso di stringere alcune relazioni con alcune persone di eccezionale talento, anche non direttamente legate al disco del 2015.
Partiamo da Davide Barbieri (Wheels of Fire) e Mario Percudani (HungryHeart), dei quali mi ritengo anche amico (chiedi conferma a loro, però … non si sa mai!) e che se potessi coinvolgerei in ogni avventura musicale. Davide è un cantante di primissimo livello e con un gusto per le armonizzazioni vocali con pochi rivali al mondo. Mario ha un modo di suonare sia l’acustica, sia l’elettrica, che mi fa impazzire: da ogni nota senti uscire il sound americano, che se non si fosse capito è quello che preferisco. Idealmente mi piacerebbe che il rock melodico avesse l’approccio europeo alla melodia e l’approccio americano all’armonia e al sound.
Paul Laine dubito abbia bisogno di presentazioni: siamo rimasti in stretto contatto sin dall’inizio dei lavori di Room Experience (dai cui brani era rimasto favorevolmente colpito) e quando gli ho proposto di fare delle backing vocals su “Heart of stone”, è stato disponibilissimo. Tra l’altro si è innamorato di quel pezzo e tutti i suoi complimenti mi hanno ripagato da soli degli sforzi del disco.
Poi ci sono Pier Mazzini, che conoscevo soprattutto per le sonorità più hard nei Danger Zone, ma verso il quale il buon Zorro (aka Pierpaolo Monti n.d.a.) mi ha indirizzato quando gli ho chiesto chi avrebbe potuto aiutarmi con le tastiere di “Didn’t wanna care”.
Stefano Zeni dei Wheels Of Fire ha completato con le sue dita infuocate gli arrangiamenti di “No Prisoners”, “Rehab” e “A place for Judgement Day”.
La cosa buffa è che la line-up base è invece composta da musicisti esterni alla “nostra” scena melodica: Mattia Tedesco (Chitarre) viene dalla scena pop-rock italiana e collabora, tra gli altri, con Vasco Rossi; Daniele Valseriati è il batterista dei Tragodia; Nicola Iazzi (Basso) ha un passato da blackster e attualmente suona con Mattia in una band di rock alternativo (Candies for Breakfast), anche se recentemente ha accompagnato gli Hardline in un mini tour Europeo.
Carlo Poddighe, che negli ultimi anni accompagna spesso Omar Pedrini, è un amico e uno dei chitarristi più talentuosi che io conosca: ci tenevo a coinvolgerlo nel disco.
Ti conoscevamo soprattutto per le tue capacità di scrittura, ma personalmente ho apprezzato parecchio anche il tuo approccio vocale, molto comunicativo e poco avvezzo ai “sensazionalismi “… a chi t’ispiri da questo punto di vista e quali sono gli obiettivi che ti prefiggi quando canti?
Grazie, prima di tutto. Hai detto che il mio modo di cantare è comunicativo e dal mio punto di vista non potresti farmi complimento migliore, perché comunicare le emozioni che stanno dietro al pezzo, è l’obiettivo principale che mi prefiggo cantando. D’altronde ho un modo di cantare istintivo che non è supportato dalla tecnica, quindi i sensazionalismi non potrei permettermeli nemmeno se li volessi; in generale, però, non li amo. Da un lato, sento la mancanza di una buona tecnica di canto ogni volta che voglio fare qualcosa con la voce e non ci riesco (e immagino che chi ama il bel canto, trovi la mia voce e il mio stile di canto assolutamente poco appetibili), ma dall’altro lato la tecnica mi spaventa più di quanto non mi attiri. Portando all’estremo la mia concezione, sono convinto che in assenza di un talento o di una personalità fuori dal comune (e vocalmente ritengo di non avere né l’una, né l’altra dote), la tecnica impoverisca l’interpretazione invece che arricchirla, perché la riduce a una fredda dimostrazione di bravura. In effetti, sempre più negli ultimi anni mi sembra di sentire gente che canta perfettamente, ma con poca, pochissima personalità. Chi riesce a coniugare entrambe le cose, di solito, diventa un numero uno. Tra chi resta nelle seconde o terze scelte, scelgo sicuramente chi almeno lo fa con il proprio stile.
Quanto ai modelli, potrei dirti i nomi di tutti i cantanti che amo e dei quali amo certe sfumature interpretative diverse da canzone a canzone e che istintivamente cerco di ripetere, nonostante il mio essere un cantante “diversamente abile”; non lo faccio mai coscientemente. Diciamo che è una specie di “riflesso pavloviano” che ho nel canto. Ovviamente, però, c’è un signore del New Jersey che più di tutti mi ha influenzato in questo senso.

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Sotto il profilo compositivo ritengo l’opera una riuscitissima miscela di spigliatezza e pathos, che rimanda a grandi songwriter melodici del calibro di Jon Bon Jovi e Bryan Adams … cosa ci puoi raccontare di brani come “A place for judgement day”, “No prisoners” e "Unbreakable”, che mostrano il tuo lato più diretto ed energico?
Sai quando ti dicevo che volevo un disco con un sound meno poderoso? Ecco, per questi tre pezzi le cose avrebbero funzionato meglio al contrario, ma per ragioni di equilibrio nel disco, abbiamo mantenuto lo stesso approccio usato per le altre. “A place for judgment day” è nata in modo strano, perché si è creata attorno al riff iniziale che nella mia testa era suonato da una chitarra, ma nella pratica stavo scrivendo su una tastiera … roba buona per farmi odiare dai chitarristi insomma. “No prisoners” invece la dice lunga sulla diversa percezione di ognuno e soprattutto del fatto che quasi mai quello che l’autore ha in testa è quello che l’ascoltatore percepisce. Io avevo in testa i tastieroni anni 80 degli Europe e gli Europe sono l’unica band a cui nessun ascoltatore ha fatto riferimento commentando il pezzo.
Ottimo lavoro, Gianluca: bersaglio centrato! :D
Unbreakable” è un pezzo che mi diverte in maniera particolare: vive sul ritmo, più che sulla melodia. Infatti, anche nel cantarla ho cercato di prestare più attenzione alla resa ritmica che a quella melodica. Ed è divertente il contrasto tra i riff piuttosto pesanti delle chitarre elettriche e la ritmica folk e quasi ballabile delle acustiche che fanno da tappeto.
Ovvio a questo punto chiederti qualcosa anche su "Didn't wanna care”, “Until forever comes” e “Everything”, che esibiscono invece il versante maggiormente malinconico e introspettivo di Firmo ...
Per la serie “evviva la bipolarità”, eh? Mi piace che un disco contenga tante atmosfere diverse e cerco sempre di raccoglierne molte nei miei lavori, perché i dischi mono-atmosfera mi annoiano. Molti, per contro, non amano i dischi con più di un paio di ballad. Dal mio punto di vista la ballad, che è una tipologia di canzone trasversale a ogni genere, ti consente di sbizzarrirti nei suoni e negli arrangiamenti e visto che madre natura non mi ha dotato di una particolare originalità a livello di scrittura, con le ballad mi diverto a provarne molti. E così ho fatto anche qui: sono tre canzoni introspettive, malinconiche, ma a livello di suoni e arrangiamenti molto diverse tra di loro. In fondo, possiamo essere malinconici e introspettivi per motivi molto diversi ed è giusto che l’atmosfera della canzone rappresenti anche la motivazione, non solo l’emozione.
Di che cosa ti piace parlare nelle tue canzoni? Quale importanza rivestono i testi nell’economia del tuo impegno artistico?
I testi sono importantissimi, ma dal mio punto di vista lo sono prima di tutto per fonetica e metrica. Paradossalmente, soprattutto quando ascolto per le prime volte canzoni in qualche lingua diversa dall’italiano, il significato delle parole è secondario.
Detto questo, sono profondamente convinto che un bel testo arricchisca e completi l’esperienza di una canzone, e quindi, nonostante sia la parte del processo compositivo che meno mi piace, cerco, e sottolineo cerco, di farlo nel modo migliore che mi è possibile. Spero sempre di non essere troppo banale nel racconto di quelli che sono i miei pensieri o sensazioni a proposito di un certo argomento. Mi accorgo che spesso mi ritrovo a parlare, in forme diverse, di tempo, di amore e di orgoglio. Chissà che ne direbbe Freud! Difficilmente leggerete un mio testo politicamente o socialmente impegnato, invece, perché credo che la sinteticità a cui la canzone ti costringe non sia l’ambito migliore per affermazioni con implicazioni che vanno oltre la visione personale.
In passato ci avevi svelato di aver scritto, anche se di rado, brani in madrelingua … non hai mai pensato di includere qualcuno di questi pezzi in “Rehab”?
Ci ho pensato al contrario, nel senso che per tre dei pezzi contenuti nel disco avevo già scritto il testo in italiano e l’ho riscritto in inglese, per ovvi motivi di coerenza. Ma il testo in italiano non l’ho buttato e mi vorrei rilasciare quei tre pezzi (“Unbreakable”, “Until forever comes” e “Everything”) anche in italiano: “Indistruttibile”, “Un giorno che non c’è” e “Non so difendermi” … magari anche solo sotto forma di contenuto scaricabile.
Parlaci un po’ del tuo rapporto con il Burning Minds Music Group, un network discografico che sta operando davvero egregiamente in una scena sempre più complicata e convulsa …
Beh … ero amico di Stefano, Oscar e Zorro e prima della nascita di Burning Minds e, attraverso Street Symphonies, mi avevano offerto completa collaborazione per la pubblicazione del mio disco. Non posso ovviamente che parlarne bene: stanno lavorando molto seriamente e con un programma ben delineato. In più, anche se la mia esperienza nel settore è limitata, ho trovato una grande disponibilità al confronto costruttivo e un grande supporto anche alle mie scelte meno ortodosse. Non ho ricette per il successo nel mercato discografico, che è sicuramente iper-saturo sia dal punto di vista degli artisti che dal punto di vista delle etichette, ma sono convinto che l’impegno, la coerenza e l’onestà nel lavoro alla fine ripaghino sempre e in questo senso BMMG è assolutamente sulla strada giusta. E a riprova di quel che penso, ho firmato per loro anche per l’uscita di Room Experience, nei primissimi mesi del 2019.

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Ho trovato molto simpatica e gradevole anche la veste grafica dell’albo … di chi è stata l’idea del soggetto e chi l’ha realizzato?
L’idea non è nata in un momento solo … è stata frutto di mille conversazioni, anche casuali e non necessariamente a tema “artwork”, soprattutto con Zorro. Non so come mai nella testa di entrambi ci fosse l’idea del vecchio west (c’è solo “Cowboys once, cowboys forever” nel disco che vagamente tocca l’argomento) ma è un’ambientazione che a me ha sempre affascinato, soprattutto per il senso di libertà che associo alla figura del Cowboy.
Però siccome il disco si sarebbe intitolato “Rehab”, bisognava in qualche modo inserire quel concetto in un contesto western. E così, dopo che Zorro mi ha mostrato la foto di un bambino vestito da cowboy su un cavallo a dondolo, ha preso piede l’idea di realizzare una cover spiritosa. Con un piccolo sceriffo ubriaco di … latte (a ognuno il suo).
Ho “arruolato” il più grande dei miei nipotini (6 anni) per far qualche foto di prova, convinto che non ne avremmo cavato granché … E come al solito mi sono sbagliato :)
La foto poi è stata integrata nel contesto adeguato per tutto merito di Antonella Astori, che si è occupata anche delle grafiche di entrambi i Room Experience (ops! Sì … anche del seguito) e che ha fatto il solito splendido lavoro con fusioni e colori. Adoro la tonalità, che mi rimanda tra l’altro a due delle mie copertine preferite: “Heartbreak station” e “Stranger in this town”.
Hai intenzione di portare su di un palco le canzoni di “Rehab”?
Guarda … pur con le difficoltà di ogni progetto che coinvolge musicisti con vite artistiche separate, dal punto di vista logistico è tutto molto più semplice che con Room Experience, poiché tutti i musicisti sono della zona.
Dal punto di vista pratico, da buon musicista da camera, non sono appoggiato ad alcuna agenzia di booking e quindi molto inciderà il tipo di accoglienza che avrà il disco e le conseguenti richieste che arriveranno. Inoltre a me manca la gavetta come cantante sul palco, quindi qualche piccolo dubbio mi rimane. Però, come si dice: stay tuned perché le sorprese sono sempre dietro l’angolo.
Impossibile non chiederti qualcosa dell’atteso secondo full-length dei Room Experience … c’è qualche anticipazione “speciale” che puoi regalare ai nostri lettori?
Sicuramente posso dire che l’attesa non sarà lunghissima, visto che ne è già stata annunciata l’uscita per i primissimi mesi del 2019. La line-up non è cambiata, se non per l’inserimento in pianta stabile di Simon Dredo al basso.
La tracklist sarà un po’ più movimentata di quella del disco precedente e i pezzi sono stati tutti scritti (a parte un paio) con in testa la voce di David (Readman ...), cosa che dovrebbe ulteriormente giovare al risultato finale. Non saprei dirti se il disco sia migliore del precedente: quel che è certo è che a me piacciono molto entrambi e tutti noi siamo davvero molto entusiasti del lavoro che abbiamo fatto!
Siamo alla fine, grazie ancora per la disponibilità e complimenti per il tuo lavoro … a te i commenti e saluti finali, che inevitabilmente dovranno comprendere una plausibile “giustificazione” per l’assenza in “Rehab” della cover di “I like Chopin” (pezzo nei confronti del quale ci avevi confessato di avere una particolare predilezione …)
Grazie Marco, sarebbe un piacere parlare con te molto più spesso. Un saluto a tutti i lettori di Metal.it (soprattutto a quelli che sono arrivati fino in fondo senza saltare pezzi di risposte: se li meritano per la pazienza!). È sempre bello parlare di musica senza che per forza dover fare riferimento a presunti parametri oggettivi, che nell’arte si limitano alle questioni tecniche e poco significative. Per quanto riguarda le giustificazioni: non esistono per una colpa tanto grave, a cui prometto però di porre rimedio in tempi brevi (chi lo sa … magari un EP con “I like Chopin” e tre brani in italiano?). D’altronde la mia predilezione per quella canzone è sincera e sono coerente quando dico che la musica non ha confini, né regole. Quelle servono solo a “fare ordine” e a fornire spunti per discussioni in cui “scannarsi “ allegramente.
Intervista a cura di Marco Aimasso

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