Preparatevi ad ascoltare un disco commovente, liricamente ipnotico, delicato eppure furioso. Preparatevi al ritorno degli
Inner Vitriol.
La band di Francesco Lombardo e soci ci ha messo ben 14 anni (ed un cambio di monicker), ma il risultato finale ha dell'incredibile.
Tutto parte da una storia vera: a Palermo, ci sono delle segrete dove, intorno al 1650, venivano tenuti gli eretici, imprigionati in attesa del verdetto finale, che molto spesso coincideva con la più atroce delle morti. Sui muri di quelle celle improvvisate, molti di loro scrissero messaggi, poesie, disegnarono graffiti, piccoli affreschi, testimonianze del loro essere vivi, del loro diritto di esistere in un mondo che non accettava la minima deviazione dalla norma imposta da Dio (o chi per lui). Da una di quelle frasi in latino, "
Sempre Tacui" (ho sempre taciuto, non mi sono mai piegato) prende vita un concept che ci racconta l'ultimo anno di vita di uno di questi eretici, proprio colui che vergò la fatidica frase, tutt'oggi visitabile e leggibile se andate a visitare le celle di Palazzo Chiaromonte-Steri a Palermo.
Tutto questo incastonato in un album apparentemente rarefatto, ma che sa sferzare con impietosa cattiveria quando serve; un tale coacervo di emozioni che quasi faticherete a riconoscere nel meraviglioso singer
Gabriele Gozzi lo stesso super-power metal vocalist degli
Induction. Ma tant'è,
Sempre Tacui è un affresco fosco e complicato, fra Fates Warning, Novembre, Evergrey e Tool, tra silenzi dilatati e aggressione pura, il tutto infarcito da melodie indimenticabili, citazioni in siciliano e latino, e una storia raccontata in modo commovente.
Ecco, questo è uno di quegli album che non potete perdere assolutamente, se avete voglia di "leggere un libro con le orecchie", e fare un viaggio nella cattiveria dell'uomo e nel suo spirito di redenzione, che non passa da nessun dio ma dalla propria, incrollabile, umanità.
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