Copertina 8

Info

Anno di uscita:2011
Durata:41 min.
Etichetta:Autoprodotto
Distribuzione:Rock N Growl

Tracklist

  1. INTRO (SINCE 1972)
  2. TILL IT BLEEDS
  3. THE FIRE WILL BURN AWAY
  4. J.C. SUPERFUCK
  5. WINDOW
  6. RUNNING AROUND
  7. BROKEN UNCLE'S INN
  8. HEAVEN WITH NO STARS
  9. GASOLINE WOMAN
  10. IN FACT IT'S THE WORST

Line up

  • Federico Di Marco: vocals
  • Matteo Bizzarri: guitar, backing vocals
  • Alessandro Duò: organ, guitar, backing vocals
  • Filippo Cavallini: bass, backing vocals
  • Lorenzo Gollini: drums

Voto medio utenti

Com’è il famoso detto? Italians do it better? Beh, mai come in questo caso questo detto fu più appropriato… Vi assicuro che è la prima cosa che mi è venuta in mente ascoltando “Black uncle’s Inn” dei Voodoo Highway, ma vi assicuro anche che se non vi avessi detto che sono italiani, chiunque di voi mastichi un po’ di sano seventies hard rock non avrebbe esitato un attimo a pensare di trovarsi tra le mani un nuovo album di qualche appartenente alla Purple Family. Per chi ha vissuto su Marte gli scorsi 30 anni e quindi non lo sapesse, quelle due semplici parole indicano tutto ciò che è derivato dalla band madre, cioè i Deep Purple, quindi non solo le grandi band come Rainbow, Whitesnake, Gillan e via dicendo, ma qualsiasi cosa in cui è coinvolto un ex membro del gruppo, e vi assicuro che sono tanti. Beh, i Voodoo Highway sono riusciti a catturare alla grande lo spirito e il sound dei Deep Purple periodo “Burn”/“Stormbringer”, miscelandolo alla perfezione con il lato più kitsch e commerciale dei Whitesnake anni ’80, e infine spruzzando il tutto con qualche lieve influenza southern rock, giusto per variare un po’ la proposta. Ovviamente è inutile sottolineare che, per quanto bravi, e in particolare il chitarrista e il batterista, non stiamo certo parlando di Blackmore, Gillan o Paice, però i cinque ragazzi romagnoli sanno il fatto loro, più che da un punto di vista strettamente tecnico, in cui comunque non arrancano, da quello dell’attitudine e dell’approccio. Ascoltando l’album, infatti, si fa un gradevolissimo balzo indietro nei mitici anni ’70, pur se con un sound attualizzato. La loro forza, infatti, sta non tanto nel riproporre sterilmente quelle sonorità grazie ad una registrazione vintage, cosa fin troppo facile ai giorni nostri, quanto piuttosto nel riuscire a catturare gli stilemi e l’atmosfera dell’epoca, con un album che suona molto live e che non sfigurerebbe nella discografia di un qualsiasi gruppo del ‘75/’76. E a sottolineare la bravura dei nostri ci pensa, in particolare, la bella ballad “Heaven with no stars”, brano dallo spiccato gusto armonico, così come le più energiche “Till it bleeds”, “Widow” o la titletrack, tutti brani dal sapore genuino e sincero, che fanno trasparire la vera passione di cui i nostri intingono i propri pezzi, e soprattutto il divertimento che provano nel suonarli. Volete una dichiarazione forte? Eccola qua: questo debutto, perché di questo si tratta, quindi tanto di cappello in più, secondo me suona più fresco e sentito di tanti altri album super platinati, super prodotti, ma anche super finti come i recenti Chickenfoot o Black Country Communion, per il semplice fatto che, tenendo conto delle ovvie e dovute proporzioni dei personaggi coinvolti nei progetti (e parliamo di Hughes, Satriani, Bonham, Hagar, Smith, etc, mica di pizza e fichi…), i brani dei Voodoo Highway sono scritti con passione e menefreghismo, senza vincoli contrattuali, senza dover dimostrare nulla, senza il peso delle carriere dei singoli componenti a gravare sulle proprie teste. In una parola sola, “Black uncle’s inn” è ‘vero’, nonostante qualche passaggio possa risultare acerbo o immaturo, chi se ne frega… Se proprio vogliamo trovare il classico pelo nell’uovo, quello che mi ha convinto di meno è il cantato di Federico Di Marco. Per carità, ottimo singer, bella estensione e buona interpretazione, ma approccio forse leggermente distante dal resto del sound della band. Ma stiamo parlando, appunto, di un particolare che non sminuisce assolutamente la proposta finale dell’album. Se tanto mi dà tanto, col secondo lavoro in studio i nostri faranno vedere realmente di che pasta sono fatti, smussando anche quelle piccole sbavature, inevitabili, presenti in questo debut… E per avere un’anticipazione di quello che potrebbe essere il percorso futuro della band, penso basti dare un’ascoltata alla parte centrale del disco, quella più matura e personale. Tornando all’apertura della recensione, “Black uncle’s inn” è un album che può lottare a testa alta con moltissime produzioni estere ben più blasonate, l’ho già accennato prima, ed è una delle pochissime volte che succede, per un gruppo italiano, da anni ed anni a questa parte. Nessun senso di riverenza, nessuna sottomissione, quando vogliamo possiamo cacciare le palle e far vedere al mondo di che pasta siamo fatti, anche con un disco che può sembrare ‘vecchio’, con un disco che se ne frega delle mode, con un disco che c’ha i controzebedei…
Recensione a cura di Roberto Alfieri

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