Copertina 8

Info

Anno di uscita:2026
Durata:70 min.
Etichetta:Pelagic Records

Tracklist

  1. 52°30'11"N, 13°26'12"E
  2. DEPARTURE SONG
  3. LIGHT POLLUTION
  4. SIMULACRA
  5. BELLIGERENCE
  6. ULTIMA ESPERANZA
  7. MILK OF MY DREAM
  8. 51°28′30″S, 73°6′11″W

Line up

  • Enrico Tiberi: Vocals
  • Lane Shi: Vocals
  • Robin Staps: guitar
  • Emmanuel Jessua: Guitar
  • Marco Gennaro: Guitar
  • Mattias Hägerstrand: Bass
  • Jordi Farré: Drums

Voto medio utenti

Noi, qui, nell’immenso fondo di Metal.it, non siamo perfetti. Mai stati. Ma nemmeno distanti dal concetto. E, comunque, nell’unica direzione giusta. Con pochissimi avverbi.
I The Ocean, anche.

- Suoni OK, spesso ottimi.
- Chitarre: vedi sopra.
- Voci... dopo
- Armonie, ganci e supposizioni: ottime.
- Trame: ottime.
- Tracce, intese come affioramenti di qualcosa di eccedente: ottime. Molto

Fino a *Ultima Esperanza* compresa è il meglio che i nuovi, superstiti Mastodon abbiano saputo comporre.
Torniamoci al PS.
Questo album dei The Ocean, a nuove voci e collettivo, è etnico nel senso che spazia dalla Sicilia alla Scandinavia.
Dagli Agricantus
(*Tuareg*, 1996)
ai Katatonia...
(*I transpire* "?")

"the ocean collective" sono morfologia in suono. Attuano e praticano geometrie sociali infilandosi nelle meravigliose didascalie materiali della Pelagic Records. Applicano e convertono in musica, l'ineffabile, verso qualcosa di generale. Universale.

Con questo corso rischiano tutto:
partiture di voci, stili, gesti. Paesaggi acustici. Effetti stratificati nel poco. Tasti precisi. Accompagnamenti, brusche rotture: torsioni e cadute. Ricadute verso l’alto.

*Solaris* è un film geniale. Trovate, “ZEN G”, di tutto nei server del mondo. Fatevi dire da qualche AI se il cinema debba essere rivisto a partire dai capolavori.
Poi chiedetevi, da “soli”, se questi altri,
'nuovi The Ocean'
non stiano facendo qualcosa di simile.

Ammetto che, per me — e, per estensione, per quella soggettività fragile di per sé — l’approccio al suono dell’album non è stato semplice. O comunque comune.
Diciamocelo: il processo di avvicinamento è esso stesso parte dell’opera. Che ci precede. Che ci convoca...
L’ho messo sul tavolo insieme a quella sorta di pellicolona del 2013, riapparsa in sala proprio nei giorni di questa uscita: *Snowpiercer*.
Due oggetti sul tavolo, per darmi inizio. Per dare senso a percezioni diffuse e lontane. Come se qualcosa andasse attratto, ancora, proprio dove l’autosvelamento resta raffinatamente, intelligentemente disperso.

Occorrono le vostre menti attente per incarnarlo.
O qualcosa di vicino e simile.
Non ci sono perfezioni.
Ma zone. Mosaici.
Qui coesistono approcci e tempi.
Tra i secondi ci sono quelli della maturità, della stanchezza di aver iniziato e accompagnato processi; quelli del momento, tanto assurdi da scomparire; quelli del metal tutto; quelli degli ascolti, fasulli, vaghi, che finiscono in frammenti remoti.

Ci sono i deliranti tempi delle intelligenze sintetiche...
Tutti questi tempi ne compongono uno minore o, se vogliamo, convenzionale.
E *Solaris* fa qualcosa di simile. Comincia da coordinate reali, attraversa mondi, esplorazioni, tecnologie, immaginari cosmocoloniali, e torna sulla Terra. Tiene insieme ciò che starebbe separato. Tanto in apparenza quanto in sostanza. E lo fa per farlo: non necessariamente per conciliarlo.

Questo album ci insegna, ancora, che sotto le forme ci sono i mondi. Le articolazioni mai sommarie della vita e dell’arte.
Se intendete curiosare per catalogare qualche memoria nel caos, passate oltre.
Servono persone che ne facciano qualcosa. Che fermino il corso posticcio delle abitudini a favore dell’indicibile, del profondo.


**PS**
Se avete un tavolo, ovvero un modo di creare una vostra alternanza solida a partire da effimere informazioni cosmiche, prendete anche una manciata di tempo.
Ci vuole anche un po’ di quello standard, detto “prima”.
Senza 11 ascolti lasciate stare.
...gli altri tempi e modi son pochi: quelli distopici delle opere magistrali e quelli iperconcreti del verme che occupa lo spazio dello scavo, delle radici che insistono per sprofondare.
Ah, che vadano ciascuno per la propria tangente, va OK. *This is it.*
*Solaris* li vede andare e ci si infila come un ferro a maglia.
Accennate le voci è il momento di lasciarci, prima inquadriamo la sensazione "personale", giusto per aver un tema al pub:
Voci ottime, spesso eccellenti ma le avrei pensate postume, per incidere dei vuoti. Avrei voluto, qualche volta, che la voce arrivasse dopo se stessa. Che disoccupasse sezioni.

Chiudiamola qui. Tanto si è capito che la battuta sui Mastodon non voleva dir niente, che non era ilarità, ma squarcio di qualcosa che non vediamo.

Come si fa a strappar via l’opacità che ci stiamo dando da secoli?
Forse chiedendo alle cose viste di lasciarsi toccare dal nostro peso gravido. Prendendo sembianze travalicatrici (meglio bypassatrici)
Si possono piegare le forze e le operazioni.
Possiamo scegliere dove e come essere immanenti.

>> Una traccia non è ancora una cosa. È la pressione che una cosa, da qualche altra parte, esercita qui.
In *Solaris* è una simbiosi tra il sensibile, l’invocato, il sublime e lo sconosciuto.

Recensione a cura di Marco Pastagakio Regoli

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