Copertina 6

Info

Genere:Heavy Metal
Anno di uscita:2020
Durata:44 min.
Etichetta:Century Media Records

Tracklist

  1. SHOOT TO KILL
  2. GUILLOTINE
  3. DEAD MAN'S HAND
  4. MIDNIGHT HOUR
  5. MASS CONFUSION
  6. THE COLD EMPTINESS
  7. FEEDING THE MACHINE
  8. DEVIL IN THE FLESH
  9. SPOON BENDER
  10. THE RAVEN
  11. BLACK WIDOW
  12. A THIEF INSIDE

Line up

  • Niklas "Viper" Stålvind: vocals, guitars
  • Simon Johansson: guitars
  • Pontus Egberg: bass
  • Johan Koleberg: drums

Voto medio utenti

Se non lo avessi verificato con i miei occhi nel momento in cui mi apprestavo a stendere questa recensione non avrei creduto ad altrui parole: il precedente disco degli Wolf, "Devil Seed", era uscito nel 2014, a ben sei anni di distanza.

Ma come???
Impossibile, mi ricordo che andavo a correre per Villa Pamphili qui a Roma con "Shark Attack" e "Skeleton Woman" nelle orecchie, non poteva essere tutto questo tempo fa! E invece... abbraccio malinconicamente l'idea di invecchiare sempre di più e mi accingo amaramente a buttare giù due righe sull'ottava fatica della band svedese, per l'occasione rinnovata completamente nella sezione ritmica, con i neo-entrati Pontus Egberg al basso e Johan Koleberg alla batteria, entrambi reduci a metà anni '90 nei Lion's Share, altra band che seppur per un solo album ha fatto parte della scuderia della Century Media, che invece per i Wolf rappresenta oramai una sorta di casa dato che sono con loro sin dal quarto album del 2006, il meraviglioso "The Black Flame".

Purtroppo, lo dico a malincuore, l'autentica magia della band capitata da Nicklas Stalvind è terminata proprio con quel disco, autentico capolavoro fatto di un heavy metal oscuro e malevolo, grezzo e melodico, roccioso e maschio, un concentrato di Mercyful Fate e Judas Priest, così come i precedenti e meravigliosi "Evil Star" e "Black Wings", mentre l'omonimo debutto pur essendo assolutamente valido (e contraddistinto da una "indimenticabile" copertina) si dirigeva su territori prettamente maideniani.

Già dal successivo "Ravenous" del 2009 qualcosa si era andato ad incrinare, sfociando in un incerto "Legions of Bastards" due anni dopo, per poi risalire leggermente la china con il sopracitato "Devil Seed" del 2014, carino ma distante anni luce dai risultati dei primi anni.

A dire la verità, i sei anni di assenza e la dipartita della metà della lineup mi aveva fatto un poco preoccupare riguardo la bontà del nuovo "Feeding The Machine", preoccupazioni che erano deflagrate dopo l'ascolto del singolo "Shoot to Kill", davvero troppo fiacco rispetto al passato, anche nel suono delle chitarre, incredibilmente esili e poco presenti nel missaggio finale.
Purtroppo alla luce dell'ascolto complessivo devo con tristezza constatare che il nuovo album è senza alcun dubbio il lavoro meno riuscito di tutta la loro discografia.

Non si tratta di una bocciatura o peggio di una stroncatura assoluta, non è un'indecenza, ma i momenti di esaltazione sono davvero pochi e si procede in una "normalità" pericolosa, priva perlopiù di spunti o di vivacità, tranne rari momenti disseminati qua e la' e peraltro anche molto distanti tra di loro.

La già nominata opener "Shoot to Kill" si barcamena sulla sufficienza, e lo stesso succede per la successiva "Guillotine", brani che non possiamo definire fallimentari ma che sono ben lungi dall'emozionare o dal fomentare, e non c'è bisogno di scomodare brani di 15 o 20 anni fa: basta mettere nel lettore il disco precedente, appunto di 6 anni fa, rimettere una "Shark Attack" ed accorgersi delle incredibili differenze a livello di suoni, con una voce assai più presente e cattiva, delle chitarre rocciose a differenza delle moscerie qui presenti, e di una energia davvero folgorante, cosa che in "Feeding The Machine" manca pressochè del tutto. All'ascolto di "Dead Man's Hand" e della seguente "Midnight Hour" mi sono cadute per terra le braccia e la situazione è proseguita più o meno in questa maniera fino alla conclusiva "A Thief Inside".

Cosa si salva? Gli assoli, quasi sempre taglienti e dall'ottimo gusto, e tanto savoir-faire ma dagli Wolf, autori del tantra "Real Metal For True Bastards", desideriamo decisamente qualcosa di più: un 6 di stima anche per la carriera ma a mio avviso un disco non soddisfacente.

Recensione a cura di Gianluca 'Graz' Grazioli

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Ultimi commenti dei lettori

Inserito il 16 mar 2020 alle 15:51

Ascoltato oggi, effettivamente è, purtroppo, lontano dagli standard del passato. La voce è sempre quella, purtroppo le chitarre, tranne in rare occasioni, non graffiano come in passato e la qualità delle canzoni è bassa. Purtroppo, ancora una volta, una sufficienza stiracchiata.

Inserito il 16 mar 2020 alle 12:31

ok che sono lento ma non così tanto! ahahaha :D comunque è vero...quanti dischi ammucchio ammucchio... :( ironia della sorte, adesso che non lavoro ho paradossalmente meno tempo di prima, o comunque sono io che ne trovo di meno. Mi spiace dirlo ma gli Wolf possono essere tranquillamente sorvolati dal quinto album in poi, tranne una manciata di brani (tipo speed on). Vai coccooooooo!

Inserito il 16 mar 2020 alle 08:09

Cioè Graz, correvi talmente piano che sono passati 6 anni per fare tutto il giro di Villa Pamphili ??? Ma qui il mondo corre veloce e i dischi li lasci ammonticchiare sulla scrivania ! Io ad esempio gli WOLF li avevo proprio dimenticati....

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