La travagliata parabola artistica dei
Corrosion Of Conformity giunge all’’undicesimo capitolo discografico in studio e conferma da
band di Raleigh come una delle più “intelligenti”, ispirate e tenaci del
rockrama di riferimento.
In una sagace mescolanza di culture musicali diverse (pionieri del
crossover, sono riusciti nel tempo a coniugare
metal,
hardcore,
psych-rock e
grunge distillandoli in maniera sempre piuttosto peculiare e coinvolgente), il gruppo ha saputo superare varie fasi della sua storia (anche drammatiche, vedasi la dipartita di
Reed Mullin) con un’attitudine risoluta e connaturata, forte di quell’estrazione
punk che costituisce dagli esordi il suo
trademark.
E così, pilotati da
Pepper Keenan e
Woody Weatherman, con il fattivo contributo dei “nuovi”
Bobby Landgraf e
Stanton Moore (in realtà già presente in “
In the arms of god”), i
C.O.C. a otto anni dal precedente “
No cross no crown” decidono di ritornare sulle scene addirittura con un disco doppio, in cui condensare tutta la loro esplosiva forza espressiva, edificata sull’immarcescibile lezione di MC5, Stooges, Hawkwind, Black Sabbath e Soundgarden.
Come in qualche modo indica il suo titolo, “
Good god / Baad man” è un
album bifronte, più aggressivo e iconoclasta nella prima parte e maggiormente “caldo” e
bluesy nella seconda, in un crogiolo sonoro che ha il suo baricentro ben piantato nei
seventies ma solca i decenni successivi con un approccio ricco di spunti eterogenei e frastagliati, privi di autoindulgenza.
L’avvio della raccolta, “
Good god? / Final dawn”, pone subito le basi per un ascolto suggestivo e intenso, screziato, nello specifico, di umori esotici e di un flusso armonico in crescendo che s’insinua con subdola vigoria nei sensi, poi storditi dal
groove pulsante, abrasivo e acido di “
You or me” e dall’irruenza (a cui contribuiscono
Al Jourgensen e
Monte Pittman) di “
Gimme some moore”, in cui affiorano addirittura bagliori dei Soundgarden “sperimentali” di “
Ultramega OK”.
“
The handler” è una sorta di beffardo e obliquo “omaggio” (di quelli tutt’altro che “caricaturali”) ai
Sabs, “
Bedouin's hand” avvolge l’astante in effluvi strumentali lisergici, narcolettici e rituali, mentre con l’ammaliante tensione ipnotica di “
Run for your life” si conclude la prima parte, assai soddisfacente, dell’opera.
“
Baad man”, tra scansioni
funkadeliche e disinvolte sguaiatezze (vagamente affini ai primi RHCP), inaugura la seconda sezione di un albo che con “
Lose yourself” flirta brevemente con l’elettronica per trasformarsi in un altro
tour de force emotivo, edificato su un
rifferama magnetico, una ritmica palpitante e sulla voce sferzante di
Keenan.
L’intermezzo
rootsy “Mandra sonos”, lascia il posto alle frenesie rumorose e feroci di “
Asleep on the killing floor”, immediatamente trasfigurate nel pigro e sanguigno clima
blues (qualcosa tra
George Thorogood e ZZ Top) della successiva “
Handcuff county”.
Nell’andamento sinuoso e scanzonato di “
Swallowing the anchor” si respira l’aria inebriante di certe sessioni desertiche, nella ballata elettro-acustica “
Brickman” l’atmosfera si carica di malinconia alcolica e in “
Forever amplified” a conquistare il proscenio è una forma sonora al tempo stesso minacciosa e mistica, a conclusione di una settantina di minuti di musica affascinante, trascinante e ricca di sfaccettature.
I
Corrosion Of Conformity con “
Good god / Baad man” non deludono i
fans della prima ora e meritano l’attenzione di quelli che hanno minore dimestichezza con la loro istintiva e sapiente evoluzione espressiva … di quanti altri “veterani” della scena, nel 2026, si può dire altrettanto?