Una io, una Ermo: questa la storia di Metal.it con gli
Extinction che vengono ascoltati e recensiti sul nostro portale in maniera alternata da due vecchi, veterani nonchè amanti della nostra scena, estrema e non.
Extinction che tornano a distanza di circa tre anni da "
Cryogenesis" e lo fanno con un disco che, più che segnare una svolta, consolida una volta per tutte la loro identità. "
The Horned God", uscito da poche settimane ancora una volta per
Punishment 18 Records, è infatti la classica prova di una band che ha trovato il proprio equilibrio e ora lo difende con i denti, affinando ciò che già funzionava e limando le imperfezioni. Non stupisce quindi che la qualità generale sia perfettamente in linea con il precedente lavoro recensito a suo tempo da Sergio ed ancora col precedente "
The Apocalypse Mark", vero primo album che ha segnato il passo con quanto fatto in precedenza: stesso impianto death/thrash, stessa attitudine battagliera, stessa voglia di affondare il colpo senza fronzoli. Con tanti dettagli che fanno la differenza, cosa non affatto secondaria.
La produzione di "The Horned God" è probabilmente la migliore mai ottenuta dalla band di
Danilo Bonuso, ancora una volta affidata ai
Mk2 Recording Studio di
Davide Billia, con un sound ancor più definito e potente: le chitarre hanno finalmente quello spessore che negli Extinction è sempre stato fondamentale, la sezione ritmica colpisce con precisione chirurgica e con suoni di batteria a dir poco esemplari e soprattutto gli assoli — da sempre uno dei marchi di fabbrica del gruppo — emergono con una brillantezza che li valorizza come meritano. Melodici, ispirati, mai messi lì per dovere: sono spesso il punto di fuga emotivo dei brani, il momento in cui la furia death/thrash si apre e lascia filtrare un raggio di luce.
La stabilità della lineup, altro elemento non scontato nel panorama estremo italiano, si sente eccome. C’è coesione, quella sensazione di band vera che suona come un organismo unico e non come la somma di singoli musicisti, una piaga che negli ultimi anni fa tutta la differenza del mondo, in negativo ovviamente. È un aspetto che traspare sia nelle parti più serrate, dove la compattezza è tutto, sia nei passaggi più atmosferici, dove serve sensibilità e controllo.
E poi c'è il solito lavoro sui testi. Gli Extinction continuano a pescare da tematiche storiche, leggende, tradizioni locali, e lo fanno con un taglio quasi “folk” nel senso più narrativo del termine. Non c’è nulla di pagano o festaiolo: qui si parla di storie, di radici, di figure che appartengono a un immaginario antico e spesso oscuro. La titletrack è l’esempio perfetto di questo approccio, e non a caso ospita l’intervento più sorprendente dell’intero album: il violino di
Katija Di Giulio. Una scelta coraggiosa, certo, ma anche tremendamente efficace. L’inserimento non spezza il mood, non addolcisce, non snatura: aggiunge profondità, colore, un tocco rituale che amplifica il senso del brano invece di deviarlo.
Nel complesso "The Horned God" è una poderosa conferma. Non un disco che rivoluziona ma che consente agli Extinction di continuare a muoversi con naturalezza su quel crinale che unisce la scuola death metal statunitense — per impatto, per riffing, per approccio — e la furia thrash estrema dei primi Kreator, mantenendo però una personalità che ormai è pienamente riconoscibile.
Un lavoro solido, maturo, ben suonato e finalmente ben prodotto: l’ennesima dimostrazione che nel panorama estremo italiano c’è chi continua a crescere senza perdere un grammo di credibilità.
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