(11 ottobre 2019) NAPALM DEATH + SICK OF IT ALL + MUNICIPAL WASTE @ NEW YORK (USA)

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C’è un che di folle nell’aria. Una follia divertente, non malata. La musica martella da una decina di minuti. Davanti al palco la folla ha già iniziato a roteare vorticosamente su sé stessa, producendo una sorta di primordiale girotondo. Roba decisamente seria. In mezzo a questo caos, spunta all’improvviso un braccio. Regge una scarpa che evidentemente qualcuno ha perso durante il pogo. Il braccio mantiene la posizione mentre tutt’intorno è l’inferno. Dopo un paio di minuti, il tizio scaglia la scarpa da un lato, non avendo trovato il suo legittimo proprietario. Poco dopo un altro braccio spunta nella bolgia. In mano ha la stessa scarpa di prima. Stessa scena. E’ ammirevole come certa gente si preoccupi del prossimo. Io una volta ho perso gli occhiali a un concerto. Mi sono messo subito a cercare per terra mentre la gente intorno saltava in massa sulle note dei Rage Against the Machine. Mica c’era il pubblico di Celine Dion. Dopo un paio di minuti, una ragazza spuntò in mezzo alla selva di gambe per chiedermi se mi servisse qualcosa. E poi dicono che i metallari sono sporchi e cattivi…

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Ma torniamo a noi. Sul palco stasera iniziano i Municipal Waste, che hanno il compito di scaldare gli animi in vista del concerto dei Sick of It All e dei Napalm Death. E il loro lavoro lo fanno egregiamente. Qui a New York sono molto conosciuti, anche perché vengono da Richmond, Virginia, non troppo lontano da qui. Fanno un thrash vecchio stile con influenze punk. Sin dalle prime note dimostrano di tenere bene il palco e di saper trascinare il pubblico. Non saranno un esempio di originalità ma sono coinvolgenti e, ciò che più conta, fanno pezzi che spaccano. A tratti sembra di essere nel 1985 a un concerto degli Exodus. Vi ricordate il video di “Toxic Waltz”? Stessi ritmi, stesse scene di gente che si tuffa dal palco, stessi giubbotti tappezzati di toppe e spille. In poche parole, stessa voglia di divertirsi senza pensare troppo al domani. La simbologia del gruppo, fra rimandi a scorie nucleari e rifiuti urbani, è un omaggio ai mai dimenticati Nuclear Assault. Il cantante, Tony Foresta, è un mattacchione cui piace cantare e fare battute: sarebbe un errore prenderlo troppo sul serio ma sarebbe altrettanto sbagliato non farsi trascinare dalla sua carica.

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I Municipal Waste preparano degnamente il campo per i Sick Of It All, che giocano decisamente in casa, venendo dal Queens. “Ehi, non capita tutti i giorni di finire un concerto e tornarsene a casa”, dirà il frontman Lou Koller, evidentemente contento di dormire per una notte sul suo letto anziché su un angusto tour bus. Se non avete mai visto i Sick Of It All dal vivo, dovreste rimediare al più presto. Se non li avete mai visti dal vivo a New York, non potete perderli. Avrete infatti hardcore allo stato puro e sarete in mezzo a gente che con quella musica è cresciuta. Lou Koller non ha perso neanche un po' della carica degli inizi, che risalgono ormai a oltre trent’anni fa. Il fratello, Pete Koller, continua a muoversi e a saltare come un ventenne, agitando la chitarra come un ossesso. Il resto della band segue compatto e rende il gruppo una vera famiglia. Pezzi come “Step down”, “Scratch the surface” sono ormai dei classici che non deludono mai. Ma anche i nuovi pezzi, da “That crazy white shit boy” a “Inner vision” fanno saltare la gente. Segno che la vena creativa del gruppo è lungi dall’essersi inaridita ed è apprezzata anche nelle sue manifestazioni più recenti.

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Il tempo di una birra ed è la volta dei Napalm Death. Orfani del bassista Shane Embury, vittima di non specificati “problemi logistici”, i Napalm si producono nel consueto e impietoso olocausto sonoro. Barney Greenway, nonostante un fastidioso dolore alla caviglia (che lo costringerà a cantare seduto nella successiva data di Los Angeles), corre avanti e indietro sul palco, riversando sul microfono nient’altro che rabbia e frustrazione. Ma ciò che più stupisce è la voce. Dopo oltre trent’anni di carriera, la voce di Barney è sempre la stessa, potente e cavernosa. Pezzi come “Breed to breathe”, “ Scum”,“Istinct of survival”, “Suffer the children” suonano esattamente come su disco grazie anche e soprattutto alle corde vocali del cantante di Birmingham.

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Neppure l’onestà e le convinzioni politiche sono venute meno. Barney ci crede ancora in quello che canta ed è forse questo, oltre alla tenuta delle sue corde vocali, il segreto della sua resa dal vivo. Qualcuno si ricorderà del celebre sketch televisivo di inizi anni Novanta in cui Jim Carrey si chiedeva scherzando se il cantante dei Napalm avrebbe mai rallentato un giorno e cantato una canzone d’amore. A trent’anni di distanza la risposta è sempre no. Non va dimenticata la produzione più o meno recente del gruppo: “Silence is deafening”, “Standardization”, “How the years condemn” sono accolte con la stessa brama di distruzione dei grandi classici della band inglese. Danny Herrera troneggia dietro alle pelli con il suo stile batteristico veloce e allo stesso tempo preciso.

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Lo stesso dicasi per il chitarrista John Cooke, che non fa parte ufficialmente dei Napalm Death, nonostante svariati anni di militanza, ma che ormai rappresenta una garanzia per la band. La classica “Nazi Punks fuck off” e la trascinante “Siege of Power” chiudono la serata, mentre il palco è diventato una rampa di lancio per proiettili umani. Barney si attarda per qualche autografo. Molti sono storditi, dopo tre ore di musica tiratissima. E la scarpa…quella non l’ha ancora reclamata nessuno.

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Report a cura di Nick Bondis

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