Copertina 5

Info

Genere:Avantgarde
Anno di uscita:2015
Durata:34 min.
Etichetta:Apathia Records

Tracklist

  1. TÜNDÖKLÉS
  2. VÉG SE HOZZA EL
  3. FELEMÉSZT A TÉR
  4. VÉGTELEN KÉK
  5. ÉGRENGETŐ
  6. ŰZÖTT
  7. HAJAD SZÉL
  8. SZÉTHULLÓ SZÍNEK

Line up

  • Viktor Somoskői: bass
  • Barna Katonka: drums
  • Gyula Vasvári: vocals, guitars

Voto medio utenti

Sedotto e abbandonato.
Questa la sensazione da me provata nell’attimo in cui alla suggestiva intro strumentale che apre Zeng, nuovo full length dei Perihelion, è succeduta la vera opener Vég Se Hozza El
Un attimo fugace, eppur sufficiente a far crollare in modo inesorabile ogni residua speranza nel buon esito della release.

Ragazzuoli miei, capisco la giovane età, capisco l’inesperienza, capisco le ristrettezze di budget, capisco tutto, ma non posso davvero esimermi dal rilevare che districarsi in un genere come l’avant garde con una produzione da band garage punk e con un singer che latra anziché cantare sia dura anzichenò.
Per carità, non che le falle evidenziate dalla compagine ungherese si riducano a simili inciampi tecnici: anche sotto il profilo squisitamente musicale, infatti, la strada che conduce all’eccellenza è ancora lunga, lunghissima.

Di idee ed influenze da cui attingere i Nostri ne avrebbero anche: un pizzico di shoegaze alla Alcest, qualche parentesi “cosmica” alla Arcturus, alcune sporadiche inflessioni folkeggianti alla Negura Bunget… il tutto però, viene rielaborato senza particolare gusto, senza guizzi melodici degni di nota, senza la necessaria qualità o continuità compositiva.
Se poi i pochi spunti interessanti vengono falcidiati sul nascere da suoni immondi, esecuzioni strumentali non sempre impeccabili e marchiani strafalcioni canori -non vorrei infierire, mio caro Gyula Vasvári, quindi ti prego di riascoltarti sulla conclusiva Széthulló Szìnek o su Égrengetö e di compiere tu stesso le più opportune valutazioni-… allora ecco che la strada di cui sopra, oltre che lunga, si fa anche scoscesa.

Allo stato trovo del tutto inopportuno, se non addirittura blasfemo, il parallelismo coi connazionali Thy Catafalque. Capisco che la label ci provi (anche se, considerando i dati di vendita della geniale one man band di Tamás Kátai, capisco sino ad un certo punto), ma lo scarto qualitativo tra i due gruppi è davvero imponente.
Non per questo ritengo sia tutto da buttare. Certo: pur dando fondo ad ogni riserva di ottimismo, appare impensabile che i Nostri possano anche solo arrivare a lambire i livelli delle band cui si ispirano. Al tempo stesso, credo che le basi per costruire una carriera dignitosa ci siano.

Urge però una svolta repentina: continuando in questa direzione, il marcescente acquitrino della mediocrità rimane l’unico approdo possibile.
Recensione a cura di Marco Cafo Caforio

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