Copertina 6,5

Info

Genere:Gothic / Dark
Anno di uscita:2024
Durata:45 min.
Etichetta:My Kingdom Music

Tracklist

  1. FALL AWAY
  2. LOG ON
  3. ELECTRIC RAIN
  4. ENNIO
  5. AUTOMATIC LOVE
  6. DARK ROOM
  7. LIE TO ME
  8. DIGITAL DREAMS
  9. SLEEPING TABLETS
  10. BODY SHAMING
  11. RUSSIAN ROULETTE

Line up

  • Fabio Oliva: voce
  • Fed Venditti: chitarre
  • Lorenzo Valerio: batteria
  • Stefano Romani: basso

Voto medio utenti

Nient’affatto imprescindibile, ma senz’altro piacevole.
Credo sia lecito saltare subito alle conclusioni, astenendomi così dagli astrusi preamboli che (troppo?) spesso appesantiscono le mie recensioni, per tratteggiare le caratteristiche di un album che in pochi istanti disvela le proprie carte.
Un album, questo “Digital Dreams”, che non riserva sorprese né intende farlo, che non ha alcuna intenzione di inventare o innovare, ma che, al contrario, punta molto su fruibilità ed efficacia.

Gli Artificial Heaven, sempre per amor di chiarezza, attingono a piene mani dal fosco pozzo sonoro dark/gothic/wave anni ’80. I nomi li conoscete meglio di me: Fields of the Nephilim, Bauhaus, The Cult, Joy Division e The Sisters of Mercy vengono frullati, metabolizzati e (moderatamente) rielaborati in un pugno di pezzi che riescono comunque a non suonare affatto datati ed a mantenere un certo tasso di freschezza.

Stiamo pur sempre discutendo di un debutto, ed in effetti, nell’arco dell’ascolto, ci si imbatte in alcuni passi falsi ed ingenuità.
Citerei, in tal senso, la presenza di alcuni passaggi sottotono (“Sleeping Tablets” e la title track le mie principali indiziate), oltre ad un mixing che innalza oltremodo il ruolo della -bella- voce di Fabio Oliva e delle linee di basso a scapito del resto.
Poi, pur consapevole di entrare nel campo dei gusti personali, ritengo avrebbe giovato alla causa una maggior dose di oscurità, anche a scapito dell’immediatezza di alcune melodie, ed un maggior coraggio compositivo, a costo di sacrificare una piccola dose di immediatezza.

Ciò concesso, va altresì evidenziato che il combo capitolino sa bene quello che fa, riesce senza grossi patemi a confezionare brani convincenti, ed in taluni frangenti piazza anche la zampata (le vibrazioni post-punk di “Dark Room” ed i sinuosi arrangiamenti di “Automatic Love” lasciano intravedere scorci di eccellenza).
Come si scriveva in premessa, non parliamo di un capolavoro né di un’opera contraddistinta da particolare profondità o longevità, ma di un esordio solido e godibile, che saprà farsi apprezzare dai fans dei The 69 Eyes delusi dalle loro ultime uscite discografiche.

In bocca al lupo, dunque, cari Artificial Heaven; ad oggi manca ancora qualcosina, ma la strada imboccata è quella giusta.
Recensione a cura di Marco Cafo Caforio

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