Tra i lavori di
Vivien Lalu che sono passati tra le mie mani, mi sento di dire che questo è il più debole.
Non bastano
Simon Phillips (sì, proprio lui) o il ritorno dello storico cantante
Martin Lemar ad alzare l’asticella di un album “ordinario”, che ha dalla sua una produzione molto “live in studio” ma che lascia l’amaro in bocca sul fronte delle composizioni.
Se
“Tears Of Muse” proietta l’Alan Parsons Project nel nuovo millennio, le sonorità neo-prog ipnotiche (e un po’ abusate) di
“Eko” o di
“Learning To Fly” convincono a metà, così come le ammiccanti
“I Am The One” e
“Prince With The Swift Warning”.
La buona
“Mayacama” potrebbe essere uno strumentale firmato da David Paich e da Steve Lukather, e controbilancia l’irrilevante
“A Drop Of Water”, prima delle più interessanti
“Fhloston Paradise” e
“Cordal Weaves”, che mi hanno ricordato i Queensrÿche del dopo
“Empire”. Il finale è lasciato alla riuscita
“Midnight Ink”, elegante ed evocativa nella sua semplicità.
Mezzo punto in più per gli assoli di sua maestà
Jens Johansson.
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