Myrath, A.D. 2026: FINE DEL SOGNO.
Ma che diavolo è successo???
Dove sono finiti quei
Myrath autori di dischi del calibro di
Hope e
Tales Of The Sands?
Che fine ha fatto quella band che, fino a
Shehili (2019), mi aveva emozionato, al punto di guadagnarsi l’appellativo di “Symphony X d’Arabia”?
Una precisazione doverosa, prima di creare un altro “caso Piet Sielck” (alcuni di voi già sapranno a cosa mi riferisco, gli altri, non si sono persi niente): invito tutti quanti pensano che il sottoscritto sia prevenuto nei confronti di certe realtà, a leggere le mie entusiastiche recensioni di (appunto)
Shehili e del successivo
Live in Carthage, per sgombrare il campo da ogni equivoco circa il mio amore per questa band che, ribadisco, ho seguito sin dagli esordi.
Ma, torniamo ai giorni nostri.
Posso capire che, col passare degli anni, le cose cambiano e lo stile compositivo si evolve (o involve, a seconda dei punti di vista), ma obiettivamente, il cambio di rotta dei tunisini è stato fin troppo repentino e radicale.
Se già il precedente
Karma, aveva segnato un netto distacco da ciò che i Nostri avevano fatto agli albori della loro carriera, questo nuovo
Wilderness Of Mirrors, uscito sempre per
earMusic, è un duro pugno nello stomaco nei confronti di chi, come il sottoscritto, ha visto i
Myrath nascere, crescere e proliferare.
Eppure, la line-up è rimasta, più o meno, la stessa, fatta eccezione per l’avvicendamento alle tastiere dove, in luogo di Elyes Bouchoucha, troviamo l’ex-
Adagio (quindi una certezza per abilità allo strumento)
Kevin Codfert, che va ad affiancarsi ai soliti
Malek Ben Arbia (chitarra),
Zaher Zorgati (voce),
Morgan Berthet (batteria) e
Anis Jouini (basso).
Ma il problema non è da ricercare nel cambio di formazione, piuttosto in una nuova attitudine, astutamente “piaciona”, adottata dalla band.
Wilderness Of Mirrors sancisce la trasformazione finale del sound dei
Myrath, che vira definitivamente dal velenoso, ma elegante, prog-power degli esordi, verso un poco convincente e impalpabile rock melodico che, pur mantenendo le sue radici mediorientali, si rivela fin troppo morbido, prevedibile e, duole dirlo, tristemente artefatto (o, se preferite, plasticoso).
Sono un fulgido esempio di quanto sopra, tracce quali la opener
The Funeral, la successiva
Until The End (dove compare, nelle vesti di special guest, addirittura Elize Ryd degli
Amaranthe “
in plastica e ossa”), la terrificante
Breathing Near The Roar (praticamente un brano pop-dance-elettronico che, col metal, ha poco a che vedere), oppure ancora la cinematografica
The Clown, la noiosa ballad
Soul Of My Soul (complimenti per la fantasia), o l’anonima
Ehoes Of The Fallen.
Solo saltuariamente (L
es Enfants Du Soleil ,
Still The Dawn Will Come e, a tratti,
Edge Of The Night), i
Myrath riescono a riesumare un briciolo della fiamma creativa che li animava, piccolo frammento di un passato che oggi sembra assai remoto, pur non essendolo realmente sotto il profilo cronologico, ma si tratta di attimi fugaci.
Tutto ora appare decisamente forzato: ispirazione e passione sono latenti, cosi come l’impatto sonoro e i virtuosismi di musicisti comunque estremamente validi, sotto il profilo tecnico; rimane solo una massiccia dose di ruffianeria, nel palese tentativo di allargare il proprio potenziale bacino d’utenza.
Potrei aggiungere altro, ma preferisco fermarmi qui, perchè la delusione è enorme.
Spiace ammetterlo, ma i
Myrath di
Wilderness Of Mirrors, sono solo dei lontanissimi parenti della band che fu.
I tunisini, probabilmente travolti dal discreto successo raccolto negli ultimi anni, sprofondano ora in una preoccupante crisi d’identità (già emersa, a mio avviso, in occasione del disco precedente), dietro la quale, si può celare solamente una fredda logica commerciale, che magari porterà nuovi seguaci (buon per loro), ma offusca la sfera artistica, generando dischi come questo.
Addio (o magari solo arrivederci, in fondo, me lo auguro), cari
Myrath.
Grazie lo stesso per i vostri primi dischi.