Flying Colors: “Spotify ha ucciso l’industria musicale” (Mike Portnoy, drums)

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Non capita tutti i giorni di poter intervistare il leggendario Mike Portnoy. In una bella chiacchierata che parte dal nuovo lavoro dei Flying Colors per giungere al futuro del music-business, l’ex-Dream Theater (curioso come il quintetto americano salti sempre fuori anche quando l’intervistatore non lo nomina, ndr) ha parlato a ruota libera confessando una certa preoccupazione per gli anni che ci attendono…

Flying Colors, The Winery Dogs, Sons Of Apollo, Transatlantic… cosa contraddistingue ogni band e dove trovi le energie per seguirle tutte?
Ognuna di queste band mi permette di esprimermi in maniera differente. Aggiungendo la Neal Morse Band e i Metal Allegiance sono coinvolto contemporaneamente in sei progetti che sono comunque molto diversi tra loro. I Flying Colors sono più vicini al pop, con lo sguardo rivolto verso la musica più moderna (come Muse o Radiohead), i Winery Dogs si ispirano ai power trio degli anni Sessanta e Settanta, i Sons Of Apollo suonano più heavy e progressivi - probabilmente il progetto più vicino a quello che facevo con i Dream Theater, ma con elementi hard rock alla Van Halen/Deep Purple - e infine ci sono Neal Morse e i Transatlantic, più vicini al prog tradizionale fatto di brani lunghi ed elaborati ed elementi derivati da altri generi. Infine i Metal Allegiance che, con membri di Megadeth, Anthrax, Slayer, Testament, mi permettono di dare sfogo alle mie influenze thrash metal. Tutte queste formazioni mi danno la possibilità di mostrare in maniera completa quello che sono musicalmente. A posteriori penso che i Dream Theater fossero solo una parte di me. Rispetto alle energie di cui parli, invece, davvero non so risponderti… probabilmente è grazie al caffè (ride, ndr)!
Quanto ci è voluto per comporre “Third Degree”? Come si sono svolti i lavori?
Per “Third Degree” c’è voluto sicuramente più di tempo di quello che avremmo voluto, fondamentalmente perché è stato scritto in due session spalmate nell’arco di due anni. La prima è stata nel dicembre del 2016 da Steve (Morse, ndr), in cui abbiamo scritto 7 canzoni sapendo che non sarebbero state sufficienti per un album intero. Pensavamo di chiudere il lavoro nei mesi successivi ma poi è andata diversamente perché non riuscivamo a incastrare i reciproci impegni. La seconda session è stata quindi posticipata a dicembre del 2018 a casa mia: qui sono nate le altre 3 canzoni dell’album e le registrazioni sono cominciate subito dopo. Per noi scrivere musica è piuttosto semplice, siamo molto creativi e le idee non mancano mani. Si parte sempre da tracce embrionali sviluppate da Neal (Morse, ndr), Steve o Casey (McPherson, ndr) che poi vengono rielaborate dalla band al completo.

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Come si è evoluto il sound della band dalle origini a oggi?
Sin dall’inizio i Flying Colors hanno voluto avere un approccio più mainstream e pop, e proprio per questo c’era bisogno di un cantante come Casey. Lo conoscevo e l’ho suggerito da subito come frontman: viene dal mondo dei Radiohead, dei Muse, dei Coldplay, degli U2, e ho sempre pensato che la sua voce fosse il riferimento della direzione musicale della band. Da una parte ci siamo io e Neal - probabilmente i due musicisti più prog della formazione - dall’altra Steve e Dave, più legati alla musica strumentale già dai tempi dei Dixie Dregs. Volevamo che tutte queste anime convivessero, dando però priorità all’orecchiabilità della proposta.
Quali sono le principali influenze dei membri dei Flying Colors?
Sicuramente abbiamo cinque personalità/stili musicali molto differenti all’interno della band. Steve ha radici nel country e nel bluegrass, Dave è appassionato di funk e jazz, Casey è legato al rock moderno con una sensibilità quasi “british”, Neal è in grado di scrivere sia lunghi brani prog che brevi canzoni pop, un po’ come me, anche se il mio background è sicuramente più heavy. In un certo senso siamo i Village People del prog (ride, ndr)!
Quali sono i piani della band per i prossimi mesi? Concerti? Festival?
Ci piacerebbe davvero fare più concerti di quanti già ne facciamo, ma è tecnicamente impossibile. Steve in particolare durante l’anno è molto impegnato con i Deep Purple, e ovviamente stiamo parlando del suo progetto prioritario. Al momento sono programmati alcuni concerti in località scelte nei giorni di pausa dei Deep Purple. Saremo in Europa a dicembre (Svizzera, Germania, Olanda e Inghilterra), ma al momento non siamo in grado di aggiungere altri show. Potremmo fare dei festival l’estate prossima, ma i Deep Purple ne stanno programmando altri, per cui non è facile intensificare l’attuale attività dal vivo.
Quali sono i batteristi che ti hanno impressionato maggiormente negli ultimi anni?
Se parliamo di batteristi moderni penso a Zoltan Chaney, il batterista di Vince Neil (ex-Mötley Crüe, ndr). È uno showman pazzesco, uno spettacolo dal vivo. Non è un mostro di tecnica, ma da vedere è favoloso, mi ricorda Keith Moon (ex-The Who, ndr). Se parliamo di tecnica, invece, ce ne sono talmente tanti di batteristi su Instagram o YouTube che è davvero difficile scegliere. Ci sono giovanissime band hardcore/metal con batteristi preparatissimi e creativi. Se dai un’occhiata al mio account Instagram puoi molti batteristi che seguo che mi hanno particolarmente colpito.

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Hai collaborato con tantissimi artisti nella tua carriera: c’è qualcun’altro con cui vorresti ancora fare qualcosa?
Sono stato molto fortunato a poter lavorare con tanti artisti eccezionali, di fatto con quasi con tutti i miei eroi: Billy Sheehan, Ritchie Kotzen, Steve Morse, Alex Skolnick, Dave Ellefson, sono tutti musicisti che ho sempre ammirato e con cui avrei sempre voluto lavorare. Se penso a chi manca tra questi nomi, penso a Mikael Åkerfeldt degli Opeth - che ho sempre apprezzato come persona e come artista - o a figure leggendarie per le quali “mollerei tutto” immediatamente se necessario (Paul McCartney, Jimmy Page, Pete Townshend o Roger Waters).
Grazie Mike per il tuo tempo. Ti chiedo di lasciarci con una tua riflessione sul futuro della nostra musica preferita…
Sono molto ottimista rispetto al futuro artistico della musica. Oggi ci sono molte più possibilità di creare musica di quante non ce ne fossero anni fa. Artisti e musicisti possono condividere le proprie creazioni con tutto il mondo grazie a Internet, senza dover per forza passare da etichette discografiche. Artisticamente il futuro è davvero luminoso, ma dal punto di vista finanziario è un completo disastro, un vero incubo. Spotify ha letteralmente ucciso questo settore dal punto di vista economico. La gente ormai si aspetta la musica gratis, ma così cosa rimane all’artista per vivere? Io sono avvantaggiato perché negli anni passati sono riuscito a costruirmi un seguito che viene ai miei concerti e compra i miei dischi, permettendomi di vivere di musica. Ma penso che per i giovani artisti sia ormai impossibile fare altrettanto, ed è spaventoso pensare a un mondo così pieno di talenti che non riusciranno mai a emergere e che dovranno ripiegare su un “lavoro vero” per sbarcare il lunario senza poter concentrare tutte le proprie energie in ciò che li rende unici. È triste, ma penso davvero che Spotify abbia ucciso l’industria musicale. Staremo a vedere cosa accadrà in futuro…
Intervista a cura di Gabriele Marangoni

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