È cosa risaputa ed approvata pressoché all'unanimità che tra il 1987 e la prima metà dei '90 siano usciti la maggior parte dei più grandi capolavori del death metal, questo sia per quanto riguarda la scena europea che quella statunitense. Volendo uscire dal solco dei soliti nomi troviamo perfino alcune rarità realmente degne di menzione... e tra queste vi sono senz'altro i
Banished.
I
Banished sono una death metal proveniente da Buffalo, New York, nata inizialmente con il nome di
Baphomet nel 1987, moniker con cui sono stati rilasciati tre full-length, anche se in realtà tolto un test pressing in edizione limitata del '91, e la sua riedizione nel 2012 (ovvero un anno prima che tornassero "attivi" con il primo nome) resta soltanto l'ottimo
"The Dead Shall Inherit" (1992). Ed è appunto proprio dopo quest'album che i
Baphomet tra il '92 e il '93 iniziarono a chiamarsi
Banished pubblicando nel 1994, coadiuvati dalla
Deaf Record — dopo un paio di singoli usciti l'anno prima —, il full-length
"Deliver Me unto Pain" di cui mi accingo a trattare in questa non troppo ambiziosa retrospettiva.
Il 1994 era un anno in cui erano già stati dati alle stampe i capolavori di nomi storici come
Death, Morbid Angel, Deicide, Obituary, Malevolent Creation ed
Autopsy. Avevano iniziato da poco a emergere, o comunque erano ancora in via di consolidamento stilistico, un'altra ondata di band quali
Immolation, Incantation, Vital Remains, Monstrosity, Brutality etc. E sempre nel medesimo arco temporale (a partire dal '91) il sound finì per indurirsi ulteriormente edificando le basi del brutal death metal che ormai tutti conosciamo.
Questo è il contesto storico in cui veniva pubblicato
"Deliver Me unto Pain", il quale si collocava, in perfetta continuità con quanto fatto a nome
Baphomet, indubbiamente sul fronte più classico del death metal ma, al tempo stesso, tra le sue frange più estreme.
"Deliver Me unto Pain" con i suoi 44 minuti riesce ad esprimere tutta la potenza sonora della mezza luna tramite una saggezza compositiva che mostra i suoi punti di forza in una spiccata capacità di coniugare alla perfezione l'inintelligibilità mortifera del death più iconoclasta e malsano, tramite riffs convulsi e intricati che si scagliano insieme alla batteria, e a un basso sempre presente (e talvolta protagonista), in assalti frontali micidiali, con momenti dal groove possente accostabili per certi aspetti alla scuola nord europea, dove si indugia anche su breakdown poderosi e momenti doomy; un'attitudine tanto feroce quanto, al tempo stesso, facilmente orecchiabile, vuoi grazie ad alcuni hooks strategici di chitarra, oppure a vocals estremamente accattivanti. Occorre tuttavia spiegarsi a dovere: non vi è contraddizione tra la matrice criptica tipica del genere a cui ho fatto riferimento, e l'approccio catchy di alcune soluzioni, questo poiché l'antinomia viene risolta dai quattro musicisti con una perfetta capacità di bilanciare questi due aspetti nella misura in cui l'uno non disturbi l'altro ma, al contrario, entrino in uno stato di sinergia utile, in termini concreti, a far sì che le peculiarità easy listening non scadano nel banale, e, altresì, che il linguaggio ermetico, tipico delle interpretazioni più estreme, non dia luogo a una serie di composizioni astruse, incomprensibili e inutilmente ripiegate su se stesse.
La potenza espressiva di
"Deliver Me unto Pain" è sorprendente… Personalmente è uno di quei dischi che trovo particolarmente galvanizzanti e, per quanto possa sembrare strano, "divertenti": resta arduo non muoversi e non fare del sano headbanging durante una prova di muscolarità sonora così ben architettata.
Purtroppo si tratta dell'ultima vera opera di inediti di questa grande formazione statunitense: non tardate a recuperarne l'ascolto, poiché, a modesto parere di chi vi scrive, è in grado di sedersi, senza affatto sfigurare, accanto ai grandi pesi massimi del death metal.
https://peaceville.bandcamp.com/album/deliver-me-unto-pain
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