Terzo album per i losangelini
Anthea, e le cose sono ahinoi cambiate di poco. Stessa ossessione per il 'troppo', questa paura del vuoto che costringe loro (e tanti altri) a infarcire tutto di mille layer orchestrali, sovraincisioni, cori, per poi perdere di vista la cosa più importante: una canzone che funzioni.
"
Beyond the Dawn" si presenta cattivo e opulento, ma pecca nelle qualità vocali del singer Diego Valadez, per non parlare delle harsh vocals poco harsh di Juan Pina. Ma fosse quello il problema. Le canzoni hanno poco mordente, sfruttano e mungono i mille cliché del power metal moderno (con 'moderno' intendo la sua accezione peggiore, quello dei pirati, degli elfi, dei lupi e compagnia cantante) senza riuscire ad essere minimamente interessanti. Cattedrali di note costruite su tre accordi in croce, castelli di carte imponenti come il Taj Mahal che vengono giù con un soffio, violini e flauti che fanno capolino 'perché sì', e mai perché la canzone lo richiede. Questo, mi spiace, non è il metal che ci piace; questo è un prodotto da vendere, e spero per gli Anthea che venda bene. Da queste parti, "Beyond the Dawn" non passa, sorry.
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