Copertina 7

Info

Genere:Death Metal
Anno di uscita:2012
Durata:54 min.
Etichetta:Self-released/independent

Tracklist

  1. THE CRUELIST CONSTRUCT
  2. THE UNSEEN HAND
  3. DOOMWHORE
  4. UROBOROS
  5. GRAVEHAMMER
  6. THE CLAW IS THE LAW
  7. PROGENY OF THE LEVIATHANS
  8. THRONE TO THE WOLVES
  9. SACERDOTUM TYRANNIS

Line up

  • Jeremy Partin: Bass
  • Remy Cameron: Drums
  • Page Townsley: Guitar, Vocals

Voto medio utenti

A sette anni dal precedente "Maleficus", tornano sul mercato i deathster americani Vore con un album autoprodotto a testimonianza delle difficoltà che i ragazzi del gruppo devono aver avuto nel corso di questo lungo periodo.
"Gravehammer" segna dunque il ritorno del gruppo dell'Arkansas e del loro death metal epico, lento, imponente che farà la gioia di tutti coloro i quali amano i Bolt Thrower e il loro modo di intendere il metallo della morte.
La proposta dei Vore non è, tuttavia, legata solo agli inglesi dal momento che l'album attinge anche a tutta la scena death americana della prima metà degli anni '90 facendosi portabandiera di un suono che spazia dagli Obituary a Morbid Angel rimanendo, in ogni caso, fortemente personale.
"Gravehammer" preferisce l'impatto ai blastbeats ed è in grado di costruire un muro massiccio di note che si abbattono sull'ascoltatore senza dargli tregua per merito di un riffing incisivo e asfissiante e una sezione ritmica costantemente votata al mid tempo distruttivo e molto preciso.
La struttura dei brani risulta essere piuttosto omogenea, forse un po' monotona, ed alla melodia preferisce le variazioni nella costruzione di un riffing "fratturato" in diverse sezioni, secondo la scuola Dying Fetus, all'interno della quale, sporadicamente, si inseriscono degli ottimi assolo di chitarra che denotano, questi si, un ottimo gusto melodico.

"Gravehammer" è un disco old school che alla tecnica esasperata preferisce la genuinità e l'impatto di brani efficaci come la titletrack, dall'irresistibile tema portante, o la bellissima "Doomwhore", un titolo che rappresenta benissimo la musica dei nostri, e che si lascia ascoltare con gusto lasciando, tuttavia, l'amaro in bocca se pensiamo che gli americani hanno dovuto autoprodursi il lavoro sebbene siano in giro da 15 anni e la loro proposta sia migliore di tante altre, ingiustamente, esaltate oggigiorno.
Noi, nel nostro piccolo, ci sentiamo di supportare questo dischetto che ci è piaciuto sin dalla epica copertina memore di tempi ormai andati e speriamo che voi che ci leggete facciate altrettanto.

Death 'til death.
Recensione a cura di Beppe 'dopecity' Caldarone

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