Negli anni novanta una “strana” formazione di Porto Rico irrompeva nella scena musicale con un disco intitolato “
Save us from ourselves”, capace di mescolare
US power metal,
pomp e
hard-rock, destando l’attenzione della critica e del pubblico più “evoluto”.
Evidentemente tutto ciò non fu sufficiente ad assicurare ai
Mattador una meritata stabilità professionale, tanto che ci sono voluti una trentina d’anni abbondanti per sentire nuovamente parlare di loro, grazie alla ristampa del suddetto albo da parte della
Frontiers Music, che oggi patrocina anche questo “
III”, un ritorno che non smentisce il variegato approccio della
band al grande universo dell’
hard n’ heavy.
I riferimenti stilistici sono, infatti, sostanzialmente gli stessi dei
nineties e si conferma anche la disinvoltura con la quale vengono accostati senza troppe remore, con buongusto e considerevole efficacia complessiva.
S’inizia con l’atmosfera incombente, dai tratti Queensryche-
eschi, di “
Awake”, e anche le successive “
Black water” e “
Out for blood” seppur in forma più spigliata, grintosa e
anthemica, traggono linfa dal rilucente
metallo americano, mentre con “
Say you’ll stay” il clima sonoro diventa improvvisamente vaporoso e avvolgente, pilotato da una melodia che blandisce i sensi fin dal primo contatto.
Una variazione di contesto sonoro piuttosto piacevole e persuasiva, che acquisisce solarità nei pigmenti
AOR di “
Levitate” e che in “
Crawling” si trasforma in un pulsante
hard-blues di marca Led Zeppelin, per poi mescolare Extreme e (un pizzico di) Pink Floyd nelle incalzanti vibrazioni di “
Same kind of crazy”.
L’intermezzo elettro-acustico di “
Falling backwards” aggiunge languidezza ad una raccolta che però si fa preferire quando ad aumentare è il coefficiente di intensità espressiva, come accade nello strumentale “
Portal”, nelle scorie
street-metal di “
Slow down” e ancora, dopo la breve “
Moksha”, nell’enfasi drammatica di “
No way out”, che combina con sagacia Fifth Angel e Kingdom Come.
“
III” dimostra che si può essere eclettici senza essere “incoerenti”, una qualità innata nel valente orientamento artistico dei
Mattador, ai quali auguro di cuore un giusto e concreto riconoscimento da parte di una comunità
rockofila nel tempo forse (almeno spero … troppo ottimista?) cresciuta in “emancipazione”, ma di certo non in “attenzione”.
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