Gli statunitensi
Galvanist, patrocinati dall'avanguardistica
Aeternitas Tenebrarum Musicae Fundamentum, tornano in questa fine maggio 2026, a distanza di circa quattro anni dal precedente
"Connection" (2022), con il secondo lungo della carriera:
“The Silence Between Stars".
Stando ad alcune interpretazioni di dottrine tradizionali sembrerebbe che per il tipo di uomo che ha trovato il centro di se stesso nella trascendenza sia essenziale incarnare autonomamente l'idea di
provenire da lontano… di esserci da sempre e per sempre.
Nella zona liminale tra mito e realtà empirica,
“The Silence Between Stars" sembra, forse, volersi ricongiungere con questa lontananza: colmare lo iato tra la carne e lo spirito, tra il perituro e l'eterno, denotando una certa corrispondenza con la
Grande Opera (Magnum Opus) alchemica — d'altronde il gruppo pare far parte del collettivo
Naós Khrúseos Oneiros che, per quanto mi è dato di comprendere, dovrebbe essere orientato verso una visione culturale affine a quella appena esposta.
Ammesso che non sia incautamente caduto in errore, ritengo che sia questo il nucleo fondamentale per comprendere i vortici di dissonanze che avvolgono le dinamiche asfissianti, tenute in piedi da riff corposi e mastodontici di stampo sludge/doom, e ripartenze più ritmate dove black, death e attitudine progressive — veicolati tramite una produzione nitida, potente e al passo con i tempi — si amalgamano tra loro organicamente, conferendo all'insieme delle cinque tracce un certo respiro e una discreta dinamicità.
La sofferenza della carne, la sua passione, emerge da tali strutture incessanti che, tuttavia, lasciano varchi aperti dove i suoni rarefacendosi profilano stati sospensivi: cala un velo di bruma in cui si insinuano toni contemplativi forse destinati a procedere oltre l'orizzonte fenomenico.
Arduo fornire dei punti di riferimento validi per inquadrare un album così complesso ed eterogeneo in termini di influenze stilistiche, tuttavia, credo che non si rischi di cadere in fallo nel menzionare, soprattutto per quanto concerne la causticità dissonante, gli ormai classici
Deathspell Omega; bensì anche nomi come
Secrets of the Moon (mi riferisco a quelli di lavori sulla scia di
"Antithesis" del 2006),
Blut aus Nord,
Panzerfaust,
Cult of Luna,
Neurosis per gli echi ipnotici e
Darkspace per una certa propensione alle esplorazioni cosmiche, quasi a voler raccordare tutte le sfere esistenti del reale.
Quanto la tortuosità nera adottata dagli statunitensi possa essere capace di procedere oltre la passività del misticismo, o al contrario infrangersi su di essa, non è in questa sede di mio interesse, tuttavia una cosa è certa,
“The Silence Between Stars" è un lavoro complesso e pluristratificato che, se incontrerà un ascoltatore dotato della sensibilità e pazienza adeguate, potrà regalargli non poche soddisfazioni.
…Spirit in Black.
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