Attendevo già da un po’ di tempo (dalla
compilation “
We still rock ... the world”, alla quale parteciparono con “
To be the number one” … una “dichiarazione d’intenti”?) l’occasione di poter valutare compiutamente il valore artistico dei
Firesky e oggi che posso finalmente esprimermi sul tema, mi vedo costretto ad inaugurare la disamina con una (affettuosa) “reprimenda” nei confronti di chi si è occupato della stesura delle note promozionali a supporto di “
Firesky”.
Non è vero che il gruppo in questione è stato “…
heavily influenced by legendary 80s acts such as Journey, Foreigner, Def Leppard, Giant and Toto …”, o quantomeno va spiegato meglio cosa significa “pesantemente influenzato” nell’economia generale della proposta musicale del gruppo.
Abituati ad intendere similari affermazioni come il probabile annuncio di un rimaneggiamento, magari pure ben architettato, di contenuti sonori noti e codificati, il rischio è di attribuire anche al lavoro di
Mika Brushane (Imperium),
Davide Merletto (Lace, ex-Planethard),
Samuli Federley (Mirka Rantanen’s Circus Of Rock),
Time Schleifer (King Company, ex-Mirka Rantanen’s Circus Of Rock) e
Saal Richmond (In-Side) un’analoga classificazione.
E invece qui siamo di fronte ad una coalizione che partendo da una spiccata coscienza delle radici “storiche” del
rock melodico, giunge ad una raccolta di canzoni intrise di
feeling, freschezza e sensibilità, degne, questo sì, di essere accostate, per intenzioni comuni, a tanti capisaldi del settore.
Insomma, escludendo le facezie, i
Firesky riescono dove molti falliscono, e cioè ad essere piuttosto “personali” in un
rockrama di riferimento spesso “emulativo”, non intendendo il termine esclusivamente nella sua accezione negativa.
In “
Firesky”, per intenderci, non troverete voci forzosamente
Perry-ane o
Gramm-esche, o un
songbook che finisce per ricordare in maniera esplicita qualcosa di “già sentito”, e anche se non tutti i pezzi del disco ostentano lo stesso grado di incisività, si tratta comunque di una “rarità” che merita un’encomiabile sottolineatura.
La timbrica e la conduzione vocale di
Merletto, non “tipicamente” riconducibili a certi dogmi dell’
AOR, contribuiscono a rendere l’opera “distintiva”, integrando così le doti tecnico / interpretative di un’alleanza di grande esperienza e buongusto espressivo.
Introdotti nel clima dell’albo dallo strumentale tempestoso e suggestivo “
Run into the storm”, con “
Out of range” si assiste alla germinazione di un’intensa e passionale carica emotiva
adulta, replicata con grinta e carattere volubile nella successiva “
I’m not broken”, in grado di conquistare i sensi fin dal primo contatto.
Il primo singolo “
A stone in time”, con il suo incedere suadente ed elegante, procede spedito nel coinvolgimento “fisico” di una scaletta che con “
Can you feel me?” abbraccia l’astante con le sue irresistibili spire crepuscolari e appassionate.
Dopo tanta languidezza, è opportuna una scossa elettrica ed ecco che la vagamente Bon Jovi-
esca “
Chasing the dawn” soddisfa abbastanza bene tale necessità, prima che la (solo) gradevole ballata “
One last time” riporti “
Firesky” su sentieri soavi e sentimentali.
Sebbene sofisticata e avvolgente, “
Like brothers”, giunge soltanto fino alla soglia dell’espugnazione sensoriale, obiettivo pienamente raggiunto dall’ariosa capacità seduttiva di “
Together” e dalla “botta” conclusiva “
I am fire”, un concentrato di perizia tecnica e nerbo, diluito attraverso un contagioso
refrain.
Destinando un plauso speciale a
Saal Richmond, tastierista dal gusto sopraffino, nonché efficace “regista” sonoro dell'
album (
ah, che soddisfazione, tutta “sabauda”, apprendere che le fasi di produzione, missaggio e masterizzazione si sono svolte agli
Harmonia Recording Work Studio di Giaveno!), non mi resta che augurare “lunga vita e prosperità” ad un progetto musicale coeso, ispirato e talentuoso, da premiare ora anche per vederlo crescere ulteriormente nel prossimo futuro.